Carol Birch.
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Memorie di un cacciatore di draghi.
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Titolo originale: JAMRACH'S MENAGERIE.
Traduzione di: Paolo Falcone.
2014. RCS Libri, MILANO.
ISBN 978-88-17-07211-3.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Non c' luogo pi selvaggio dell'animo umano.
Jaffy Brown ha otto anni quando, per le strade
della Londra vittoriana, si imbatte in un gatto
dalle proporzioni maestose, concentrato puro
di bellezza, agilit, istinto.  l'intervento di
Charles Jamrach a salvare Jaffy dalle fauci della
tigre. E per premiare il coraggio del ragazzino,
Jamrach lo prende a lavorare con s nel suo
negozio di animali esotici. Comincia cos, sotto
un cielo fuligginoso e gonfio di miasmi, tra
il frullare d'ali dei pappagalli e lo stridio senza
tregua delle scimmie, l'avventura che porter
Jaffy in mare aperto, a bordo di una baleniera
sulla rotta d'Oriente, alla ricerca del leggendario
drago di Komodo. Al suo fianco c' Tim, il
suo nuovo, amato, ambiguo amico. La spedizione
 un successo, il drago viene catturato.
Ma le provviste finiscono, la caccia alla balena
non d risultati, gli uomini hanno fame e
cominciano a mormorare che quella bestia
in gabbia, vibrante di rabbia e di paura, porta
sfortuna. Finch una tempesta investe con
violenza la baleniera, la affonda. E un altro
viaggio ha inizio: lento, livido, allucinato,
su un oceano perfettamente immobile in cui
l'animo di ognuno sar costretto, presto o tardi,
a specchiarsi.
Narrato con sapienza attraverso la voce di Jaffy, 
il romanzo di Carol Birch  una grandiosa epopea 
marinaresca sullamicizia, il sacrificio e un 
invincibile spirito di sopravvivenza.

L'AUTRICE.
CAROL BIRCH, inglese,  nata a Manchester
e vive a Lancaster con la famiglia. Memorie di
un cacciatore di draghi  stato finalista del Man
Booker Prize e del London Book Award.

ALCUNI GIUDIZI.

Un tour-de-force dell'immaginazione. Serrato,
avvincente e meravigliosamente scritto.
- The Times.

Emozioni forti, colpi di scena e personaggi
indimenticabili: cosa chiedere di pi a un
grande romanzo d'avventura?
- The Scotsman.

Memorie di un cacciatore di draghi.

Capitolo 1.

Sono nato due volte. La prima in una casupola di legno che si
sporgeva sulle acque scure del Tamigi, la seconda otto anni dopo,
sulla Highway, quando la ttigre mi prese tra le fauci e ogni cosa
inizi davvero.
Dite Bermondsey, e la gente storcer il naso. Ma quella fu la
casa prima di tutte le altre case. Il fiume sciabordava sotto di noi
mentre dormivamo. La porta dava su una passerella di legno, sotto
la quale le acque scure del canale si sollevavano e formavano una
strana bolla, grigia e sinistra. Guardando gi, tra le assi, potevate
vedere cose che si muovevano nella brodaglia sottostante. E sulla
superficie fermentava una melma verde e luccicante che, spinta
dalla corrente, si appiccicava ai pali fatiscenti.
Ricordo le stradine tortuose con le curve strette, la merda dei cavalli
solcata dai carri, lo sterco delle pecore che, di ritorno dalle paludi,
transitavano ogni giorno davanti casa, il bestiame che muggiva
le sue pene insopportabili nel cortile della conceria, i mattoni scuri
dell'edificio e la pioggia nera. I mattoni, rossi e ruvidi, erano ricoperti
di fuliggine e a toccarli lasciavano una patina nera e lucida sulla
punta delle dita. Un tanfo saliva da sotto il ponte di legno, vi entrava
in gola quando al mattino lo attraversavate per andare al lavoro.
Ma l'aria sopra il fiume era gonfia di suoni e pioggia. E a volte,
di notte, le voci dei marinai echeggiavano sopra le acque luccicanti
- voci selvagge e oscure quanto gli elementi stessi -, cadenze d'ogni
dove, lingue incomprensibili che frusciavano e sbraitavano, melodie
che salivano e scendevano come tante piccole rampe di scale,
dandomi l'impressione di trovarmi in mondi lontani, in luoghi sconosciuti
e assolati.
Visto dalla riva il fiume era spettacolare, ma un vero schifo quando
i piedi nudi calpestavano i piccoli vermi rossi che vivevano nella
melma vischiosa. Ricordo come si contorcevano tra le dita.
Ma guardate noi.
Strisciavamo nelle nuove cloache come larve, bambini magri e
grigi, bambine magre e grigie, dello stesso colore del fango in cui
ci muovevamo, sguazzando nei bui cunicoli circolari che puzzavano
da morire. Le pareti erano ricoperte di merda nera e secca. Ci
tappavamo il naso e la bocca con un fazzoletto per raccogliere le
monete incrostate, nella speranza di riempirci le tasche, mentre gli
occhi bruciavano e lacrimavano. A volte avevamo conati di vomito.
Venivano e basta, come uno starnuto o un rutto. E quando, sbattendo
le palpebre, riemergevamo sulla riva, una visione incantevole
ci si parava davanti agli occhi: una meraviglia enorme, un maestoso
clipper a tre alberi con un carico di t dalle Indie avanzava verso il
porto di Londra, dove un centinaio di rjavi all'ancora, simili a purosangue
che venivano strigliati, rinvigoriti, preparati, rassicurati e
calmati, attendeva la grande prova del mare.
Ma le tasche non erano mai piene. Ricordo la morsa allo stomaco,
la nausea per la fame. Quella cosa che il mio corpo faceva di
notte, quando ero a letto.
Tutto questo fu molti anni fa. A quell'epoca mia madre avrebbe
potuto essere scambiata per una bambina. Era piccola e robusta, e
camminava a grandi passi, facendo dondolare le spalle e le braccia
muscolose. Era uno spasso, la mamma. Ci addormentavamo cantando
su un letto a carriola - lei aveva una voce stridula e graziosa -
ma a volte veniva un uomo, e allora io dovevo andare nella casa
accanto e dormire in fondo a un vecchio lettone affollato con il
materasso di piume, mentre i piedini nudi di bambini molto piccoli
mi scalciavano la coperta ai lati della testa e le pulci mi mangiavano
vivo.
L'uomo che veniva a trovare mia madre non era mio padre. Mio
padre era un marinaio che era morto prima che nascessi, cos diceva
la mamma, ma non si dilungava mai sull'argomento. Quest'uomo
era alto e magro come un chiodo, con gli occhi spiritati e i denti
storti, e quando stava seduto batteva continuamente il tempo con i
piedi. Immagino avesse un nome, ma non l'ho mai saputo, oppure
l'ho dimenticato. Non importa. Non ho mai avuto niente a che fare
con lui, n lui con me.
Un giorno venne mentre la mamma canticchiava davanti al suo
lavoro di cucito - un paio di pantaloni da marinaio con il cavallo
bucato -, la butt a terra e cominci a prenderla a calci e a darle
della sgualdrina. Avevo paura, come mai ne avevo avuta prima di
allora. La mamma batt la testa contro la gamba del tavolo, poi
scatt in piedi e si mise a urlare che era un bastardo e un donnaiolo
e che non voleva pi vederlo, e intanto agitava convulsamente le
braccia piccole e forti, i pugni chiusi pronti a colpire.
Bugiarda! rugg l'uomo.
Non immaginavo avesse una voce del genere. Sembrava quella
di un uomo grosso il doppio di lui.
Sei una bugiarda!
Dai della bugiarda a me? strill la mamma, e gli si scagli contro.
Lo afferr per le orecchie e inizi a scuotergli la testa come se
stesse sprimacciando un vecchio cuscino. Quando moll la presa,
l'uomo vacill. La mamma usc in strada gridando con quanto fiato
aveva in gola, e tutte le donne del vicinato accorsero con le gonne
tirate su, chi con un coltello, chi con un bastone, o una pentola,
o un candeliere. L'uomo si lanci tra loro brandendo un pugnale
sopra la spalla, un coltello grosso e minaccioso, urlando che erano
tutte delle baldracche e mettendole in fuga mentre correva verso
il ponte.
Torner, puttana! sbrait. Torner e ti caver gli occhi!
Quella notte scappammo, o almeno credo. Forse non fu quella
notte ma qualche giorno dopo, o una settimana, in ogni caso l'ultimo
ricordo che ho di Bermondsey  lo scintillio della luna sul fiume
mentre a piedi nudi seguivo mia madre sul London Bridge, verso la
mia seconda nascita. Avevo otto anni.
So che alla fine arrivammo dalle parti della Ratcliffe Highway,
dove incontrai la tigre. Tutto quello che avvenne dopo  una conseguenza
di questo incontro. Credo nel destino. Il lancio dei dadi,
la pagliuzza pi corta.  sempre stato cos. Watney Street fu dove
andammo a stare. Vivevamo nella soffitta della signora Regan. Una
lunga rampa di scale saliva fino alla nostra porta. Una grata intorno
all'area del seminterrato delimitava un luogo buio e profondo,
dove la notte gli uomini si riunivano per giocare a carte e bere roba
forte. Di sotto viveva la signora Regan, una donna alta e sciupata,
con il volto pallido e spaurito e una clientela sempre diversa di
marinai e bagarini; di sopra c'era il signor Reuben, un vecchio nero
con i capelli bianchi e un paio di folti baffi giallastri. La nostra stanza
era divisa in due da una tenda; dall'altra parte, due vecchie prostitute
prussiane, Mari-Lou e Silky, russavano piano tutto il giorno.
Dal nostro lato una finestra affacciava sulla strada. Al mattino, il
profumo del lievito che veniva dal forno di fronte si insinuava nei
miei sogni. Tutti i giorni, tranne la domenica, venivamo svegliati di
buon'ora dal carretto che il fornaio trascinava sui ciottoli, e subito
dopo dai venditori che allestivano i banchi del mercato. Il mercato
occupava tutta Watney Street, che puzzava di frutta e verdura
marcia, di pesce andato a male, della carne stipata nei due grossi
barili all'esterno della bottega del macellaio a tre porte di distanza,
con i grugni dei maiali smembrati che spuntavano dal mucchio.
Niente a che vedere con Bermondsey, che sapeva di merda. Scoprii
che Bermondsey sapeva di merda solo quando ci trasferimmo sulla
Highway. Ero soltanto un bambino, credevo che quello fosse l'odore
normale del mondo. Per me, Watney Street e la Highway e
tutto il circondario erano i pi piacevoli e puliti di qualsiasi luogo
avessi mai visto, e soltanto in seguito mi resi conto, con grande
sorpresa, che chiunque altro lo considerava semplicemente uno
schifoso buco fetido.
Sangue e acqua salmastra gocciolavano dal marciapiede nei canaletti
di scolo, mischiandosi alla poltiglia che finiva sotto le ruote
dei carretti e veniva trasportata su e gi tutto il giorno, su e gi
nelle case, sulle scale, nelle stanze da letto. I miei piedi vi sguazzavano
con familiarit, ed era sempre meglio del merdoso fango del
Tamigi.
A ogni porta e carretto era attaccato un foglio di carta moschicida
nero e ruvido, ricoperto di decine di mosche, che per non
risolveva il problema. Altrettante svolazzavano allegramente per
aria o zampettavano sulla trippa che ogni mattina come prima cosa
l'aiutante del macellaio affettava con cura ed esponeva in vetrina.
Su Watney Street si trovava di tutto. Sul nostro lato c'erano soltanto
case, dall'altra parte negozi e osterie, e il mercato nel mezzo.
La merce era economica: abiti vecchi, ferri vecchi, qualsiasi cosa
purch fosse vecchia. Quando ci passeggiavo, all'altezza dei miei
occhi sfilavano cavolfiori, patate bitorzolute, fegati di pecora, cetrioli
in salamoia, pelli di coniglio, salsicce di maiale stagionate,
zoccoli di mucca e ciambelline al limone - morbide, tondeggianti e
gonfie di crema. C'era gente di tutti i tipi, straccioni e poveracci che
passavano al setaccio i mucchi di scarpe e vestiti rovistando come
topi, spintonandosi e imprecando, c'erano vecchiette feroci, bambini
della mia et, marinai, ragazze sveglie e uomini sciamannati.
Tutti urlavano. La prima volta che mi ritrovai l, pensai: accidenti,
non vorrai infilarti in questo casino, piccolo come sei rischi di finire
a terra in un attimo. Meglio restare vicino ai carretti, almeno c'era
qualcosa a cui aggrapparsi.
Mi piaceva fare commissioni. Da una parte c'era la Torre, dall'altra
Shadwell. Le botteghe erano piene zeppe di roba per il mare e
per le navi, e a me piaceva indugiare davanti alle vetrine e fermarmi
sulle porte per respirare il profumo di quel mondo. Fu cos che un
giorno, quando la signora Regan mi mand a comprare del tabacco
da masticare per il signor Reuben, impiegai almeno mezz'ora per
raggiungere il Tobacco Dock e prenderne mezza oncia da una delle
venditrici. Stavo tornando a casa, con la testa tra le nuvole come
sempre, cos non feci caso alla ragazza cerea con una protuberanza
sul collo che lasci cadere un vassoio colmo di pettini, e nemmeno
alla gente che si volatilizz come risucchiata dalle porte e dai
vicoli, e a quelli che si appiattirono contro il muro. Le mie orecchie
non colsero l'improvvisa interruzione del normale ritmo della
Highway, il silenzio di un unico, grosso respiro trattenuto. Come
avrei potuto sentirlo? Non sapevo nulla della Highway, conoscevo
soltanto acque torbide e bolle sporche e piccoli ponti su rientranze
merdose che oscillavano anche ad attraversarli in punta di piedi.
In questo posto nuovo come diceva la mamma, in questa citt
di marinai dove andremo a stare per un po', piccolo Jaffy tutto
quanto era diverso. Mi ero gi imbattuto in cose che non avevo mai
visto prima in vita mia. Un labirinto di vicoli angusti popolato di
volti e voci provenienti da ogni angolo del mondo. Un orso bruno
che danzava con leggiadria davanti alla birreria Sooty Jack. Uomini
che passeggiavano con un pappagallo sulla spalla, uccelli magnifici
rosso scarlatto, gialli come tuorli d'uovo, azzurri come il cielo, gli
occhi furbi e divertiti, le zampe ricoperte di squame. All'angolo
di Martha Street l'aria profumava di sorbetto arabo, e sulle porte
c'erano donne in abiti di seta, variopinti come i pappagalli, con le
mani sui fianchi e i seni prosperosi, che a me ricordavano le polene
delle navi all'ancora lungo la banchina.
A Bermondsey le vetrine dei negozi erano sempre sporche. Avvicinando
il viso per sbirciare dentro avreste visto vecchi rettangoli di
carta moschicida, pallidi tranci di carne striminziti, torte ammuffite,
trecce di cipolle che si sfaldavano sopra fogli di giornale ingialliti.
Sulla Highway i negozi erano pieni di uccelli. Gabbie impilate una
sopra l'altra, ciascuna zeppa di uccellini che sembravano passeri
ma luccicavano come caramelle, rosse e nere, bianche e gialle, viola
e verdi, e alcuni erano di un delicato color lavanda come le vene
sulla testa di un neonato. Toglieva il fiato vederli tutti insieme, le
ali schiacciate contro quelle dei compagni. Sulla Highway i parrocchetti
verdi si appollaiavano sui lampioni. Torte e tortini brillavano
come gioielli, strati su strati dietro alte vetrine. Un nero con un dente
d'oro e gli occhi bianchi portava un serpente intorno al collo.
Come potevo distinguere ci che era possibile da ci che non lo
era? E quando l'impossibile in tutto il suo splendore venne verso di
me al centro della Ratcliffe, perch avrei dovuto sapere cosa fare?
Ovviamente avevo gi visto un gatto prima di allora. A
Bermondsey non vi facevano chiudere occhio quando la notte si arrampicavano
sui tetti e non smettevano di miagolare. Vivevano in branchi,
il pelo ritto, gli occhi rabbiosi, aggirandosi furtivamente lungo le
stradine e sui ponti, azzuffandosi con i ratti. Ma questo qui...
Il sole stesso sceso sulla terra.
Proprio come gli uccelli - che se a Bermondsey erano piccoli e
marroncini, nella mia nuova casa erano cangianti e grossi -, i gatti
della Ratcliffe Highway sembravano appartenere a una razza superiore
rispetto ai gattini scheletrici che vivevano a sud del fiume.
Questo esemplare era grosso come un pony, robusto, massiccio, i
muscoli delle spalle potenti e guizzanti. Era del colore dell'oro, e il
disegno nitido del manto, assolutamente perfetto, era del nero pi
nero al mondo. Aveva zampe alte come sgabelli e il petto bianco
come la neve.
Lo avevo gi visto su un manifesto in London Street, dall'altra
parte del fiume. Saltava in un cerchio di fuoco con la bocca spalancata.
Una creatura mitica.
Non ricordo di aver mosso le gambe, n ricordo i ciottoli sotto
i piedi. Mi attir a s come una ape al miele. Non avevo paura. Mi
fermai davanti all'indifferenza divina del suo muso e lo guardai nei
limpidi occhi gialli. Il naso era un pendio d'oro vellutato, le narici
rosa e umide come quelle di un cucciolo. Socchiuse le labbra carnose
punteggiate di bianco e sorrise. I baffi sbocciarono.
Mi resi conto che il mio cuore, schizzato troppo in alto, batteva
sullo sterno come un piccolo pugno che cercava di uscire.
Niente al mondo avrebbe potuto impedirmi di sollevare una
mano e accarezzare la tiepida peluria del suo naso largo. Ancora
oggi riesco a sentire quella bellezza sotto le dita, non avevo mai
toccato niente di pi morbido e pulito. Un fremito gli attravers la
spalla destra quando sollev la zampa, pi grande della mia testa,
e mi scaravent pigramente al suolo. Fu come essere abbattuto da
un cuscino. Caddi, ma non provai dolore; rimasi senza fiato, e poi
fu come sognare. Ricordo grida, urla, ma distanti, come se stessi
sprofondando sott'acqua. Il mondo si capovolse e mi pass accanto
in un flusso luminoso, la terra si muoveva sotto di me, i capelli mi
schermavano gli occhi. Provai una specie di gioia, ne sono certo, e
niente che somigliasse alla paura, solo un senso di disorientamento.
Ero tra le sue fauci. Il suo respiro mi incendiava la nuca. I miei piedi
nudi strisciavano a terra, ma sentivo solo un dolore lontano. Vedevo
le sue zampe bronzee, con le dita bianche, spostarsi piano, leggere
come piume.
Ricordo di aver nuotato in acque tumultuose, il mugghio di milioni
di conchiglie, una confusione eterna e infinita. Non ero nessuno,
non avevo un nome, non ero in alcun luogo. Poi ci fu un
momento in cui capii di non essere niente, e quel momento segn
la fine del niente e l'inizio della paura. Non avevo mai provato un
simile smarrimento, anche se da allora quella sensazione sarebbe
tornata pi volte. Arrivarono voci, trasportate da quel mugghio,
ma non avevano senso. Poi udii delle parole...
 morto,  morto,  morto, oh, buon Dio - e la durezza della
pietra, fredda sotto la guancia, improvvisa.
La voce di una donna.
Una mano sulla testa.
No no no gli occhi sono aperti, guardate, sta... ecco, bravo, figliolo,
sentiamo... no no no stai benissimo...
 morto,  morto,  morto...
avanti, figliolo...
forza...
E venni al mondo la seconda volta. Seduto sul marciapiede,
completamente sveglio, accecato dalla violenza del reale.
Un uomo, con un grosso viso rubizzo e corti capelli gialli, mi
reggeva per le spalle, fissandomi negli occhi. Continuava a ripetere:
Va tutto bene, figliolo... va tutto bene, figliolo....
Starnutii e tutti applaudirono. L'uomo sorrise. Fu allora che notai
la folla, le teste che si sporgevano per vedermi.
Oh, poveretto! esclam una voce femminile. Alzai lo sguardo
e vidi una donna con l'espressione spaventata, capelli ispidi e arruffati
e un paio di occhiali a fondo di bottiglia che le ingigantivano
e annacquavano gli occhi sbarrati. Teneva per mano una bambina.
La folla era un'infilata di teste come macchie di colore su una lavagna,
i corpi pennellate vivaci, fendenti qua e l scarlatti, verdi, porpora
reale. Si sollevava dolcemente come un'onda, ma non riuscivo
a metterla a fuoco, come se fosse offuscata dalle lacrime - per i
miei occhi erano asciutti -, e tremolava e vorticava su se stessa accompagnata
da una palpitante esplosione di suoni, finch tornai in
me e vidi distintamente, pi di quanto mi fosse mai accaduto prima
di allora, il viso della bambina che stringeva la mano della madre,
chiaro e nitido come un blocco di ghiaccio nella nebbia.
Figliolo disse l'omone. Mi afferr il mento e mi gir la faccia
verso di s. Quante dita sono queste? Aveva un qualche tipo di
accento, marcato e straniero. Il pollice e il mignolo dell'altra mano
erano abbassati.
Tre risposi, provocando un altro forte brusio di approvazione
tra la gente.
Bravo, figliolo, bravo! disse l'uomo, come se avessi fatto chiss
che cosa. Mi mise in piedi, continuando a reggermi per le spalle.
Stai bene, ora? chiese, scuotendomi delicatamente. S, s, sei
un bambino coraggioso. Sei stato bravo, figliolo! Bravissimo! Eccezionale!
Gli angoli degli occhi erano umidi di lacrime, e la cosa mi parve
strana perch stava sorridendo di cuore, mostrando una fila perfetta
di piccoli denti bianchi e lucidi. La faccia larga, liscia e rosa
come un prosciutto cotto, era molto vicina alla mia.
Mi prese in braccio e aggiunse: Dimmi come ti chiami, bel
bambino, e ti riportiamo a casa dalla mamma.
Jaffy Brown risposi. Mi accorsi di avere il pollice in bocca e
lo sfilai velocemente. Mi chiamo Jaffy Brown e abito in Watney
Street. E in quello stesso momento si lev nell'aria un suono agghiacciante
come di un branco di segugi sguinzagliato, di montagne
che franavano, grida atterrite, infernali, da anima dannata.
Bulter! tuon il volto rubizzo. Per l'amor di Dio, rimettila
nella cassa! Ha visto i cani!
Mi chiamo Jaffy Brown ripetei urlando, perch ormai mi ero
ripreso del tutto, anche se lo stomaco si rivoltava e si torceva in
modo allarmante. E abito in Watney Street.
L'uomo mi port a casa in braccio, come se fossi un neonato,
parlandomi per tutto il tempo. Allora, che diremo alla tua mamma?
Cosa dir quando verr a sapere che hai giocato con una tigre?
Ciao, mamma, ho giocato con la mia amica tigre! Le ho accarezzato
il naso!  Quanti bambini possono raccontare una cosa del genere,
eh? Quanti bambini possono dire di aver incontrato una tigre in
strada? Sei un bambino speciale! Coraggioso! Unico al mondo!
Unico al mondo. Quando svoltammo su Watney Street, seguiti
da una folla di curiosi, sulla testa mi era spuntato un bernoccolo
grande quanto la cupola di St Paul.
Gliel'avevo detto che sarebbe potuto succedere, signor
Jamrach! strill la donna occhialuta, con la bambina al fianco che
faticava a tenere il passo. A noi che le viviamo accanto non ci pensa?
Parlava con accento scozzese, lo sguardo truce.
La bestia era assonnata e sazia ribatt l'uomo. Aveva
consumato un pasto abbondante da neppure venti minuti, altrimenti non
l'avremmo spostata. Sono spiacente, non sarebbe dovuto accadere
e non accadr pi. Si asciug una lacrima con la nocca. Ma non
c'era alcun pericolo.
E le zanne? strill la donna. E gli artigli!
La bambina sbirci da dietro la madre, stringendo un lembo
della sciarpa a pallini bianchi che portava al collo, e sorrise. Fu il
primo sorriso della mia vita. So che  un'affermazione ridicola; mi
avevano sorriso spesso in passato, l'omone rubizzo lo aveva fatto
neanche un minuto prima. Eppure ribadisco: fu il primo sorriso,
perch per la prima volta mi attravers da parte a parte come un
ago talmente sottile da risultare invisibile. Poi, trascinata un po'
troppo impetuosamente dalla madre invasata, la bambina inciamp
e cadde con le braccia aperte. Fece una brutta faccia, e cominci
a piangere disperata.
Buon Dio esclam la madre, che si ferm sul ciglio della strada
per soccorrerla mentre noi proseguivamo verso casa serpeggiando
tra i banchi del mercato. La signora Regan era seduta sul gradino
pi alto, ma quando vide avvicinarsi tutta quella gente scatt
in piedi e spalanc la bocca. Le voci si sovrapposero. La mamma
scese di corsa, io le tesi le braccia e scoppiai a piangere.
 sano come un pesce, signora disse il signor Jamrach, consegnandomi
a lei. Sono terribilmente dispiaciuto, signora, suo figlio
si  spaventato. Una cosa deplorevole... la cassa non ha retto, ne ha
fatta di strada dal Bengala... ha sfondato una parete con le zampe
posteriori...
Mia madre mi pos a terra e mi spazzol i vestiti con la mano,
guardandomi intensamente negli occhi. Le dita dei piedi disse.
Era sbiancata.
Guardai con stupore il capannello formatosi intorno a me.
Signora ricominci il signor Jamrach, prendendo del denaro
da una tasca del cappotto. La donna con gli occhiali nel frattempo
era tornata. La figlia, che si era sbucciata le ginocchia, aveva l'aria
imbronciata. Vidi il signor Reuben.
Le ho preso il tabacco dissi, infilando una mano in tasca.
Grazie, Jaffy ribatt lui, strizzandomi l'occhio.
La donna con l'accento scozzese riprese a parlare, solo che adesso
difendeva il signor Jamrach, lo descriveva come un eroe: Le 
corso dietro! Mai vista una cosa del genere! L'ha afferrata, cos.
Lasci andare la mano della figlia per dimostrare come l'uomo fosse
saltato sulla schiena dell'animale e l'avesse afferrato per la gola.
Le ha messo le mani tra le fauci. Una tigre selvaggia!
Mia madre sembrava istupidita. Non mi toglieva gli occhi di
dosso. I suoi poveri piedi disse. Abbassai lo sguardo e li vidi
sanguinare l dove avevano sfregato sui ciottoli. Solo allora sentii il
dolore. Toccai con la mano il punto in cui la tigre mi aveva bagnato
il colletto.
Cara signora disse il signor Jamrach, facendo sparire i soldi
nel grembiule della mamma, Jaffy  il bambino pi coraggioso
che abbia mai incontrato in vita mia.
Le diede un bigliettino da visita con il suo nome sopra.
Quella sera mangiammo in abbondanza. Ero felice, pieno d'amore
per la tigre. La mamma mi lav i piedi con acqua calda e li strofin
con del burro che le aveva dato la signora Regan. Il signor Reuben,
seduto nella nostra camera, fumava la pipa; tutto il vicinato era accalcato
davanti alla porta di casa. Sembrava una festa. La mamma
era al settimo cielo e continuava a ripetere a chiunque: Una tigre!
Una tigre! Jaffy  sopravvissuto all'attacco di una tigre!.
Fu la tigre a fare di me quello che sono. Quando i nostri destini
si incrociarono, ogni cosa cambi. Che mi piacesse oppure no, la
strada si era biforcata, e io mi incamminai verso il futuro. Sarebbe
potuto non accadere. Le cose sarebbero potute andare diversamente.
Se avessi portato subito il tabacco al signor Reuben e fossi
tornato dalla mia adorata mamma, la mia vita avrebbe preso una
piega completamente diversa.
Il bigliettino da visita era in bella vista sulla mensola del camino,
accanto alla spazzola della mamma e a una brocca ricolma di sottili
piume nere, e quando Jud, il figlio della signora Regan, torn a casa
dal lavoro ce lo lesse:
CHARLES JAMRACH
NATURALISTA E IMPORTATORE DI ANIMALI, UCCELLI E CONCHIGLIE
 
Capitolo 2.

La prima volta che vidi Tim Linver stava urlando il mio nome in
strada, sotto la finestra di casa.
Jaffy Brown!
Il mattino dopo il grande incontro ero nella camera di
Mari-Lou e Silky, che non sapevano nulla della mia avventura,
con le dita dei piedi che ancora mi bruciavano e le bende sporche e lacere.
Mari-Lou, con l'abbondante seno scuro che traboccava dal
bustino slacciato, stava contando sul palmo della mano i penny per
il chiosco del pesce fritto, pi uno di ricompensa per me. Aveva
capelli corvini e rose scarlatte appuntate ai lati della testa. Rughe
intricate affioravano agli angoli degli occhi, e un voluminoso ventre
rotondo la proiettava in avanti. Allora, caro il mio Jaffy mi istru,
niente parti bruciacchiate. Intesi? Niente parti bruciacchiate, e
un bel cetriolo sottaceto. E non succhiarlo.
Il rossetto era sbiadito. La montagna di seta che era Silky sedeva
a schiena dritta sul letto, i piccoli seni flosci.
Avrebbero consumato il pranzo a base di pesce senza muoversi
dal letto, e nel giro di mezz'ora avrebbero iniziato a russare profondamente.
Jaffy Brown! sentii urlare.
Mi affacciai alla finestra stringendo le monete calde nella mano e
lo vidi. Pi grande e pi grosso di me, capelli lisci e biondi, un bel
viso dai tratti femminili, era il mio esatto opposto. Tim Linver. Era
mattino inoltrato, la strada affollata.
Chi lo cerca? gridai.
Jamrach rispose. Scendi.
E il merluzzo, signorino Jaf? Mari-Lou mi affond le lunghe
unghie rosse nel braccio.
Vado! esclamai, precipitandomi gi per le scale.
Il ragazzo mi venne incontro. Saresti tu Jaf? chiese in malo
modo.
S.
Jamrach vuole che ti compri una crostatina di lamponi disse
immusonito.
Le crostatine di lamponi esposte nelle vetrine della pasticceria
sulla Back Lane davanti alla quale passavo ogni giorno erano al di
l della mia portata. Il succo che trasudava dalla peluria dei lamponi.
La crema morbida color oro pallido, la sfoglia impregnata di
zucchero.
La tigre aveva spalancato una porta magica.
Ho una commissione da sbrigare replicai. Devo comprare
del pesce.
Be', io invece devo comprarti una crostatina di lamponi e portarti
da Jamrach ribatt lui, come se il suo compito fosse di gran
lunga pi importante. Ti far fare il giro al gran completo. Vedrai
un mucchio di animali selvaggi.
Mari-Lou si affacci alla finestra. Il pesce, signorino Jaf! Muoviti!
Che si prova a essere mangiato? chiese il ragazzo.
Mangiato?
Sei stato mangiato insist. Cos dicono.
Be', valuta un po' tu.
Non si parla d'altro. Sei stato mangiato, e sui ciottoli  rimasta
solo la tua testa.
La vidi, la mia testa sui ciottoli, e scoppiai a ridere.
Solo la testa continu, le mani e i piedi. E qualche pezzo
d'osso. Rosicchiato e sgranocchiato, immagino.
Non ho sentito male dissi.
Mari-Lou mi lanci contro una bottiglia, che and a infrangersi
nel canaletto di scolo.
Ci metto un secondo dissi al ragazzo. Aspettami qui. Raggiunsi
di corsa il chiosco del pesce fritto e tornai in un lampo.
Quando sfrecciai davanti alla signora Regan, che si stava sedendo
sulle scale fuori dalla porta, lei guard con disapprovazione i
miei piedi lerci. Ti beccherai la setticemia osserv. Mi precipitai
di sopra e misi il cartoccio fumante tra le dita bramose di
Mari-Lou. A lei e a Silky il pesce piaceva inzuppato, in pratica
fradicio. A me l'aceto faceva lacrimare gli occhi. E siccome avevo
dimenticato il cetriolo... apriti cielo! Avreste pensato che avessi
derubato uno storpio. Dovevo restituire il penny, ma non mi importava.
Avevo in mente soltanto gli animali selvaggi: leoni, tigri,
elefanti, giraffe. Avrei mangiato una crostatina di lamponi e visto
gli animali.
Quando tornai in strada il ragazzo era ancora l, le mani affondate
in tasca, le spalle alte. Andiamo disse. Seguii la sua schiena
dritta e insolente nella folla accalcata tra le bancarelle del mercato
fino alla pasticceria sulla Back Lane. Qui, con un cenno del braccio
e senza dire una parola, il ragazzo mi intim di aspettarlo fuori. Entr
e chiese una crostatina di lamponi da mangiare subito, grazie,
Rose cara, come se fosse un adulto. Ancora non sapevo che aveva
soltanto un anno pi di me, pensavo ne avesse almeno undici.
Riuscivo a vedere Rose al di l del vetro, era bella e aveva la
farina sulle ciglia. Tim torn fuori e, alzando gli occhi al cielo, mi
consegn la crostatina annidata in un piccolo tovagliolo, in modo
che non mi sporcassi le dita. Non che fossero pulite.
Immobile, con le mani sempre infilate in tasca, mi guard mentre
mangiavo. Il primo morso fu talmente intenso e dolce da farmi
male agli angoli della bocca. Talmente meraviglioso che un velo
di lacrime mi bruci gli occhi. Poi il dolore si disperse e rimase
solo il piacere. Era la prima volta che mangiavo lamponi. Ignoravo
che sapore avesse la crema. Il secondo boccone fu avido e vorace,
da riempirmi tutta quanta la bocca. Gli occhi di Tim erano quelli
di una statua, era immobile. Forse neppure lui aveva mai mangiato
una crostatina di lamponi. Indossava abiti e scarpe migliori dei
miei, eppure scommetto che in vita sua non aveva mai mangiato
una crostatina di lamponi.
Ne vuoi un po'? chiesi.
Scosse la testa con decisione e rifece il cenno di prima con il
braccio, sorridendo appena, orgoglioso.
La prima cosa che mi colp fu l'odore, eccitante, buono, come
di formaggio ma pi forte. Poi il baccano. Passammo dalla strada
in un vestibolo dove c'erano cappotti appesi, grossi sacchi e scatole
accatastate. Un pappagallo verde si pieg verso di me, fissandomi
il viso. Aveva l'aria di chi sa qualcosa di divertente.
Sa parlare disse Tim Linver. Avanti, Fio, di': Cinque sterline,
bellezza.
Fio drizz la testa di scatto, spostando gli occhi su di lui. Come
se avesse capito, per non disse nulla.
Cinque sterline, bellezza. Forza, stupido uccello!
Il pappagallo sbatt le palpebre. Tim fece un verso disgustato
e mi condusse davanti a una porta aperta da cui fuoriusciva una
nuvola di fumo scuro.
 arrivato, signor Jamrach. Gli ho comprato quella roba alla
crema.
Lo seguii dentro. Il grande Jamrach mi venne incontro nell'oscurit
con la sua faccia rubizza e un sorriso sulle labbra. Ah!
Jaffy Brown! esclam, dandomi un buffetto sulla spalla. Cenato
bene, ieri sera? chiese, chinandosi su di me, il volto talmente vicino
al mio che avrei potuto contargli i capillari sulle sclere degli occhi.
L'aria era pesante, densa e putrida, sapeva di viscere, sangue,
piscio, pelo, e anche di qualcos'altro che non riuscivo a individuare,
probabilmente odore di bestie selvagge.
Con stufato di montone risposi. Era buonissimo.
Eccellente!
Il signor Jamrach si tir su e si sfreg le mani. Indossava un
completo che lo ingrassava; portava i capelli impomatati con la riga
nel mezzo.
Bulter disse a un ragazzo con la pelle chiara e l'espressione
corrucciata, impegnato a mangiarsi le unghie dietro una scrivania
in disordine. Tira fuori Charlie.
Bulter si alz, alto e magro, gir intorno alla scrivania strascicando
i piedi e si ferm davanti a una grossa gabbia. Un uccello
meraviglioso e bizzarro, all'erta sul suo trespolo, osservava la penombra
della stanza come se al mondo non esistesse spettacolo pi
interessante. Era di tutti i colori e aveva il becco molto pi grosso
della testa.
Ehi, Charlie, stupido uccello, vieni un po' fuori! disse il ragazzo
sfilando il chiavistello.
Charlie saltell di felicit. E, roba da non crederci, si trascin
con la grazia di un gattino assonnato tra le braccia di
Bulter, accucciolandosi contro il suo petto, con l'imponente becco coriaceo
rivolto verso il basso, come se fosse timido. Bulter gli accarezz
le penne sul capo.  tonto disse, prima di passarmelo. Charlie
sollev la testa e mi fiss.
 un tucano spieg Tim.
Ci sai fare mi disse Bulter. Gli piaci.
A Charlie piacciono tutti intervenne Tim.
Charlie era ammodo e bendisposto. Come Fio, il pappagallo nel
vestibolo. Non posso dire la stessa cosa degli uccelli che incontrai
in seguito.
Riattraversai il vestibolo con il signor Jamrach, e raggiungemmo il
serraglio. La prima sala era gremita di pappagalli, un ricettacolo spaventoso
di strepiti e occhi folli e tondi, di petti porpora che picchiavano
contro le sbarre di metallo, di ali che sbattevano contro altre
ali rosso sangue, blu Savoia, giallo zafferano, verde erba. Gli uccelli
erano ammassati sui posatoi. Gli ara macao se ne stavano appesi a
testa in gi con gli occhi bianchi sbarrati, e sopra le nostre teste svolazzavano
stormi di piccoli pappagalli verdi. Un gruppo di cacatua
con la cresta ritta e il petto color crema osservava dall'alto la stridula
follia sottostante. Era come essere finiti dentro una risata infernale.
A loro piace cos disse Jamrach.
Mi lacrimavano gli occhi e mi dolevano le orecchie.
Si accalcano.
I pappagalli sono richiestissimi osserv Tim Linver, che ci
camminava accanto con un'andatura disinvolta da arrogante.
Da chi?
Dai clienti.
Girai la testa. Esserini meravigliosi con il corpo azzurro, rosso,
verde, giallo, tutti in fila dietro la gabbia, composti e tranquilli.
I miei parrocchetti disse Jamrach. Sono adorabili.
Vanno via come il pane comment Tim pieno di s, dondolando
sui talloni, come se fosse merito suo.
Questa seconda sala era pi tranquilla. Centinaia di uccelli che
somigliavano a passeri ma di tutti i colori dell'arcobaleno, sistemati
in gabbie lunghe. Uccellini con le ali blu fiordaliso e il petto rosa sorbetto.
L'aria, addolcita dai canti, ricordava quella del primo mattino.
Sei scellini il paio comunic Tim.
La terza e ultima uccelliera era immersa nel silenzio. Piccole gabbie
di legno impilate una sull'altra fino al soffitto, ciascuna grande
a sufficienza per accogliere un unico esemplare. Tutti gli uccelli
erano muti e immobili. Questa sala mi sconcert pi delle altre.
Mi chiesi se il signor Jamrach me ne avrebbe lasciato tenere uno.
L'avrei addestrato, e avrebbe cantato e volato nella mia camera.
Fuori, nel cortile abbacinante, Bulter e un uomo stavano spazzando
l'esterno di un recinto. Un cammello masticava dietro le
sbarre. I cammelli hanno bisogno di masticare come di respirare.
Ora lo so. Allora, per, fu come entrare in un libro illustrato. Gli
animali erano quelli del mondo delle favole, l'orso nero con la macchia
bianca sul petto, il cucciolo di elefante che mi osserv con il
suo occhio sul lato della testa, il muso della giraffa, enorme, che
venne gi dal cielo e mi bagn con le narici calde e dilatate. Il tanfo
mi dava alla testa. L'aria era pregna di natura selvaggia. E poi vidi
la mia tigre nella gabbia, con un leone da una parte e altri animali,
che sembravano cani, dall'altra. Il leone era un gatto maestoso e
terrificante con l'espressione rigida e triste di uno studioso e la criniera
gonfia e ispida. Mi fiss negli occhi per un momento prima di
distogliere lo sguardo nella pi totale indifferenza e leccarsi il naso
con la lingua rosa e carnosa. Il pelo sulla schiena degli animali che
sembravano cani era ritto. La mia tigre passeggiava, la coda spessa
e sinuosa che sferzava l'aria. Piccoli pesci neri le nuotavano sul
dorso. Scimitarre, lame, fasce, nero su oro, nero su bianco. Apatica,
le fauci socchiuse, avanti e indietro, incessante:
tre passi e mezzo, giro, dall'altra parte...
tre passi e mezzo, giro, dall'altra parte...
tre passi e mezzo...
Eccola, la birbante! esclam Jamrach. Sa di essere stata cattiva.
Si sente in colpa, vedi?
Ce l'ha un nome?
Non ancora. Prima deve trovare un acquirente.
Chi compra una tigre? chiesi.
Gli zoo rispose Tim.
Lo zoo di Londra dissi. Non l'avevo mai visto.
Tim e Jamrach risero come se avessi detto una cosa buffa.
Non solo gli zoo spieg Jamrach. Anche i collezionisti.
Quanto vale la mia tigre? domandai.
Si tratta di un esemplare adulto del Bengala rispose il signor
Jamrach. Duecento sterline come minimo.
Duecento per una tigre, trecento per un elefante, settanta per
un leone. Un buon esemplare pu arrivare a trecento sterline. Un
orango ne vale duecentotrenta cantilen Tim.
Salimmo una scala che conduceva a una stanza con dentro una
bestia piatta e lunga come una frittella, un lucertolone stralunato
che sembrava sorridesse, e poi scimmie, tante scimmie, un minestrone
di natura umana, una montagna di gambe e di braccia, un
muro, un sogno di piccole facce. Esseri in divenire. Anzi no, esseri
antichi, creature incredibilmente remote. Ma trascendevano qualsiasi
concetto di tempo. I piccoli si tenevano saldamente alle pance
protettive delle madri, che sopportavano con fare stoico.
E qui... Con un gesto plateale, Jamrach sollev di scatto il
coperchio di una bassa cesta rotonda. Serpenti. Spessi, verdi,
marroni, vigorosi, scivolavano languidamente attorcigliati uno sull'altro
come gomene su una banchina. Bestie vivaci, queste disse,
richiudendo la cesta e fissando il coperchio con una corda.
Un felino enorme con orecchie a punta e occhi che sembravano
brillanti miagol come un gattino al nostro passaggio. Tra le gambe
ci correvano essermi pelosi, animali bellissimi che non sarei mai
nemmeno riuscito a immaginare. Jamrach mi spieg che provenivano
dal Per, un luogo che non avevo mai sentito nominare. E
alla fine del giro, nell'angolo pi buio, una grossa scimmia che si
reggeva sulle nocche mi guard con occhi umani.
Era tutto ci che avevo sempre desiderato. Vivere tra gli animali
e poterli guardare negli occhi. E cos quando tornammo nell'ufficio
pieno di fumo, con il pallido Bulter di nuovo al suo posto dietro
la scrivania, questa volta intento a bere una tazza di cioccolata, e il
signor Jamrach mi offr un lavoro, esclamai: Ma certo! come un
idiota, e tutti scoppiarono a ridere.
 mingherlino disse Tim Linver.  sicuro che sia all'altezza,
signor Jamrach?
Tu che mi dici, Jaffy? mi chiese cordialmente il signor Jamrach.
Sei all'altezza?
S risposi. Lavoro sodo. Ancora non mi conosce.
Finalmente saremmo stati bene, io e la mamma. Lei faceva i turni
allo zuccherificio, lo stabilimento con la grossa ciminiera; io avrei cominciato
come garzone allo Spoony Sailor proprio quella sera. Con
questo e il nuovo lavoro avremmo potuto pagare l'affitto in anticipo.
Tim mi diede una spallata. Capisci che significa,
lascar?(1). disse.
Dovrai spalare la merda nel cortile.
Be', chi meglio di me per quel compito, e quando lo dissi si fecero
tutti un'altra risata. Il signor Jamrach si era seduto di fianco alla scrivania;
si chin in avanti, e sollev il coperchio di carta bianca dalla
scatola ai suoi piedi. Poi con molta attenzione, e con molto rispetto,
tir fuori un serpente molto pi grosso di quelli che avevo visto fino
a quel momento. Se si fosse alzato sulla punta della coda, credo sarebbe
stato pi alto di me. Aveva un corpo triangolare, ricoperto di
squame asciutte e giallastre. La sua lunga testa mi venne incontro.
Ero in piedi a circa un metro di distanza, e lui si allung come un
ponte tra me e Jamrach, rigido come un bastone, fermo come un
dito che mi indicava. Una lingua biforcuta rossa come le fiamme
dell'inferno guizz, fermandosi a pochi centimetri dal mio naso.
S-s-s-sentiamo disse Jamrach, imitando il sibilo di un serpente,
sei dei nostri, Jaffy Brown?
Allungai la mano verso il rettile, ma Jamrach lo tir a s. Non
devi toccarlo mi ammon. A meno che non ti dia io il permesso.
Farai solo ci che ti viene detto, intesi?
Annuii con convinzione.
Bravo disse, riponendo il serpente nella scatola.
Mi occuper io di lui, signor Jamrach? chiese ansiosamente
Tim. Sai mi disse, io so tutto di tutto. Vero, signor Jamrach?
Jamrach rise. Certo, Tim.
Sentito? Farai tutto quello che ti dico concluse Tim.
Jamrach mi disse di tornare l'indomani mattina alle sette, quando
era attesa una partita di diavoli della Tasmania e altre
marmosette. Al pensiero delle marmosette alz gli occhi al cielo.
Quella sera lavorai allo Spoony Sailor. Era una vecchia taverna
tranquilla, e tutti furono gentili con me. Il locandiere si chiamava
Bob Barry, un padrone di casa perfetto, duro come la roccia e spiegazzato
come un vecchio straccio. Seduto al pianoforte, la testa
gettata all'indietro, cant delle vecchie canzoncine sconce con la
voce incatramata. Due uomini con gli zoccoli ai piedi ballarono
una hornpipe su un palchetto, e il cameriere li raggiunse per recitare
delle filastrocche spiritose, vestito da donna. Servii birre, sciacquai
boccali e ripulii tavoli per tutta la notte. Le donne mi davano
pizzicotti sulle guance, una grossa puttana francese mi diede pane
e pancetta affumicata, mi divertii un mondo. Al momento della
polca, il pavimento risuonava come un mare in tempesta.
Le puttane che frequentavano lo Spoony Sailor erano pi licenziose
di quelle del Malt Shovel, ma lo erano meno delle ragazze
del Paddy's Goose, anche se le ragazze del Paddy's Goose erano di
gran lunga pi raffinate e carine. Ne conoscevo una che diceva di
essere una cortigiana e non voleva che la chiamassero prostituta.
Immagino che fra loro ce ne fossero di terribili, ma con me furono
sempre gentili. Erano capaci di ripulire un marinaio in meno di
dieci minuti, e poi di sbarazzarsene senza che il poveraccio si accorgesse
di nulla. Eppure non credo di aver mai visto un marinaio
che non le implorasse in ginocchio di fare quello che facevano. Le
donne li prendevano a sberle, e loro tornavano sempre. Li osservavo
barcollare come cervi rimasti senza compagna, e ripensavo
ai loro meravigliosi canti notturni che passando sopra il Tamigi
arrivavano fino a me, nella mia casetta di Bermondsey. Marinai
provenienti da ogni angolo della terra, lingue straniere che si mescolavano
e vibravano, e l'inglese che risuonava nel mezzo.
Ho sempre saputo che avrei fatto il marinaio, sin da quando
mi afferravo i piedini nella culla. Cos'altro, se no? I marinai mi
avevano smosso il sangue nelle vene prima ancora che nascessi,
ormai ne sono convinto. Una sera, mentre mia madre, incinta, si
trovava sulla fetida riva di Bermondsey, sul grande fiume i marinai
si erano messi a cantare, e il loro canto di sirena era penetrato nella
rosea immensit del mio orecchio appena formatosi nel liquido
amniotico.
O almeno credo.
L'aria dello Spoony era una nuvola grigia, il pavimento scivoloso
per la saliva. Eppure bastava alzare gli occhi per vedere il fumo
avvilupparsi con eleganza intorno ai travetti del soffitto, mentre
due ragazze prodigiose acconciate come bambole intonavano una
nenia sopra la melodia di un paio di violini. C'era forse qualcosa di
pi bello al mondo?
A mezzanotte, quando staccai, il locale era ancora animato. Le
strade erano affollate e rumorose. Avevo del denaro in tasca. Comprai
una grossa zolletta di zucchero di canna e la succhiai tornando
a casa. La mamma non c'era ancora, cos chiesi a Mari-Lou di dirle
di svegliarmi alle sei e mezzo del mattino dopo, poi andai a letto
e chiusi gli occhi, determinato a dormire. Ma fuori c'era troppo
chiasso, e nel nostro palazzo qualcuno stava cantando. Potei solo
appisolarmi, e sognai un mare in tempesta che si abbatteva sulla
finestra.
Il ragazzo che t'ha preceduto  stato morso da un boa disse
Tim. Morto. Uno spettacolo orribile, avresti dovuto vederlo.
Le prime parole che mi rivolse quella mattina nel cortile. Fredda
e spessa, la nebbia mi stringeva la gola.
Mi scompigli i riccioli corvini che facevano di me un lascar, e
mi diede una gomitata leggera nel fianco. Cos'abbiamo, qui? Un
piccolo lascar, eh? Un piccolo lascar, giusto? Stando alla mamma,
mio padre era maltese o greco, non ricordava bene, di sicuro non
era un lascar. Ma con lei non si poteva mai essere certi: diceva cose
diverse a seconda del momento. Tim stava sorridendo, un improvviso
bagliore di grossi denti perfetti. Aspettavamo vicino al recinto.
Bulter, che aveva anche la mansione di custode, oziava nei pressi
del cancello con Cobbe, un omone muscoloso che si occupava della
pulizia del cortile e delle gabbie.
Questi diavoli disse Tim, hanno proprio un caratteraccio.
Che animali sono? chiesi per l'ennesima volta, ma Tim non
aveva intenzione di rispondermi. Diceva che avevano la bocca
grossa e che puzzavano, per non aggiungeva altro. Gongolava,
a saperne pi di me, mi teneva nascoste le cose come fa un cane
con un osso. Una marmosetta era una piccola scimmia, questo lo
sapevo. Le scimmiette non mi facevano paura. Avevo deciso che
non mi sarei lasciato spaventare da niente, ma avere una vaga idea
di cosa mi sarei trovato davanti sarebbe stato d'aiuto. In che senso,
diavolo? E la Tasmania dov'era? Immaginavo un piccolo demone
rosso con tanto di corna e coda, un carro stracolmo di animali fatti
cos, che si muovevano su due gambe con bocche enormi e un
caratteraccio.
Che mangiano? chiesi.
Dita rispose Tim. Nient'altro.
Ah-ah risi, e mi soffiai sulle mani.
Hai freddo? domand Tim. Devi essere forte per questo lavoro.
Scoppiai a ridere. Ero forte. Pi forte di lui, probabilmente. Vediamo
come se la cava con i suoi riccioli d'oro, pensai. Sorrise. A
me battevano i denti, a lui no. Tremava soltanto un po', nell'aria
gelida. Il respiro di entrambi si condensava in nuvolette.
Osserva quel che faccio disse, e non sbaglierai.
Il cancello si apr cigolando davanti al carro di Jamrach di
ritorno dal porto. I diavoli erano in una cassa sul retro. Jamrach si
ferm accanto a Bulter e Cobbe perch la scaricassero nel cortile.
Sentii i diavoli prima di vederli. Non appena la cassa si mosse, cominciarono
a strillare e a gemere come orde di dannati. Le scimmie
dei piani alti ulularono in segno di solidariet. Ma quando li vidi,
scoprii che somigliavano a dei piccoli cani: neri, sporchi e miserandi,
con le bocche spalancate per urlare e le gengive rosse. Puzzavano
da far schifo.
Non avendo molto altro da fare, restai a guardare Tim che entrava
nel recinto con Bulter e Cobbe. Cobbe apr la cassa, e Bulter,
con un'espressione di garbato disprezzo sul volto, tir fuori quelle
povere bestie afferrandole per la collottola. Presero a starnutire
tutte e sei come se fossero finite in una pepaiola gigante. Tim le radun
a un'estremit del recinto, dove si voltarono e spalancarono
le bocche ancora di pi fin quasi a slogarsi la mascella. Gli occhi,
minuscoli e porcini, erano spaventati. I felini e i cani pi grandi
iniziarono a ululare e ruggire.
Jaffy chiam il signor Jamrach. Prendi una lanterna e porta
le marmosette nel sottotetto, ma non toccare nulla fino all'arrivo
di Tim. Mi indic due piccole scimmie con ciuffi bianchi sopra le
orecchie e larghi occhi tondi, che mi fissavano da dietro una grata.
Ciao le salutai, accovacciandomi. Erano in fondo alla cassa,
abbracciate.
Non sono bambini ridacchi Tim dal recinto.
Lo so.
Ricorda quello che ti ha detto aggiunse afferrando un secchio.
Non toccare nulla fino al mio arrivo.
Salii la rampa con la gabbia in mano avvertendo l'alito carnoso
del leone alla mia destra. Non c'era abbastanza luce per poterlo
vedere, e nel sottotetto era ancora pi buio. La fiammella della
lanterna guizzava veloce, sorprendendo qua e l lo scintillio di un
occhio. Sul pavimento c'erano cos tante tartarughe che dovevo
fare attenzione a dove mettevo i piedi. Le grosse scimmie bofonchiavano.
Mi fermai davanti alle marmosette, e posai la gabbia a
terra. Le mie due si strinsero l'una contro l'altra. Tim arriv di l a
poco, fischiettando allegramente mentre si arrampicava con scioltezza
sulla scala.
Jamrach ha detto che puoi metterle con le altre. Mi venne
incontro a grandi passi, con un grosso mazzo di chiavi appeso a un
dito. Non combinare guai, ti tengo d'occhio.
E cos fece, come un rapace, osservando ogni mio gesto, sperando
che sbagliassi qualcosa. Ma le scimmie erano dalla mia parte e
mi trattavano come se fossi la loro mamma, stringendosi a me con
le manine e i piedini ruvidi mentre emettevano sconfortati suoni
gutturali che si udivano appena, senza opporre resistenza. Entrate
dissi, allentando la stretta delle dita, e loro ubbidirono. Ci fu
un rapido movimento di ombre quando riabbassai la sbarra. Avrei
voluto restare per vedere come se la cavavano, ma Tim prese la
lanterna e mi condusse davanti alla gabbia dello scimmione che il
giorno prima mi aveva guardato negli occhi.
Il vecchio Smokey disse.
Il vecchio Smokey mi rivolse lo stesso sguardo calmo che gi conoscevo.
Gli occhi erano piatti e nerissimi, con due puntini scintillanti
effetto della lanterna. Avevano qualcosa a met strada fra la serenit
e la prudenza. La bocca era una linea irregolare e contemplativa.
Oh, creatura meravigliosa, esclamai, ma non a voce alta, lo dissi
dentro di me.
Ti va di entrare? chiese Tim.
Certo che mi andava, ma non ero stupido. Solo se lo dice il
signor Jamrach risposi.
Smokey  a posto ribatt Tim. Ha vissuto per anni in una
famiglia di ricconi a Gloucester Square.  uno di noi.
Che ci fa qui?
Non lo so. Marted parte per il Nord disse Tim. Ti va di
entrare?
No risposi.
Avanti. Ho le chiavi. Credi che Jamrach me le lascerebbe tenere
se fosse pericoloso?
Io e Smokey ci scambiammo un'occhiata.
Forza insist Tim.
No.
Fifone.
Si allontan, lasciandomi al buio.
Buoni, voi! strillava agli animali irrequieti, mentre lo seguivo
incespicando sulle tartarughe che continuavano a venirmi tra i
piedi, tutte prese a muoversi come se dovessero andare da qualche
parte.
Avrei dovuto dargli un pugno per avermi dato del fifone. Ci pensai
mentre scendevo la rampa a passi pesanti, ma non ero mai stato
un tipo manesco.
Tutto bene? ci grid il signor Jamrach.
Lo trovammo accanto alla gabbia dell'orso nero, in compagnia
di un uomo basso e tarchiato che indossava un lungo cappotto e
alti stivali di gomma. Sopra le loro teste, contro il quadro di luce
livida della porta sul retro, si levarono nuvole di fumo.
Tutto bene! url di rimando Tim. Poi, rivolto a me: Lo vedi
quello?  Dan Rymer. Quando sar abbastanza grande, mi imbarcher
con lui.
Jamrach ci convoc nel suo ufficio. L'aroma di caff, ricco e caldo,
faceva venire l'acquolina in bocca. Un leggero frullio d'ali
rianim la fiammella della lanterna mentre attraversavamo la stanza
dei passeri e degli uccellini con le ali blu. L'ufficio era illuminato a
giorno. Bulter stava versando il caff da un grosso bricco. Il vapore
si levava in lente spirali calde, confondendosi con il fumo azzurrino.
Hai fatto davvero un ottimo lavoro, Dan disse il signor
Jamrach sedendosi dietro la scrivania. Scommetto che adesso resterai
a casa per un po', dico bene?
Mai abbastanza e sempre troppo rispose Dan Rymer togliendosi
il cappello, la voce ruvida come carta vetrata.
Tazze piene sulla scrivania di Bulter, e nell'aria un profumo celestiale
di caff. Ma ai miei poveri piedi stava succedendo qualcosa
di molto brutto.
Questo  il ragazzino di cui ti ho parlato continu Jamrach.
 lui che ha pensato bene di accarezzare il naso di una tigre.
Questo qui? L'uomo mi pos addosso i piccoli occhi rugosi e
mi squadr con attenzione. Stringeva fra le labbra una lunga pipa
di terracotta, bianca e nuova, e il fumo gli si avvolgeva in volute
intorno alla testa. Man mano che mi riscaldavo, il dolore ai piedi
diventava insopportabile. Le guance mi si rigarono di lacrime.
Quell'uomo mi ricordava una tartaruga, o una lucertola, per allo
stesso tempo sembrava giovane, perch tra i capelli scuri e ispidi
non c'era quasi traccia di grigio.
Ha bisogno di un paio di scarpe disse Tim.
Tutti guardarono i miei piedi. Feci altrettanto. Blu per il freddo,
sembravano i cuscinetti piatti e induriti delle zampe di un animale.
Le bende erano sporche di sangue.
L'uomo si sedette e si tolse gli stivali di gomma. Poi si sfil un
paio di calzettoni rossi rammendati, e me li lanci sui piedi congelati.
Li ha confezionati mia moglie disse. Anche i rammendi
sono opera sua. Gran donna, mia moglie.
Mi porse una tazza di caff.
Vedi di lavarteli appena torni a casa aggiunse.
Le calze ovviamente erano troppo grandi; mi stavano come due
sacchetti, ma conservavano ancora il calore dei piedi dell'uomo.
Mi piaceva lavorare al serraglio. Mi prendevo cura degli animali.
Il signor Jamrach mi compr un paio di stivali. Spazzavamo
il giardino, pulivamo le gabbie e i recinti, cambiavamo la paglia
e l'acqua e preparavamo i pastoni. Cobbe, grande e grosso, faceva
i lavori pi pesanti. Bulter badava perlopi alla contabilit, ma
all'occorrenza si trascinava stancamente nel cortile per occuparsi
degli animali con consumata disinvoltura. Troppo facile, dicevano
i suoi modi, del resto sono solo leoni, coccodrilli, orsi e serpenti
mangia-uomini.
Tim schedava gli animali. Io contavo e lui scriveva.
Un alligatore cinese. L'alligatore si allung con un sorriso dall'altra
parte delle sbarre metalliche, il corpo mezzo fuori dalla pozza
d'acqua.
Quattro maiali giapponesi.
Quattordici scimmie di Barberia,
Dodici cobra.
Otto lupi.
Una gazzella.
Sessantaquattro tartarughe. Pi o meno. Con le tartarughe non
si poteva mai essere certi, ce n'erano troppe.
Tim e io andavamo d'accordo fintanto che accettavo ogni sua
decisione. Aveva il vizio di filarsela a met di un lavoro, lasciandomi
la parte peggiore. Faccio un salto alle latrine diceva, e spariva
per mezz'ora. Ma se Jamrach era nei paraggi sfacchinava
allegramente, fischiettava, spingeva carriole. Lavorava per lui da quand'era
bambino, mi rivel. Non pu fare a meno di me diceva. Aveva
l'abitudine di sbarrarmi il passo, di parlarmi sopra, di spintonarmi
con una spallata. E io non reagivo. Come avrei potuto? Tim era
biondo, alto e bellissimo, invece io ero un esserino sgradevole e sudicio
che veniva dall'altra parte del fiume. Avrei dovuto rovesciare
la barca scintillante che mi aveva traghettato sulla sponda opposta?
Mai e poi mai. Non lo feci quando mi ruppe un uovo in tasca. N
quando mi offr un panino con i vermi. Mi insegn a prendere in
braccio una scimmia, a mantenere umide le rane e asciutti i grilli,
dove mettermi per schivare i calci degli em, come fare il solletico
a un orso, come dar da mangiare alle locuste e come decapitare i
vermi della farina. Perlopi per si trattava di spazzare e sciacquare,
svuotare le latrine, preparare i pastoni, cambiare l'acqua. Solo
Cobbe e Jamrach potevano entrare nelle gabbie delle scimmie feroci
e nutrire i grossi felini. Io sarei potuto entrare nella gabbia di
Smokey. Lui era buono. Ma il terzo giorno era andato via, a bordo
di un carro, seduto a guardare dal retro della cassa con la stessa
pazienza con cui era rimasto accovacciato nella sua gabbia. Nessun
animale restava a lungo al serraglio, tranne il pappagallo nel vestibolo,
Charlie il tucano e un maiale giapponese che Jamrach aveva
preso a cuore. Lo lasciava gironzolare liberamente nel cortile, ed
era autorizzato a depositare i suoi bisognini, viscosi e neri, dove
avevo appena pulito.
Gli affari andavano bene.
La mia tigre fu portata nel giardino di un sultano a Costantinopoli.
Immaginavo una giungla calda, lussureggiante di fiori e laghetti
che scintillavano, dove la tigre si sarebbe aggirata fino alla
fine dei suoi giorni. Immaginavo il sultano che usciva in giardino
per una passeggiata e se la trovava davanti, faccia a faccia.
Il venerd successivo, dopo quasi una settimana dal mio arrivo
al serraglio, Jamrach mi mand con Tim al negozio dopo l'orario
di chiusura per pulire le gabbie degli uccelli, dar da mangiare ai
pesci e lucidare un carico di lampade a olio arrivate dalle Indie,
insudiciatesi durante il trasporto in nave.
Il negozio si trovava sulla Highway, due ampie vetrine e il nome
ripetuto due volte sopra l'entrata: jamrach's jamrach's. Era tardo
pomeriggio e faceva gi buio. Ero stanchissimo, le giornate si
susseguivano come in un sogno con me che andavo e venivo tra il
serraglio, lo Spoony e casa, e la mamma quasi non la vedevo pi
per via dei suoi turni allo zuccherificio. Il negozio era sporco e ingombro
di roba, e le ombre proiettate dalla lanterna che scattavano
sui muri lo riempivano di presenze spettrali. Non c'era un solo
centimetro libero, e la sensazione era che le pareti vi si chiudessero
addosso. Al centro, vicino alle scale, c'era un manichino, una donna
nuda, capelli neri ammucchiati sulla testa. Mi dava i brividi. 
una giapponese, disse Tim. Guarda, puoi muoverle le gambe e le
braccia. E lo fece, spostandole in una posizione talmente innaturale
che alla luce della fiammella la donna sembrava un demonio.
Il negozio era un labirinto di piccole stanze, gradini e passaggi
angusti, con le pareti tappezzate di immagini di divinit, creature
diaboliche, draghi, fiori stravaganti dalle labbra febbrili. C'erano
montagne, fontane, palazzi, perle. Era come sognare. Un dio verde
mi osservava dal trono. C'era una stanza che conteneva decine di
armature, un gong enorme, coltelli, pugnali, pantofole giapponesi
di seta, un'arpa rosso sangue lucidissima sormontata da una minacciosa
testa di drago con grossi occhi a palla. Tim mi guidava in giro
tutto compiaciuto, neanche fosse stato lui a scovare ciascuno di
quegli oggetti nei loro remoti luoghi d'origine. Roba dai quattro
angoli del mondo! esclamava spalancando le braccia. Sai cosa
abbiamo avuto, una volta? Teste rimpicciolite! Umane! Sembravano
di scimmia.  cos che fanno in quei posti, ti tagliano la testa e se
la legano alla vita come un... un.,. guarda qua. La lingua di un demone
mongolo. E vedi l, sulla parete?  una maschera mortuaria.
Viene dal Tibet. Scommetto che non hai il coraggio di indossarla.
Non ci penso proprio risposi.
Ti sfido a farlo.
No.
Avanti! E dai!
Mettila tu ribattei. ,
Gi fatto. Sono uscito in strada, e all'angolo con Baroda Place
a una vecchia  quasi preso un colpo.
Bugiardo. Ma non dissi niente.
Gli uccelli e i pesci erano sul retro. Pesci provenienti dalla Cina,
arancioni, e bianchi e neri, a macchie, creature grosse con la bocca
grande e gli occhi grandi e tondi che risaltavano come verruche
lattiginose ai lati della testa. E cacatua bianchi, pacati e adorabili,
che ci osservavano lavorare con vivo interesse, pazientemente ammassati
l'uno accanto all'altro. Erano stati trasferiti in una nuova
gabbia, e ci toccava ripulire quella vecchia. A terra c'era uno spesso
strato di lerciume, feci dure e bianchicce che andavano scrostate
con uno scalpello. Erano quasi le cinque e mezzo quando finimmo,
ma dovevamo pensare ancora ai pesci e a disimballare le casse.
Hai fame? chiese Tim. E se andassi a comprare un paio di
salsicce di maiale?
Non starai via a lungo, vero? indagai.
Un minuto e torno rispose, e usc, chiudendomi dentro per
una questione di sicurezza, disse.
Non ci misi molto a dar da mangiare ai pesci. Avevo lustrato
met delle lampade, chiedendomi ogni volta se sarebbe apparso
un genio per esprimere tre desideri, quando sentii i primi brividi di
paura corrermi lungo la schiena. La lanterna sul bancone spargeva
un bagliore tetro e proiettava ombre palpitanti in tutti gli angoli
e i recessi della stanza. Ogni pezzo ripulito raggiungeva gli altri
nella piccola e ordinata comunit sul pavimento. Seduto a gambe
incrociate, lo strofinaccio accanto alla cassa, mi allungai per prendere
l'ennesima lampada, pensando tutto il male possibile di Tim
Linver. Fu allora che i peli sulla nuca si rizzarono, lentamente, facendomi
trasalire, una sensazione come di un dito sottile che mi
scivolava dalla cima della testa fino al primo osso della colonna
vertebrale. Non capivo perch. Sino a quel momento non avevo
avuto particolari timori. Le imposte alle vetrine erano abbassate,
e sentivo i soliti suoni della Highway provenire dall'esterno. Mi
guardai intorno. Solo ombre che pulsavano piano. Cosa mi aspettavo
di vedere? Niente. Nel corso della mia vita, non c'erano stati
episodi che mi avessero portato a credere ai fantasmi. Neppure per
un momento ci pensai. Ancora oggi sono certo che il negozio del
signor Jamrach non fosse infestato da nessuna presenza, ma quella
sera accadde qualcosa.
Il tempo si ferm, e questa fu la prima cosa che notai. Ricordo di
aver alzato lo sguardo e di avere visto ai piedi delle scale la donna
con i capelli neri completamente nuda, le braccia tirate all'indietro
e una gamba piegata malamente all'altezza del ginocchio, in una
posizione sbagliata e terribile. D'un tratto mi resi conto di non sapere
da quanto tempo Tim fosse andato via, n che ora fosse. La
strada era silenziosa, e gi questo era strano, inoltre avevo la bizzarra
sensazione di essere stato svegliato da un forte rumore, anche se
non mi ero accorto di essermi addormentato. Infatti, di certo non
avevo potuto dormire seduto sul pavimento a gambe incrociate...
E dove diavolo era finito Tim? Gli occhi della donna erano due
fessure nere e vispe sulla sua faccia bianca, la bocca niente pi di un
puntino. Sotto le ombre gettate dalla lanterna, avevo l'impressione
che il suo viso si muovesse. Notai che le lampade indiane erano sul
bancone, pulite e ordinate su due file, ma non ricordavo di averle
messe l. La cassa era a terra, di fianco al bancone, dietro una
grande cesta ricolma di stupefacenti conchiglie tutte spine e spirali,
lisce e perlacee, con le bocche aperte. Se non mi sbagliavo, la
luce era sempre pi bassa. I contorni scuri erano meno distinti, pi
neri e fitti, piumati, e le conchiglie presero a contorcersi con grazia
mentre la vena nell'incavo del mio braccio sinistro cominciava a
pulsare. Mi alzai, fissando imbambolato la lanterna. C'erano lampade
da ogni angolo del mondo, e non potevo accenderne nessuna.
E Tim dov'era? Di sicuro non mi avrebbe lasciato l tutta la
notte! Mi chiesi se rischiavo di perdere il lavoro allo Spoony. Mi
piaceva lo Spoony. Non si vedeva un barista in gamba come me da
secoli, aveva detto Bob Barry. Mi trattavano bene. Pi di quanto facessero
al serraglio, pensai. L'ha fatto apposta, mi ha chiuso dentro
per spaventarmi. Perch la strada era cos silenziosa?
Sentivo un groppo ingrossarsi nella gola.
Non so cosa mi trattenne dal correre all'entrata e battere con
violenza i pugni sulla porta, e urlare con quanto fiato avevo in gola
attraverso la buca delle lettere perch qualcuno venisse a tirarmi
fuori. Il punto era che non riuscivo a muovermi. Avevo la bocca
secca, e quando cercai di inumidirmi le labbra scoprii che la lingua
era spessa e collosa. Mi stavo ammalando? Faceva freddo. Da qualche
parte, in una di quelle stanzette affollate, in uno dei corridoi
angusti, sentii svolazzare qualcosa. Una piuma mi solletic la gola.
Un denso banco di oscurit celava la porta aperta che conduceva
al corridoio pi vicino, in fondo al quale si trovava la stanza degli
strumenti musicali. Fissai il buio, e udii di nuovo il frullio d'ali.
Ma certo. Gli uccelli. Avrei tanto voluto averne altri intorno. La
compagnia di quegli animaletti vivaci e bianchi, pensai, era sempre
meglio di niente. Mi sarei accontentato anche dei pesci con gli
occhi a palla. Di sicuro Tim stava per tornare. Sollevai con cautela
la lanterna e m'incamminai piano in direzione delle tenebre, che
al mio passaggio si ritraevano piano. Strana e meravigliosa mi apparve
dinanzi la testa di un drago, una gola dorata che balen per
un solo istante. Quando svoltai a destra, sentii una voragine aprirsi
alle mie spalle. In fondo a quel corridoio c'erano le alte giare di Al
Bab, le ceramiche di Ninive, le inesorabili lame ricurve, i fragili
servizi di porcellana con le tazzine dai manici dorati talmente sottili
che potevo immaginarle solamente nelle mani di una fata. Davanti
a me c'erano demoni e idoli, statuette di di e gong sacri, zufoli
di bamb, dardi intinti nel veleno. La fiammella scov le possenti
corna di un caprone. Gli uccelli si trovavano di sopra, sulla sinistra,
ma dovevo fare attenzione a non voltarmi dalla parte opposta dove
sapevo che avrei visto le armature, ferme sull'attenti, dietro le cui
visiere si nascondeva Dio solo sapeva cosa.
L'attimo prima di imboccare il passaggio vidi una nave. La lanterna
illumin il dipinto di uno strano vascello che si sollevava
dalle acque a poppa e a prua, un imponente castello galleggiante
con numerose torrette, un veliero sul quale imbarcarsi in sogno per
navigare ai confini del mondo.
La luce si spense.
Non andai nel panico. Rimasi fermo, con la lanterna buia in
mano, in un vuoto talmente denso che mi lambiva come la lingua
di un gatto intento a lavare il suo cucciolo. Per pi o meno un minuto
non feci nulla. Poi andai nel panico. Mi voltai e scappai. Al
mio inseguimento si lanciarono tutti i diavoli dell'inferno, tentando
di ghermirmi. Andai a sbattere contro una parete, mi girai e ripresi
a correre, mi fermai di nuovo, mi appoggiai a un muro, ansante. Il
mio respiro terrorizzato sibilava. La parete sotto la mia mano era
salda e immobile.
Avrei trovato la strada a tentoni, come un cieco.
Calmai il respiro e partii, provando un terrore mortale a ogni
passo, finch mi imbattei in una porta aperta, un'invisibile bocca
spalancata che mi alitava addosso un fiato gelido. Ma non riuscivo
a proseguire. Dio solo sapeva cosa si annidava, in silenzio, dall'altra
parte. Quanto indugiai in quella posizione? Il tempo si ferm, io
mi fermai, l'universo si ferm. Rimasi immobile fin quando sentii
la mia anima uscire dal corpo come una spira di fumo e librarsi
nell'aria, leggera e libera, insieme a milioni di altre anime smarrite
in cerca di pace. Fluttuai oltre la porta e mi ritrovai di nuovo a
terra, nel negozio nero come la pece di Jamrach, in piena notte, e
ripresi ad avanzare alla cieca lungo la parete verso il punto in cui
ero certo di trovare il corridoio che conduceva all'uscita.
Quando finalmente lo trovai, strinsi le mani sull'angolo e girai,
con l'impressione di scalare la cima di una montagna gigantesca.
Qualcosa mi sfior l'orecchio, un leggero battito, il respiro di una
mosca, o di un moscerino.
Avevo superato il peggio, centimetro dopo centimetro, uscendo
e rientrando nel mio corpo, e quando non ci furono pi pareti a
cui reggermi mi lanciai nel vuoto. Procedevo nuovamente a piccoli
passi, le braccia tese in avanti. E poi qualcosa mi afferr sotto
l'incavo del ginocchio; un dolore violento, feroce. Andai a gambe
all'aria e picchiai la testa.
Ero atterrato su qualcosa di soffice che tintinnava piano.
Ero esausto.
Urlai. Nessuna luce al di l delle imposte. Non avevo alcun motivo
per rialzarmi. Portai una mano alla fronte, dove si stava
formando un caldo bernoccolo. Il resto del corpo era ghiacciato. Urlai
ancora, piegai le ginocchia al petto e le strinsi tra le braccia. Nella
testa mi vorticavano i colori dei mille oggetti esotici fatti arrivare
fin l da marinai e capitani giunti al termine del loro viaggio. Mentre
scivolavo gi per dormire vidi ergersi davanti agli occhi la nave
imponente del dipinto, l'ultima immagine prima del buio.
Ma dormii? Pi che altro galleggiai dentro e fuori la realt, beccheggiando
in una deriva eterna dentro la notte senza fine, senza
il conforto di sapere che il tempo, intanto, passava. Poi, a un certo
punto, un improvviso sussulto della coscienza: la mente per miracolo
si schiar, e tornai vigile. Qualcosa si sdrai al mio fianco e mi
cinse da dietro. Reale e solido, ader al mio corpo e lo strinse con
forza.
Era reale, lo so. Ma, come ho gi detto, di quella notte ho preso
per vere cose che non lo erano.
Naturalmente non si trattava di nulla di umano, perch le braccia
avrebbero dovuto sprofondare nel pavimento per cingermi. La
sensazione che provavo trascendeva la paura. Era un collasso, un
precipitare rapido, una morte.
Non ricordo altro.
Fui svegliato dal garzone del mattino, il rumore della chiave nella
toppa. La luce mi sorprese sdraiato accanto a un sacco pieno di
conchiglie che tintinnarono quando mi misi seduto, socchiudendo
gli occhi.
Che diavolo ci fai qui? sbrait. Sei il nuovo arrivato? Hai
passato la notte qui dentro?
Provai a spiegargli cos'era accaduto, ma non era intenzionato ad
ascoltarmi e mi allontan in malo modo. Il sole splendeva sopra i
tetti delle case, e io ero in ritardo per il lavoro. E non mi ero presentato
allo Spoony. Andai dritto filato al serraglio. Cobbe stava
trascinando alcune balle di fieno. Diamine, che t' successo alla
zucca? chiese. Tim era sulla rampa, ma appena mi vide salt gi
e mi corse incontro.
Scusami, Jaf disse, sorridendo come se niente fosse.  andata
cos.
Ho perso il lavoro!
Avevo la pelle d'oca per la stanchezza.
Be', non  stata colpa tua. Non possono licenziarti se non 
stata colpa tua, giusto?
E tu che ne sai? L'hai fatto apposta!
Gli occhi mi bruciavano, Sentivo dolore dappertutto. Lo colpii
al petto.
Ehi! esclam indietreggiando, lo sguardo ferito. Che ti prende?
Non  colpa mia.
Mi hai chiuso dentro!
Lo so. L'ho capito quando ti ho visto arrivare poco fa. Le chiavi
le ho in tasca io.
Lo sapevi!
No che non lo sapevo. Ho incontrato un paio di amici, sai
com'. Ho pensato che avessi finito e fossi tornato a casa. Che ti 
successo alla testa? Allung una mano, ma mi ritrassi di scatto.
Sono caduto risposi, la voce strozzata e gli occhi lucidi di lacrime.
La lampada si  spenta.
Povero piccolo sorrise, non devi piangere.
Il naso mi colava.
Poi Tim ebbe la faccia tosta di provare a mettermi un braccio sulle
spalle, e allora lo colpii di nuovo e ci azzuffammo, finendo sotto
la rampa. Cobbe abbai un avvertimento dall'altra parte del cortile.
Ti odio! urlai.
Lui mi blocc i polsi, io gli presi a calci le ginocchia.
Jaf disse, con un tono ragionevole ed esasperante, non lo
racconterai a Jamrach, vero?
Invece s!
Mi guardai intorno, ma del grosso tedesco non c'era traccia. Ti
odio da morire, Tim Linver! dissi, scalciando. Mi liberai i polsi e
corsi verso l'ufficio.
Jaf! Tim mi insegu e mi afferr per una spalla. La voce si
era fatta improvvisamente supplichevole, era spaventato sul serio.
Non dirglielo, Jaffy, mi mander via.
Te lo meriti.
Nell'ufficio, per, c'era solo Bulter, con i piedi poggiati sulla
scrivania. Si stava pulendo i denti con un'unghia lasciata lunga.
Fuori di qui ordin.
Tim mi trascin nel vestibolo. Aveva le lacrime agli occhi. Ottimo.
Attraversammo la sala degli uccelli silenziosi.  stato uno
scherzo si lagn. Tornati nel cortile, raccolsi una scopa da terra e
gli corsi incontro come un giostratore, spingendolo contro la gabbia
dell'alligatore.
Tu sei pazzo ! url.
Lo colpii violentemente, con tutte le mie forze, ancora e ancora.
Basta! Ahi!
Piantatela, voi due grugn Cobbe.  arrivato, ho sentito il
carro.
Lasciai cadere la scopa e corsi alla porta. Tim mi segu e mi
abbranc un braccio. Jaffy! Era sbiancato. Ti prego implor.
Non dirglielo. Ti dar il cannocchiale. Te lo prometto, se non
gliene parli ti regalo il cannocchiale.
Sentii Jamrach salutare allegramente Bulter al cancello.
Ti scongiuro!
Volevo quel cannocchiale. Aveva girato due volte il mondo prima
che Dan Rymer lo donasse a Tim. Con quel cannocchiale, aveva
detto Tim, Dan Rymer era stato il primo uomo a vedere il maestoso
condor della Patagonia librarsi in volo sopra le montagne. Una
volta, solo una volta, Tim me lo aveva lasciato tenere, per una manciata
di secondi. Quel giorno avevo osservato il mondo sotto una
luce nuova. Avevo visto l'ombra querula nell'occhio di uno storno.
Ti supplico ripet Tim.
Lavorai fino alle dieci circa, e poi svenni. O pi semplicemente,
mi accasciai al suolo.
Quella mattina erano arrivati tre piccoli elefanti. Dovevano essere
molto giovani, uno di loro non era pi alto del grosso mastino
che un tempo faceva la guardia alla conceria di Bermondsey. Avevano
le catene ai piedi, e un'aria nient'affatto felice. Fianco contro
fianco, le proboscidi che si arrotolavano e srotolavano a tempo,
zampe immense che si sollevavano e picchiavano svogliatamente
il terreno, avanti e indietro, ondeggiando insieme in uno spazio
talmente limitato da non potersi quasi voltare, in una danza infinita,
Movimenti ipnotici, monotoni, lenti, che mi ubriacarono. Il
rastrello mi scivol dalle mani e mi accasciai al suolo. Mi risvegliai
all'interno dell'ufficio, sdraiato su un cappotto ruvido. Il signor
Jamrach mi stava versando dell'acqua in bocca da una caraffa. C'erano
anche Bulter e Cobbe; e tra loro il collo storto di Tim, la sua
faccia ansiosa che faceva capolino da sopra la spalla di Jamrach.
Che  successo? chiese Jamrach. Non ti senti bene?
Sono stanco risposi, e non ho fatto colazione.
Niente colazione? Come mai?
Gli raccontai che avevo trascorso la notte al negozio e non mi
ero presentato allo Spoony.
Tim mi ha chiuso dentro.
Mi sono dimenticato di tornare!
In quel momento lo odiai. Lo ha fatto apposta accusai.
Non  vero! ribatt, paonazzo.
Bugiardo!
Scoppi a piangere.
Tim disse Jamrach con tono severo.
La scongiuro, signor Jamrach, non mi licenzi implor Tim.
Ho fatto una cosa stupida.
Vuoi dire che questo ragazzino ha davvero trascorso tutta la
notte nel negozio per colpa tua? domand Jamrach.
Era uno scherzo.
E quella fu l'unica volta che vidi Jamrach perdere le staffe.
Le labbra carnose si irrigidirono, ebbero un tremito, e gli usc
un verso dalla gola. Tuon che Tim era un ragazzo perfido, spregevole
e crudele, che sarebbe finito sulla forca e ben gli stava! Per
quanto gli riguardava, poteva levare subito il disturbo! E che non
si facesse mai pi rivedere! Ti credi sempre il migliore, eh, Tim?
Be', non voglio pi saperne niente di te disse, prendendomi sulle
ginocchia.
Ora che Tim lo supplicava di ripensarci, mi dispiaceva per lui.
Singhiozzava disperato, disse che era pentito, che non si era reso conto,
che non avrebbe pi fatto una cosa cos brutta, mai pi, mai pi.
Levati di torno, Tim. Jamrach mi sfior il grosso bernoccolo
sulla fronte. E questo?
Era buio, sono caduto.
Tim era accanto alla porta, le braccia abbandonate lungo i fianchi,
le guance bagnate. Ti do il cannocchiale mormor.
Non lo licenzi, signore dissi io.
Jamrach sospir. Dopo quello che ha fatto? E perch?
Non lo so risposi.
Il pianto sommesso di Tim fu l'unico suono che si ud per un
istante. Jamrach aveva uno sguardo sconsolato.
C' qui l'uomo del signor Fledge annunci Bulter facendo
capolino dalla porta.
Venivano da tutto il mondo. Russia, Vienna, Parigi. Uomini intelligenti.
Jamrach imprec in tedesco e disse: E questa volta cosa
vuole? Un unicorno? Un ippogrifo?.
Bulter ridacchi.
Dov'? '
In cortile. Davanti agli elefanti.
Digli che arrivo disse Jamrach. Un altro sospiro.
Dopo che Bulter fu uscito, mi mise gi e si alz. Tim disse,
spazzolandosi le ginocchia con le mani, pulisciti il naso e smettila
di frignare. Renditi presentabile e fila dritto allo Spoony Sailor.
Racconta per filo e per segno cos'hai fatto, di' a Bob Barry che
Jaffy non ha colpa, e che stasera riprender il suo posto. Digli che
garantisco io per lui. Poi torna qui immediatamente e rimettiti al
lavoro.
Tim corse via.
Jamrach mi prese per mano e mi condusse nel cortile. Arrivo!
url all'uomo alto e magro accanto agli elefanti. Apr una porticina
che dava su un vicolo con i ciottoli nascosti dalle erbacce, fiancheggiato
da alte pareti di mattoni. Era la prima volta che camminavo
mano nella mano con un uomo, come avevo visto fare ai bambini
con un padre, e mi sentivo strano. Non sapevo con certezza come
si chiamasse il mio, a volte mamma diceva Andre, a volte Theo, con
lei non si poteva mai dire. Un marinaio misterioso con l'occhio di
vetro. Alla fine del vicolo, dietro una curva, c'era una casetta. La
porta marrone, con la vernice scrostata, era aperta. Jamrach buss
con le nocche.
Signora Linver! chiam. Ho bisogno del suo aiuto!
La donna dall'espressione furibonda che avevo notato in prima
fila quando Jamrach mi aveva salvato dalla tigre apparve sulla soglia,
asciugandosi sul grembiule gli occhiali appannati. Gli occhi bulbosi
e incerti vagarono su di me con una certa sorpresa e un'emozione
eccessiva. Il bambino della tigre! esclam dopo essersi rimessa
gli occhiali. Si inginocchi e mi poggi le mani sulle spalle. Il signor
Jamrach la mise al corrente della situazione, poi le disse di prepararmi
qualcosa di buono e di mandarmi a casa a riposare.
Lo scorticher vivo! strill la donna dopo che ebbe sentito le
malefatte di Tim.
Jamrach si conged e ripercorse il vicolo a passo svelto. La signora
Linver mi condusse per mano in una stanza piena di biancheria
stesa ad asciugare. C'erano panni ovunque: sugli schienali
delle sedie, su un tavolo, sull'imponente stenditoio appeso al soffitto
sopra un fuoco scoppiettante. C'era un uomo grassoccio senza
capelli, pallido in volto, che intagliava un piccolo ceppo di legno
seduto su una poltrona sfondata; un sorrisetto gli increspava le
labbra. Accanto alla cucina, con un mestolo gocciolante in mano,
c'era anche la ragazzina che mi aveva sorriso tra la folla. Mi sorrise
di nuovo.
Non fu amore a prima vista, ma quasi. Aveva i capelli lisci e
biondi, il viso radioso e innocente, il grembiule sporco. E le lentiggini.
Ishbel ordin sua madre, dagli del porridge. Tuo fratello 
un essere spregevole aggiunse mentre mi passava un panno caldo
sulla faccia, sulle mani, sulle ginocchia, con quella sua
vocetta sottile e tremula. Sciacqu il panno. Ora capisco perch il vecchio ha
preso a cuore questo ragazzino. Mi ricorda il povero Anton. Che
Dio lo benedica!
Notai le unghie rosicchiate e le dita sporche di sangue della ragazzina
bionda mentre liberava un posto a tavola. Poi mi spinse
una ciotola di porridge sotto il naso. La sua gonna era rosso scuro.
La ringraziai, e lei mi rivolse un inchino ironico. Prego rispose,
girando sui tacchi e andando a sedersi ai piedi dell'uomo. Lui aveva
qualcosa di Tim e della sorella, nel senso che gli somigliava se
Tim e sua sorella fossero stati calvi, gonfi come palloncini e completamente
ebeti. '
Non prendertela troppo comoda, signorina la mise in guardia
la madre, ma Ishbel si appoggi di schiena alle gambe dell'uomo,
si strinse le ginocchia al petto e, inclinando la testa di lato, inizi a
fissarmi con aperta curiosit.
Tim apparve sull'uscio. La madre gli and incontro urlando: Si
sbarazzer di te! Sei disgustoso! Sei... sei... Si sbarazzer di te!
Rovinerai ogni cosa!.
Tim sbatt forte le palpebre, mi raggiunse al tavolo e mi tese la
mano.
Mi dispiace molto, Jaffy disse, guardandomi dritto negli occhi.
Davvero. Ho fatto una cosa molto stupida. Sono stato allo
Spoony e ho raccontato tutto. Hai ancora il tuo lavoro.
Mi alzai e ci scambiammo una stretta di mano solenne.
 tutto a posto dissi.
Mezzogiorno. La mamma era a letto quando rincasai. Anche
Mari-Lou e Silky dormivano, lunghi sospiri sognanti al di l della
tenda. Mi infilai sotto le coperte accanto alla mamma, stringendo
il cannocchiale al petto. Il cannocchiale di Dan Rymer, che aveva
girato il mondo. La mamma non si svegli, ma mi accolse nel suo
abbraccio, e un'alta nave mi prese a bordo e mi port via, dentro
un sonno lungo e dolce, su un mare di onde dipinte.
 Note.
1. Nome generico dei marinai indiani che, a partire dal XVI secolo, vennero impiegati
a bordo delle navi europee. (N.d.T.)


Capitolo 3.

Il signor Jamrach adorava i bambini. Tim e Ishbel frequentavano
il serraglio sin da quando erano due frugoletti. Erano gemelli,
averli intorno gli allietava le giornate, e lui dava loro spesso qualche
penny in cambio di piccoli lavoretti. Quando aveva assunto Tim
gli aveva fatto frequentare la scuola due volte la settimana, e fece
altrettanto con me. A undici anni compiuti ero in grado di leggere
e scrivere. Il signor Jamrach diceva che i suoi dipendenti dovevano
saper leggere e compilare un elenco. Imparai in fretta. La mamma
era stupefatta. Sei proprio bravo, Jaf mi disse quando lessi i manifesti
affissi all'esterno della cappella dei marinai.
La Fiera delle Fiere, Tunnel sotto il Tamigi declamai con
soddisfazione. Madame Zan-Zan, Chiromante. I Burattini di
Crinelli. I Meravigliosi Fratelli Marioletti. Serpenti Incantati. Camminate
sui Carboni Ardenti. Barche Volanti. Ingresso: 1 penny.
Il giorno della fiera Jamrach ci conged prima del solito,
elargendoci un paio di monete ciascuno mentre ci sfilavamo gli stivali
da lavoro davanti alla stalla. Ci lavammo alla pompa, ci cambiammo
d'abito spintonandoci a vicenda e scrollando l'acqua dai
capelli, e ci sturammo le orecchie mentre ci affrettavamo lungo
il vicolo. Quel pomeriggio Ishbel aveva lavorato al Malt Shovel
e aveva bevuto un po' di gin. Forse era stato il gin a renderla
aggressiva. A ogni modo, cominci a inveire contro il fratello
non appena mettemmo piede in casa, anche se non era un fatto
insolito.
Dovevi andare a prendere il carbone prima di uscire! Stava
versando la zuppa nelle ciotole, il viso velato dal vapore. Sei un
lurido scansafatiche!
Chiudi il becco, donna ribatt Tim sdegnosamente. E non
darmi dello scansafatiche.  dalle cinque del mattino che spalo
merda.
La signora Linver li fissava con i suoi occhi bulbosi, lo sguardo
un po' stravolto. I capelli bagnati le gocciolavano sulla fronte. Silenzio!
strill, allacciando un bavaglino sotto il mento del marito.
Sono stufa marcia di voi due! Stufa marcia! Strapp il ceppo
di legno dalla mano grassoccia del signor Linver e lo gett in un
cesto sopra un'altra decina di sirene intagliate. Oltre a mangiare,
questo era ci che l'uomo faceva tutto il giorno con straordinaria
costanza, come se fosse caricato a molla: intagliava sirene di legno
che poi la moglie vendeva per strada, statuine con visi appena abbozzati
e seni enormi e sferici, e una coda ricurva che serviva da
base. Era stato un marinaio, in passato - un marinaio affascinante,
per giunta, anche se a guardarlo non lo avreste mai detto. Ishbel
raccontava che correva su e gi per il vicolo con Tim a cavalcioni
sulle spalle, facendo ridere tutti. Poi, un giorno, quando i gemelli
avevano sei anni, era tornato a casa con il cervello spappolato per
via di un pennone che gli era piombato in testa dalle parti di Capo
Verde. Nessuno faceva caso a lui, era come la poltrona sulla quale
sedeva. E nessuno fece caso a me in quel momento, cos mi accomodai
al solito posto e attesi di essere servito. Ishbel sbatt le due
ciotole sul tavolo con una tale stizza che sulla tovaglia d'incerata si
riversarono gocce della zuppa liquida e scura. Aveva dodici anni e
un caratteraccio.
Non  giusto protest. Torni a casa e sei gi pronto per uscire,
mentre io non ho avuto neanche il tempo di pettinarmi. Si
slacci il fazzoletto sporco dalla fronte e scosse la testa.
Stai benissimo la rincuor la signora Linver. Ti ci vorr meno
di un minuto.
Ishbel fece una smorfia alla schiena della madre, irrigidendo i
muscoli del collo e della mascella. Chi credi che l'abbia portato
dentro quel maledetto carbone? chiese a Tim. Io. Io, io, io e
ancora io.  sempre la stessa storia con te. Sono stufa. Ti odio.
Tim, che aveva ancora i capelli bagnati dopo la doccia nel cortile
di Jamrach, si sedette davanti alla sua ciotola e incresp le labbra
in un sorriso sbilenco, intenzionato a irritare la sorella. Il signor
Linver si pieg in avanti e sput nel fuoco.
Che schifo disse Tim.
Il padre gli rivolse un'occhiataccia, fugace ma inequivocabile.
E stasera mi tocca lavorare ancora disse Ishbel. Ma non ci
vado. Non  giusto, ecco! Afferr una brocca di metallo, la immerse
nella pentola e s'infil a passo svelto nell'altra stanza.
Oh, altroch se ci andrai, signorina le url dietro la madre.
Per alcuni minuti la stanza accanto risuon di tonfi, colpi e sospiri
melodrammatici. Quando finimmo di mangiare, Tim e io andammo
a sederci fuori, nel vicolo coperto di muschio, sotto il sole
caldo. Fumammo a turno una pipa, in silenzio. Dopo un po' Ishbel
ci raggiunse, asciugandosi la bocca con la manica.
Non ci vengo con voi disse.
La voce della madre arriv dalla porta aperta. Invece ci vai,
signorina!
Andr con Jaffy ribatt lei, ignorandomi e fissando Tim negli
occhi, ma non con te.
Fu un momento memorabile per il sottoscritto. Erano ormai tre
anni che bighellonavamo insieme lungo la riva. Loro due davanti,
spalla contro spalla, le teste bionde che oscillavano vicine, e io che
allungavo il passo e incespicavo per stargli dietro.
Solo che... Puoi scordartelo disse Tim senza batter ciglio, infilando
le mani in tasca e incurvando le spalle. Si incamminarono
insieme, come sempre. Ishbel portava i capelli tirati all'indietro,
raccolti in una treccia che per si stava sciogliendo.
Era un giorno di festa, la gente era accorsa in massa. Scendemmo
al fiume, pagammo il nostro penny, passammo sotto l'arco e
finalmente entrammo nel fresco tunnel sotterraneo dove la fiera era
in pieno svolgimento, attrazioni su attrazioni a perdita d'occhio:
chiromanti, cavalcate a dorso d'asino, e c'erano delle scimmiette
tristi con una giacchetta azzurra. Sulle carrette dei merciai erano
appesi abiti femminili dai colori sgargianti, alti sopra le nostre teste,
come file di ballerine sospese. L'aria profumava di lavanda,
zucchero e salsapariglia.
Ishbel camminava con le mani giunte dietro la schiena, girando
la testa da una parte all'altra.
Da quando avevamo lasciato la casa dei Linver, lei e il fratello
non si erano quasi rivolti la parola. Dopo aver gironzolato per un
po', ci fermammo a guardare gli idioti che cascavano dal palo della
cuccagna.
Perch non ci provi, Jaf? disse Tim.
Perch non voglio risposi.
Codardo.
Vacci tu.
Io? L'ho gi fatto milioni di volte.
Ah! esclam Ishbel.
Tim sorrise. Piccole rughe da babbuino gli si formarono ai lati
del naso.
Salici tu su quel dannato affare disse Ishbel. Sei cos in gamba.
E smettila di dargli il tormento.
Ma gli farebbe bene ribatt Tim. Gli serve solo una piccola
spinta. Vero?, e mi spinse un po', senza forza, cos se avessi protestato
avrebbe sempre potuto dire che stava scherzando. Vero?
Non gli serve nessuna spinta scatt lei.
E invece s, vero? Vedi? Vedi? Avanti,Jaf, puoi farcela. I piccoletti
sono avvantaggiati,  un dato di fatto. Almeno provaci. Basta
che resti aggrappato un minuto, e intaschi una ghinea.  un affare.
Nossignore, neanche per sogno. Non sono un idiota, io.
Eppure, non so come mi ritrovai a salire gli scalini di legno che
portavano alla parte posteriore del palo ingrassato che era lungo e
arrotondato e somigliava a,un cavallo a macchie con la coda spelacchiata
e la testa dipinta. In quel momento gli stavo guardando
il culo, dal quale spuntavano dei miseri ciuffetti di fibre. Intorno
a me un mare di facce, che non vedevano l'ora che mi rendessi
ridicolo. Scorsi Tim che sorrideva, e l'orlo della gonna di Ishbel.
Allargai le gambe e scavalcai con un balzo il culo del cavallo. Atterrare
sul palo viscido fu come saltare in groppa a un lumacone,
Allungai le braccia, afferrai il legno scivoloso e mi trascinai
in avanti. Per un istante glorioso restai seduto, poi mi rovesciai
a testa in gi, una stupida gocciolina aggrappata a un rubinetto,
destinata a cadere. E infatti caddi, di schiena, sulla segatura. Il
pubblico schiamazz,
Imbarazzato, mi rialzai e mi feci largo tra la folla che non faceva
gi pi caso a me, lasciandomi alle spalle il sorriso di Tim e gli occhi
color nocciola di Ishbel. Via di l. Ma Tim mi corse dietro e mi
afferr per un gomito. Non fare lo scemo, Jaffy disse.
Lo mandai all'inferno.
Non fare il poppante,  solo un gioco! Ci sono passato anch'io.
E Ishbel. Le hanno visto tutti i mutandoni, vero, Ish? Non prendertela,
Jaffy.
Era una cosa da niente. Tutti quanti scivolano dal palo della cuccagna,
 fatto apposta. Solo che Tim, come al solito, voleva umiliarmi.
Colpa mia che gli avevo dato ascolto. Fu la rabbia che provavo
per me stesso a far scattare il mio pugno su quel suo muso compiaciuto.
La rabbia, e quell'ultima goccia che aveva fatto traboccare
il vaso.
Ehi! url.
Non sanguin neppure. La cosa mi fece infuriare. Ancora peggio,
non mi restitu il cazzotto, l'insulto definitivo. Lo attaccai di
nuovo, costringendolo a difendersi, e ci azzuffammo. Ero sul punto
di piangere quando la donna del banco dei dolciumi ci vers
addosso una secchiata di acqua gelida, come si fa coi cani. Ce la
filammo e ci fermammo davanti alle barche volanti che s'innalzavano
verso l'enorme soffitto a volta.
Andiamo, Jaffy propose Ishbel, sfiorandomi le spalle. Facciamo
un giro.
E come? esclam Tim. Abbiamo solo due scellini. Chi gli
paga la corsa? t
Io rispose la sorella. E va' al diavolo.
Stai dicendo che io non salir?
Oh, poverino! Avvicin il viso a quello del fratello. Sei proprio
una carogna, Timmy Linver, un essere perfido, schifoso, orribile
e crudele!
Mi afferr per un braccio e mi trascin nella barchetta rossa e
azzurra che aveva appena scaricato i suoi passeggeri.
Non ero mai stato su una barca volante. Sedevamo uno di fronte
all'altra, con due grandi sorrisi in faccia mentre il mondo rollava su
e gi, su e gi, e la barca era una luna crescente dipinta nel cielo.
Il mormorio della gente si alzava e si attenuava. C'erano risate, le
mie e le sue. Lei aveva una macchia di rossetto sulla guancia, segno
che nel pomeriggio aveva lavorato al Malt Shovel, dove ballava
portando un paio di scarpe rosso sangue con il tacco in ottone,
davanti a uomini che segnavano il tempo battendo le mani. Quando
scendemmo dalla giostra, di Tim non c'era traccia. Restammo
immobili per un istante, senza dire una parola. Per la prima volta
eravamo soli.
Poi Ishbel scroll le spalle, mi cinse con un braccio e mi trascin
via come se fossi il suo fratellino. Era cresciuta molto pi in fretta
di me. Succede cos alle ragazze.
Ci incamminammo pigramente verso casa, in silenzio. All'angolo
di Old Gravel Lane, un vecchio grasso e raggrinzito con la pelle
rovinata dalle bruciature aveva allestito una Famiglia Felice, una
gabbia dove vivevano insieme un gatto, un topo, un gufo e alcuni
ghiri. Ishbel disse che era come il lupo che dimorava con l'agnello,
io per conoscevo il trucco - bastava drogare il cibo degli animali
per sedarli - ma lo tenni per me. Davanti alla cappella dei marinai
Ishbel mi offr una birra allo zenzero e mi disse di aspettarla fuori
mentre entrava ad accendere due candele per i ragazzi. I ragazzi
erano i suoi due fratelli morti in mare poco prima che lei nascesse.
I santi immacolati li chiamava Tim col solito sarcasmo. In
casa Linver ogni loro traccia era sparita, ma gli spiriti dei ragazzi vi
aleggiavano ancora, invisibili come angeli benevoli, e ogni tanto, la
sera, quando non c'era altro da fare che sedersi accanto al fuoco,
la signora Linver lustrava mestamente gli occhiali, versava qualche
lacrima e malediceva il mare. Non era forse comprensibile? Due
figli morti e un vegetale per marito che intagliava sirene di legno seduto
in poltrona. Eppure Tim voleva imbarcarsi. Non vedeva l'ora.
La vita reale era in mare, diceva. Sarebbe partito con Dan Rymer
appena questi l'avesse reputato pronto, morti in mare, era scritto
in fondo all'elenco dei nomi nel grosso libro nella cappella dei marinai,
morti in mare come mio padre. Una volta avevo chiesto alla
mamma se nel libro ci fosse anche il suo nome. No, aveva risposto.
La birra allo zenzero era buona e forte. Sentivo odore di pesce e di
lavanda. Un carro con un carico di zucchero transit cigolando, tra
le stanghe un cavallo marrone con le ginocchia valghe. La brezza
trasportava rumori di martellate e note di canzoni, il sole era caldo.
Chiusi gli occhi e immaginai Ishbel piroettare sui tacchi, le sottane
che si sollevavano, la visione fugace di una caviglia nuda, i marinai
nei loro stracci che lanciavano monete. Quando faceva il bucato
o andava a prendere i secchi con l'acqua, o quando saltellava sui
moli di legno fradici con me e Tim, Ishbel era un maschiaccio dai
capelli arruffati, ma al lavoro era una piccola donna che ballava su
un palco, con foglie tra i capelli e il volto truccato, che lanciava baci
ai marinai.
Non me ne star impalato qui fuori, pensai, e la raggiunsi dentro.
Non ero mai entrato nella cappella. I banchi erano affollati,
una donna stava accendendo una candela. Ishbel era in piedi davanti
a delle icone: Iefte e sua figlia, Giona sputato sulla sabbia,
Giobbe e le piaghe infuocate. In alto, una scritta ad arco diceva:
Sono diventato fratello degli sciacalli e compagno degli struzzi.
Ishbel mi venne incontro. Usciamo bisbigli, stringendomi
un braccio. Ho le fragole.
Ci stavi mettendo un'eternit.
Povero Jaffy disse, arruffandomi i capelli. Ti annoiavi?
Spesso mi trattava come un cane. Di solito, quando si sente
un'affermazione del genere, si pensa che qualcuno tratti da schifo
qualcun altro, facendolo girare come una trottola perch assecondi
i suoi capricci. Ma Ishbel adorava i cani. Col tempo prese a coccolarmi e a farmi il solletico dietro le orecchie ogni volta che mi
vedeva, come faceva con tutti i vecchi randagi che incontrava per
strada. A me non importava.
Andiamo alla barca disse.
Non dovevo pi starle dietro, ora le camminavo accanto come
faceva Tim.
Il relitto della Drago era adagiato su un fianco sulla riva di un
lurido ruscello intasato di liquami, raggiungibile solamente scavalcando
una parete nera e viscida. C'erano ami sparsi a terra, ma
bastava togliersi le scarpe e appendersele al collo, e non respirare a
pieni polmoni, ed era un gioco da ragazzi.
La Drago era stata un piccolo e valoroso peschereccio grande a
sufficienza per tre o quattro marinai al massimo, coperta a met da
un tettuccio di tela e con una cassa a un'estremit per la conservazione
del pesce. Noi ci mettemmo la birra. I banchi di lavoro erano
spariti, ma se il ponte non era troppo bagnato potevamo sederci l
a sbriciolare il legno marcio tra le dita e a osservare gli scarafaggi
che zampettavano veloci fuori dalle fragili viscere della barca. Venivamo
a giocarci quando eravamo pi piccoli. Tim faceva il padre,
Ishbel la madre, io il figlio. Tim faceva il capitano, Ishbel il primo
ufficiale di bordo, io il mozzo. E il pi bello: io che facevo il ladro,
Ishbel la nobildonna e Tim il poliziotto. Questi giochi ci liberavano
la fantasia, e inventavamo storie di mostri con fiere pi bizzarre di
quelle che vivevano nel serraglio di Jamrach. Le disegnavamo sulle
pareti interne della Drago, battezzandole con nomi esotici:
mandibat, camalung, koriole. Di ciascuna conoscevamo natura, abitudini
e caratteristiche. Erano bestie enormi, gibbose, che emergevano
dalla foce del Tamigi con lentezza febbrile, le lingue biforcute che
guizzavano. Le vedevamo con l'immaginazione, dalla prua della
Drago puntata verso il fiume.
Erano secoli che non ci tornavamo.
Ishbel aveva quattro fragole avvolte in un pezzetto di stoffa umida.
Prendi la birra, Jaf disse.
Ci sedemmo a prua e dividemmo il bottino. Non sapevo da dove
venissero le fragole. Non le aveva quando era entrata nella cappella
dei marinai, quindi doveva averle rubate a qualcuno.
Due a testa, mature e mollicce, divorate in un baleno.
Chiss dov' Tim dissi.
Ishbel alz le spalle e mi pass la birra. Secondo te abbiamo
esagerato? chiese.
Forse.
Gli passer. Si lecc le labbra rosse di fragola.
Comunque dissi, a lui non importa quando esagera con gli
altri.
Lei sorrise. Non lo fa apposta a comportarsi come una carogna.
Ma lui non si comporta come una carogna. Lo .
Ridemmo.
 sempre stato geloso disse Ishbel con naturalezza.
La bocca della bottiglia conservava il tepore delle sue labbra.
Presi un lungo sorso di birra.
Stasera niente Malt Shovel disse Ishbel. Non me la sento.
Tanto la mamma non pu obbligarmi, giusto?
Ti caccerai nei guai.
E allora?
Te le suoner.
A volte solo il pensiero di vestirsi per il lavoro la seccava al punto
che rifiutava di farlo. E anche se sua madre la viziava e la
coccolava, quand'era il caso non rinunciava alle maniere forti. Una volta
Ishbel le aveva detto che si sarebbe preparata soltanto se le avesse
comprato un dolcetto, ma quando lei glielo aveva portato lo aveva
spiaccicato sul bell'abito appeso allo schienale della sedia, pronto
per essere indossato quella sera.
Piccola strega! aveva strillato la signora Linver. Sai quanta
fatica m' costata questo vestito?, e le aveva mollato uno sberlone
sulla testa, facendola piangere.
Tim, invece, non lo sfiorava mai.
Non m'interessa se me le suona disse Ishbel, prendendo la
bottiglia.
Non  vero.
Be', non fa differenza. Non ci vado lo stesso. Aspetter che
faccia buio.
Non riuscirai a scendere dalla parete al buio le spiegai. Sarai
costretta a restare qui tutta la notte.
E va bene! esclam, scattando in piedi e rivolgendomi un sorriso.
Allora rester qui tutta la notte!
Anch'io! Mi alzai.
Mi pass la birra e si mise a ballare una danza strana, agitando
le braccia e battendo i piedi. Avevo paura che le tavole marce del
ponte cedessero, facendoci precipitare nell'acqua gelida e lurida.
Smettila dissi. Se hai voglia di ballare, tanto vale che vai alla
locanda.
Si ferm. Non possiamo ribatt. Fa troppo freddo.
Non possiamo cosa?
Restare qui tutta la notte. Congeleremmo.
Aveva ragione.
Andremo a spasso finch non sar davvero tardi propose lei.
Stava dando per scontata la mia compagnia.
Andiamo a ovest dissi, oltre la Torre. Seguiamo il corso del
fiume e vediamo dove ci porta.
Potremmo dormire dietro le siepi aggiunse Ishbel, e chiedere
l'elemosina. Tu puoi fare lo zingaro che predice il futuro. Conosco
una ragazza che predice il futuro al Siamese Cat,  facile. E poi
tu ce l'hai l'aria di uno zingaro.
Fu allora che sentimmo Tim scavalcare la parete fischiettando.
Era davvero bravo a fischiare. Qualche istante dopo i suoi piedi
nudi e sporchi apparvero sopra il tettuccio di tela della barca. Venne
gi con un salto, come un rospo. Che fate di bello? chiese,
buttando a terra gli scarponi che si era appeso al collo.
Abbiamo mangiato un po' di fragole risposi. Ma sono finite.
C' della birra, per.
Ishbel gli lanci la bottiglia. Lui la afferr al volo e bevve un
sorso. Il cielo si stava preparando per la notte.
Non vado a lavorare disse Ishbel.
Non mi dire fece Tim. Schiocc le labbra e ingurgit altra birra.
Poi, prima di passarmela, pul premurosamente la bocca della
bottiglia con la grossa mano sudicia. Era come se tra noi non fosse
successo niente. Un sonoro frullio d'ali si ud sopra il fiume.
Ho fame dissi. Mangerei un cavallo.
Ottima idea replic Ishbel.
Avete monete? chiese Tim.
Ishbel scosse la testa. No.
Ah, perfetto fece lui, e tir fuori una pipa dalla tasca. Ci sdraiammo
a prua e fumammo mentre la temperatura scendeva e la
luce calava. Ishbel aveva le gambe appoggiate sulle ginocchia del
fratello.
Non so che fare sospir. Devo andarci?
Decidi tu. Tim osservava le volute di fumo salire e intrecciarsi
nell'aria ferma. Si mise a cantare Tobacco's but an Indian Weed, una
canzone che Dan Rymer ci aveva insegnato la volta che lo avevamo
incontrato a Wapping, seduto sui gradini che portavano al fiume.
Verde al mattino, tagliato alla sera...
Ishbel gli diede un calcio. Penoso comment.
Tim rise e continu. Mi unii a lui. Quella volta ci eravamo seduti
accanto a Dan, che fumava una lunga pipa bianca tenendola all'angolo
della bocca, e intanto cantava:
La pipa che del giglio ha il Colore,
e che per tanti  motivo di piacere;
con un tocco si  spezzata,
cos dell'uomo  la vita...
E noi in coro:
Vedi di ricordartelo quando fumi tabacco.
A volte ci divertivamo a cantarla al serraglio con Cobbe, ma non
ricordavamo mai tutte le parole. E non le ricordammo neanche
allora. Rimanemmo sdraiati a lungo, in un silenzio confortevole,
finch Ishbel disse piano, con una traccia di tristezza nella voce:
 ora di andare.
Tim apr gli occhi e le accarezz le gambe. Non erano identici,
ma si somigliavano molto. Il mento di Tim era pi pronunciato, i
capelli di Ishbel leggermente pi scuri. Lei aveva il viso spruzzato
di lentiggini, macchioline inquiete che si accendevano e si spegnevano.
Lui no. Dev'essere divertente osservare la faccia di un'altra
persona e sapere che  quasi identica alla tua. Come guardarsi in
uno specchio. A volte si fissavano, affascinati, altre volte chiudevano
gli occhi e si esploravano con le dita, come fanno i ciechi,
le unghie di Ishbel rosicchiate e sporche di sangue, le dita di Tim
lunghe e aggraziate. E ridevano.
Sospirammo, lanciammo la bottiglia vuota fuoribordo, mettemmo
le scarpe al collo e scendemmo a turno dalla parete.
La signora Linver ci sped a fare un bagno, poi ci diede del brodo,
leggero e delizioso. Il vecchio intagliava le sue sirene, il fuoco
crepitava. Eravamo seduti a tavola e facevamo baccano
importunandoci l'un l'altro, quando la signora Linver
ricomparve e cacci
in mano a Ishbel un bicchierino di gin. Solo un goccio, tesoro, per
allentare la tensione.
Non ci vado a lavorare ribatt Ishbel, prendendo il bicchiere
senza guardarla.
Non dire sciocchezze. La signora Linver not il codino scarmigliato
della figlia e inarc un sopracciglio. Oggi non ti sei pettinata,
vero?
Vero.
Vedo. Sar meglio che ti prepari.
Non puoi obbligarmi. Nessuno pu farlo. Ishbel mi lanci
un'occhiata complice, e poi sorrise. Tu mi capisci, diceva il suo
sguardo.
La signora Linver, che le aveva gi voltato le spalle, si gir. Non
ho tempo da perdere disse. In piedi. Subito.
No. Ishbel ingoll il gin in un sorso e fece schioccare le labbra.
Non fare la stupida disse Tim. Si tratta di lavoro.  cos per
tutti.
Andr a lavorare quando ne avr voglia ribatt lei.
Se stasera non ti presenti al Malt Shovel, ti licenzieranno. La
madre le afferr un braccio e cerc di farla alzare dalla sedia, ma
Ishbel rideva aggrappata al tavolo. Solo quando il tavolo cominci
a traballare, e le ciotole caddero a terra schizzando brodo dappertutto,
moll la presa e si tir in piedi.
Ho detto che non ci vado! Sei sorda, per caso? strill dentro
l'orecchio della madre.
La signora Linver sussult, si strofin una tempia.
Non ne posso pi! url Ishbel. Non mi va di ballare, lo capisci
o no?
Smettila di urlarmi nelle orecchie,  pericoloso! strill a sua
volta la madre. Potresti spaccarmi i timpani.
E se anche fosse?
Fu allora che la madre le moll uno schiaffo. Avevo assistito a
decine di quei litigi, ma stavolta Ishbel le restitu il ceffone. Il tutto
dur molto poco - un secondo -, gli occhiali della madre di traverso,
i suoi grossi occhi nudi.
Trattenemmo il fiato. Ishbel scoppi a piangere e si gett a terra,
accanto alle gambe del vecchio. L'uomo spost lo sguardo assente
e benevolo sulla testa della figlia, raschiando piano la coda della
sirena a cui stava lavorando.
La signora Linver si tolse gli occhiali. Le labbra tremavano, gli
occhi erano cerchiati e docilmente socchiusi. Pul le lenti sul grembiule
con mani insicure, guardandoci, dolorosamente cieca.
Oh, mamma! esclam Tim. Si alz di scatto e corse ad abbracciarla.
Un giorno capirai, ragazzina egoista mormor la signora
Linver con la voce rotta.
Ishbel piangeva. S, s, s disse, acida.
Va tutto bene, mamma disse Tim. E tu smettila, Ish.  tutto
a posto, mamma.
S, s, certo, certo. Ish gli rivolse un sorriso esagerato e scatt
in piedi. Il lavoro mi aspetta. Il mio bellissimo lavoro. E si precipit
nell'altra stanza.
Venti minuti dopo uscimmo di casa. Ishbel aveva abbondato
con la cipria per nascondere l'impronta delle cinque dita sulla
guancia e le labbra erano troppo rosse. Non prendi mai le mie
difese rinfacci a Tim.
Non  vero.
Stai sempre dalla sua parte.
Che dovrei fare? Io lavoro. Certi giorni mi alzo alle quattro di
mattina. Come Jaf. Tutti dobbiamo lavorare.
Non ne posso pi si lagn lei tirando un calcio a un sasso.
Quando rialz la testa, gli occhi erano lucidi.
L'abbracciai. Ti aspetto, e ti accompagno a casa dopo il lavoro.
Non ce n' bisogno s'intromise Tim.
Ishbel mi restitu l'abbraccio. Grazie, Jaffy. Granelli di cipria
bianca mi entrarono nel naso, e mi venne da starnutire. Sembrava
una bambola. Sei molto generoso.
Generoso? sbuff Tim.
Avrei voluto stringerla ancora, invece la lasciai andare.
Tim si piazz davanti a lei, senza dire una parola, e la fiss a lungo,
uno sguardo intenso e tenero. Stava accadendo qualcosa, ma
soltanto tra loro due, io non c'entravo. Tim aveva le spalle incurvate,
il labbro inferiore pendulo. Il suo viso aveva un che di adulto,
che non sapevo da dove saltasse fuori. Ishbel si tranquillizz.
Ci incamminammo separatamente. Sulla porta del Mah Shovel,
Ishbel mi disse: Torna pure a casa, Jaffy. Grazie.
Ish deve prepararsi disse Tim.
La mamma non c'era quando rincasai. Presi il cannocchiale di
Dan Rymer, mi affacciai alla finestra che dava su Watney Street e
scrutai l'oscurit che s'infittiva: una faccia, un gatto, un carciofo, la
pozzanghera che scintillava sotto la fontanella.
Adesso il cannocchiale riposa sul fondo del mare, dove fin
molto tempo fa. Lo rimpiango ancora. Era un oggetto meraviglioso,
ottone laccato e mogano lucido intagliato. Sul paraluce,
piume d'argento intarsiate. Il cannocchiale che uso oggi  meno
ricercato, ma le sue lenti non temono confronti. Osservo gli uccelli,
e certe notti le stelle attraverso la rete che ripara il giardino.
Conoscere le stelle  fondamentale per chi va per mare. Mai fidarsi
del sole o della luna - a volte giocano brutti scherzi - ma
sulle stelle si pu contare. Quando le guardo con il cannocchiale
 come guardare delle piccole ali bianche frementi, infiammate
d'argento. Se metto a fuoco l'occhio di un uccello riesco a vederci
uno scintillio, la vita. A volte, qualcosa si avvicina cos tanto da
farmi sobbalzare.
Succede lo stesso quando guardiamo il passato: ali bianche
luccicano da lontano, ma non abbiamo modo di distinguere altro.
Ma se ci avviciniamo, ecco il sartiame di una grossa nave che
intrappola il gelo serale in una ragnatela; i tetti delle case, nitidi
nell'obiettivo, ingigantiti; e a volte una stretta al cuore, pi vicina.
 una notte di tarda primavera. Il disegno di
uno scrimshaw(2),
ruvido sotto le dita, mi ricorda le piume incise sul mio vecchio
cannocchiale, e improvviso arriva anche il ricordo di una notte
di tanti anni fa:  la fine di una giornata meravigliosa, il cuore
batte piano, sto tornando a casa piangendo, senza sapere perch,
e mentre punto il mio occhio che pu vedere tutto sui tetti penso
a Ishbel. Probabilmente sta sorridendo da un palchetto, stringe
monete di rame nelle sue piccole mani, sanguinanti, tra le piccole
dita, e canta Little Brown Jug, The Blind Boy at Play, The
teart that Can Feel for Another, e i marinai ubriachi ridono e
piangono.
 Note.
2. Osso di balena, o di un altro mammifero acquatico, intagliato. (N.d.T.)


Capitolo 4.

E tanti saluti a Jaffy. Non  durato molto, vero? Cos' stato, quel
bambino? Una specie di farfalla. Si  alzata un'onda e l'ha trascinato
via. Una tigre l'ha divorato.  rimasta soltanto la sua testa, sui
ciottoli. Lasciate che lei vi parli. Lasciate che rotoli lungo la vecchia
Ratcliffe Highway, uno spettro famelico che ulula la sua storia a
chiunque abbia voglia di ascoltarla. Adesso so perch i marinai, sul
fiume, cantano divinamente, ora capisco perch quando li sentivo
dalla mia casetta di Bermondsey la mia giovane pelle rabbrividiva.
Lo scoprii a quindici anni.
Tim era diventato importante. Dopo che Bulter si era sposato
e trasferito, Jamrach aveva detto che era troppo in gamba per il
serraglio e troppo poco pratico per stare a contatto con gli animali,
Cos, mentre io, Cobbe e un nuovo ragazzo facevamo il lavoro
sporco, lui se ne stava in ufficio a macinare soldi. Si presentava al
mattino con un colletto bianco che la madre inamidava ogni sera.
Ci eravamo avvicinati. A volte si comportava ancora come una carogna,
ma era uno di quelli a cui si perdona tutto. A qualcuno
capita. Una volta non gli rivolsi la parola per tre settimane. Non
riusciva a sopportarlo, e un giorno mi si par davanti a testa alta,
con quel suo fare da adulto, e con una certa gravit disse che io ero
il miglior amico che avesse mai avuto. L'unico amico vero. La vita
 breve. Che possiamo farci?
Il giorno che sentimmo parlare del drago Tim era in cortile con
noi, a battere i piedi per il freddo. L'uomo del signor Fledge e Dan
Rymer erano rimasti tutta la mattina in ufficio, assorti in una discussione
che pareva importante. Avevano congedato Tim per parlare
in privato.
Qualcosa bolle in pentola continuava a dire dandosi un tono,
e fingendo di sapere pi di quanto in realt sapesse. I riccioli gli
ricadevano sulla fronte, gli occhi luccicavano. Il respiro si condensava
in nuvolette. Lo richiamarono in ufficio dopo che l'uomo del
signor Fledge se n'era andato. Ne usc di corsa dieci minuti pi
tardi.
Mi imbarco con Dan! Andremo a caccia di draghi! Diventeremo
ricchi!
I draghi non esistono disse Cobbe.
Tim farfugli che Dan conosceva un uomo che a sua volta conosceva
un uomo che aveva visto un drago uscire da una foresta su
un'isola a est del mare di Giava. Il signor Fledge, che desiderava
ci che gli altri non avevano n avevano mai avuto, si era messo in
testa di essere la prima persona del mondo civilizzato a possedere
un drago. Una nave sarebbe salpata di l a tre settimane e Tim
si sarebbe imbarcato come braccio destro del grande cacciatore.
Avrebbero fatto rotta verso est, e poi ancora a est, fino a circumnavigare
il globo terrestre.
Gli ha dato di volta il cervello disse Cobbe, picchiettandosi la
tempia con l'indice.
Immaginai un grosso mostro volante che batteva le ali lentamente,
come un airone, che sputava fuoco, affrontava cavalieri, divorava
damigelle e sedeva su cumuli di tesori. Narici enormi tondeggianti,
talmente grandi da poterci strisciare dentro, come facevamo
noi nelle fogne di Bermondsey.
Ero io che ci sapevo fare con gli animali. Perch non avevano
scelto me?
Non sar una passeggiata dissi. Soprattutto per il fuoco.
Quale fuoco?
I draghi sputano fiamme dalle fauci.
Non dire sciocchezze. Quello succede solo nelle favole. Non
mi credi, vero? Allora vieni. Era euforico, gli occhi che brillavano
per l'eccitazione. Mi condusse nell'ufficio, dove Dan Rymer e il
signor Jamrach stavano sorseggiando un bicchiere di brandy sotto
una spessa coltre di fumo. Diteglielo voi che  tutto vero fece
Tim. Diteglielo. Si abbandon sulla sua sedia, allung le gambe
sulla scrivania e incroci le, dita dietro la testa.
 cos rispose Jamrach. Per fortuna il signor Fledge ha pi
denaro che buon senso. Scoppi a ridere, subito imitato da Dan
Rymer.
Un drago?
Una specie. Dan scarabocchi qualcosa su un pezzo di carta.
Sempre che esista. I nativi ne sono convinti. Lo chiamano La Ora.
Le voci circolano da sempre. Un tizio di Sumba mi ha raccontato
che il nonno fu divorato da una di queste bestie. E poi c' la testimonianza
di un isolano, un cacciatore di balene. I racconti sui draghi
si sprecano. Mi mostr il disegno. Sembrava un coccodrillo
con le zampe lunghe.
Ma non  un vero drago, se non ha le ali! protestai.
Dan scroll le spalle.
Staremo via tre anni intervenne Tim, estatico.
Due o tre lo corresse Dan. Dipende.
Dipende da cosa? domandai. Dan scroll di nuovo le spalle.
La Lysander, una baleniera di propriet del signor Fledge, era
salpata da Hull alla volta del vecchio Greenland Dock per essere
caricata. Tim e Dan Rymer si sarebbero imbarcati al suo ritorno
per occuparsi delle fiere - sempre che ne avessero trovate. Portatemi
un drago aveva detto l'uomo del signor Fledge, e in vita
vostra non avrete pi bisogno di lavorare.
Sopportai la sbruffonaggine di Tim per qualche giorno, poi andai
al Greenland Dock. La Lysander - una nave molto vecchia,
probabilmente uno degli ultimi esemplari di quel tipo - stava mettendo
insieme l'equipaggio. Mi arruolai. Il signor Jamrach non
avrebbe certo avuto difficolt a sostituirmi al serraglio.
Ti sar utile per gli animali spiegai a Dan. Sono pi bravo
di Tim.
Lui inclin la testa all'indietro, socchiuse gli occhi per il fumo
bianco che gli solleticava il volto e disse: Be', potrai sempre tenerlod'occhio.
Ma la mia povera mamma la prese malissimo. Oh, Jaffy, non
partire mi preg. Ho sempre saputo che sarebbe successo, e ho
sempre sperato che non succedesse. Sar dura, sai? Troppo, per un
ragazzino come te. E quando sarai l fuori non ci sar pi spazio
per i ripensamenti,
A quei tempi viveva a Limehouse insieme a un pescatore di
nome Charley Grant, un tizio accettabile. Quando le parlai della
spedizione, stava preparando delle aringhe su un banco: le sventrava,
le rivoltava e pressava le lische con la parte piatta di un coltello.
Lo so, mamma, ma io non ne avr. Non sembrava giusto che
mi vedesse cos felice, ma non potevo farci niente. Era diventata
paonazza e si sforzava di trattenere le lacrime. Io, invece, ero al
settimo cielo.
Tu non sai proprio niente sbott.
Cara mamma. Adesso nessuno avrebbe pi potuto scambiarla
per una bambina. Era ingrassata, la pelle aveva perso freschezza, i
capelli sulle tempie erano spruzzati di grigio. Ma camminava ancora
a passo spedito.
L'ho sempre saputo che prima o poi sarebbe successo ripet
angosciata, e io mi sentii in colpa. Le volevo un gran bene. Per me,
lei sarebbe sempre stata un caldo abbraccio nella notte.
Cosa vuoi che ti porti, mamma? dissi, cercando di rallegrarla.
Non voglio niente, stupido zuccone!
Non devi preoccuparti, mamma! Far esperienza. Non posso
vivere qui per sempre, no? Non c' lavoro. Come far a prendermi
cura di te, se resto qui?  un'occasione d'oro. Pensaci!
 questo il guaio ribatt lei, spingendomi da parte con una
mano sporca di pesce e slacciandosi il grembiule. Continuo a pensarci.
Oh, al diavolo. Hai mangiato?
Anche troppo. Ma prendo una tazza di t, va bene?
Tutta questa storia mi sembra assurda disse, avvicinandosi al
fuoco.
Risi.  questo il bello. Lo ! Dovresti essere orgogliosa! Potrai
raccontare in giro che tuo figlio  andato a caccia di draghi. Come
i cavalieri del passato.
Avevi detto che non avresti partecipato a nessuna caccia. Si
volt di scatto, l'attizzatoio stretto in pugno.
No, no, infatti. Risi di nuovo. Sembravo isterico.  Tim che
andr a caccia, non io. Ma far parte dell'impresa.
L'impresa! Che parolone! Lo ripetevo in continuazione allo
Spoony e al Malt Shovel per farmi bello con le ragazze. L'impresa!
La grande impresa!
Hai solo quindici anni disse mia madre, sei solo un ragazzino.
Lo so.
Oh, lo sapevo eccome. Per questo aveva dei vantaggi. Mi trattavano
come un bambino, grosse prostitute, stringendomi tra i seni
morbidi che sapevano di limone e lavanda. Pi di una volta avevo
affondato la faccia tra quei promontori cremosi, ciucciando forte
come un poppante, e a differenza dei clienti non avevo mai sborsato
un centesimo. Ma adesso ero cresciuto. Addio, ragazze di Londra.
Jaf Brown girer il mondo, e la prossima volta che lo incontrerete
avr una storia da raccontare.
Oh, Jaffy, non andare! Si copr rabbiosamente un occhio con
il palmo della mano. Vorrei che tu...
Ti prego, mamma la interruppi, imbarazzato e irritato.
Ti prego, avrei voluto dirle, non rovinare tutto. Non voglio stare
in pena per te mentre sono in mare. Ti prego, mamma, ti prego,
non complicare le cose.
Ci sono un mucchio di soldi in ballo, mamma dissi. Il signor
Fledge  un uomo molto ricco.
Siediti e bevi il t. Sapeva che non mi avrebbe mai convinto.
E questo  niente disse Tim quando lo incontrai. Avresti dovuto
sentire mia madre. Uno spasso! Si premette in faccia le dita
affusolate. Oh, non tu! Non tu, Tim! N-o-o-o! Oh, Signore Dio
Onnipotente! N-o-o-o! ,
Ridemmo. Cos'altro pu fare un figlio, se non spezzare il cuore
di sua madre?
Andiamo da Meng disse.
Ishbel era alla locanda di Meng con Jane dello Spoony. Era questo
che faceva. Lavorava tutta la notte al Quashies, al Rose and
Crown, al Paddy's Goose, e il pomeriggio lo passava da Meng. La
Drago era scomparsa da tempo, andata in pezzi durante un'asfissiante
settimana di giugno, quando le alghe limacciose puzzavano
come le ascelle di Nettuno. Adesso Meng era la nostra Drago.
Davanti alla porta stazionava un cinese con una tunica rosso brillante.
Immagini di seta alle pareti, la grossa bocca del caminetto che
splendeva di un bagliore giallo. Mi sedetti accanto a Ishbel, contro
la parete. Tim si stravacc all'altra estremit della panca, masticando
una radice di liquirizia, vicino a Jane.
Oh, eccoli qui disse Ish con voce strascicata. Salute a voi,
grandi esploratori. Questi due pidocchi stanno per abbandonarmi,
Jane.
Lo so fece Jane, tirandosi i riccioli fulvi. Ne parlano tutti.
Tre anni! Che far da sola per tre anni? Mi mise un braccio
sulle spalle. Ci abbracciavamo teneramente da due, ma non mi aveva
mai permesso di baciarla. Stavo impazzendo.
Meng ci chiese se volevamo mangiare qualcosa. Tim annu e
pag per entrambi.
Tre anni? disse Jane.  un sacco di tempo.
Forse meno precisai, per amore di verit.
Be', non vi conviene stare via troppo a lungo, ragazzi fece
Jane. Bob dice che non vuole perderti, Jaf, lo sai.
Secondo me questo Fledge  matto intervenne Ishbel ravviandosi
i capelli. Era ancora abbracciata a me. Per forza. Non si fa
mai vedere in giro, ha un sacco di pretese e nessuno lo conosce, 
di sicuro fuori di testa, completamente matto, secondo me. Scommetto
che vive recluso in un castello con una maschera sulla faccia
perch  brutto come la fame.
Non c' dubbio. Tim si avvicin al collo morbido e cremoso
di Jane. Ma che importa? Basta che paghi.
Non  un vero drago ricordai loro.
E tu che ne sai? sbott Tim. Non lo sa nessuno di cosa si
tratta.
C'era un drago sulla mensola del camino, accanto a un
assortimento di pipe e a un gufo di cera. Mi torn alla mente la storia
raccontata da Dan. Immaginavo il drago con gli occhi enormi, arrossati
e tristi, e la lingua color porpora biforcuta come la coda di
una rondine e sottile come uno stelo d'erba, che guizzava dentro e
fuori dalle fauci. Seduto, in attesa di essere trovato.
Dan Rymer crede che ci sia qualcosa di vero disse Tim con
fermezza.
Ah, s? ribatt Ishbel. Sa tutto, costui.
Sa un sacco di cose, poco ma sicuro. Tim butt la testa all'indietro,
soffi una grossa nuvola di fumo azzurro verso il soffitto e
sorrise. I capelli dorati scintillavano alla luce delle fiamme. Non
sono nemmeno sicuro che avesse davvero voglia di partire. Certo,
diceva lui, ma con Tim non potevo dare niente per scontato.
Perfino Jamrach ne sa meno di Dan in fatto di bestie selvatiche
aggiunse.
Ci sono draghi e draghi, ovviamente. Noi dovevamo dare la caccia
a un drago orientale. L'esemplare sul retro della tunica rossa
del cinese che presidiava la porta e quello sulla mensola del camino
erano draghi orientali, cio delle specie di feroci serpenti alati
con innumerevoli spire, una grossa testa baffuta e occhi enormi e
sporgenti.
Non  un vero drago ribadii. Non ha le ali.
Sono contenta che vai anche tu, Jaf disse Ishbel. Avvicin il
viso al mio, e avvertii il suo alito speziato. Indietreggiai un po'. Eravamo
cos vicini solo quando andava a lei. Non era giusto.
Sei felice di liberarti di me? domandai.
Non essere sciocco rispose. Mi pos la testa sulla spalla - neppure
questo era giusto! Hai buon senso. Dovrai prenderti cura di
Tim.
Tim sbuff, e affond nel grembo di Jane. Cinsi la vita di Ishbel
con im braccio. Lei mi lasci fare.  semplicemente un coccodrillo
molto grosso dissi. Daremo la caccia a un coccodrillo, tutto qui.
Lo so mormor lei sorridendo, gli occhi pesanti e assonnati,
e forse non lo troverete neppure.
Tim si addorment con la testa sul grembo soffice di Jane, che
era vestita di bianco, portava scarpe bianche e biascicava con un
sorrisetto una melodia che anni prima avevo sentito cantare a
Ishbel all'angolo profumato di Baroda Street, accanto al banchetto
delle erbe aromatiche. Scendeva la pioggia, schizzi scuri sui ciottoli,
e c'erano marinai in giacca azzurra e donne che guardavano
radiose l'esserino imbellettato che cantava The Mermaid lisciandosi
i capelli con una spazzola immaginaria davanti a uno specchio
immaginario, sua madre accanto a lei con un cesto pieno di sirene
pettorute. Quando era arrivata a Tre volte ruot la nostra splendida
nave, tre volte ruot..., Ishbel aveva fatto una giravolta e si
era lasciata cadere sul marciapiede, in un tripudio di sottane vorticanti,
le braccia che fluttuavano sopra la testa e sembravano alghe.
... e precipit in fondo al mare,
il mare, il mare
la nostra nave precipit sul fondo del mare.
Il compleanno di Ishbel e Tim cadeva il primo di agosto.
Quando comp dieci anni le regalai una conchiglia. Lei la degn
appena di uno sguardo.
A undici le regalai un flick hook. Lei ci si divert un paio di volte,
sfogliandolo sotto il tettuccio di tela battuto dalla pioggia.
Per il dodicesimo compleanno non le regalai niente, e mi ripromisi
di non regalarle mai pi niente.
Per il tredicesimo le regalai un'arancia.
Per il quattordicesimo un topolino pezzato. Lo chiam Jester, e
lo portava sempre con s nel grembiule.
Per il quindicesimo compleanno le regalai un anello d'oro che
avevo rubato a un marinaio ubriaco allo Spoony.
Jester mon.
Per il sedicesimo compleanno le regalai un topo ratto domestico.
Era un esserino speciale e lei lo adorava. Lo chiam Fauntleroy.
Quando passeggiava, Fauntleroy faceva capolino dal suo
cappuccio. Era bianco come la neve e aveva vivaci occhi rosa. Gli
piaceva la musica. Fauntleroy era con lei quando venne a salutarmi.
Lord Lovell  sulla porta della stanza
e striglia il suo destriero bianco e immacolato,
ed ecco Lady Nancy Bell,  qui per dire
buona fortuna a colui che ha sempre amato.
Oh, sto per partire amore mio,
mi attende un luogo esotico e incantato...
Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare la strofa successiva.
Ho visto luoghi esotici, e loro hanno visto me. Mi hanno guardato,
con calma e attenzione...
Due giorni prima della partenza mi trovavo nella sala degli uccelli
silenziosi, un luogo che continuava a esercitare su di me una
forte attrazione, quando ebbi la sensazione di essere osservato.
Sono passata a salutarti disse.
Non ci sarai alla partenza?
Ci sar rispose, ma ci saranno tutti, no?
Mi inginocchiai e le baciai le mani forti e tozze, le sue unghie
rosicchiate, e piansi e le dissi che l'amavo. No, non  vero.
Dissi: Oh, e nient'altro.
Ho solo un minuto disse.
Lavoro?
Mia madre.
Ah.
Mi divertir un mondo senza voi due tra i piedi.
Risi. Non ti piacerebbe venire con noi? chiesi.
Fece una smorfia. Le baleniere puzzano.
Eravamo impacciati. Potrebbe essere la mia ultima occasione,
pensai. Cos l'abbracciai. Vi odio tutti e due disse Ishbel, scoppiando
improvvisamente in lacrime. La baciai sulle labbra, e lei
ricambi il bacio. Trascorsero lunghi e dolci minuti, poi disse che
doveva andare. Mi prese la mano e mi port fuori, mentre mi girava
la testa. L'accompagnai al cancello sul retro. Cobbe si stava
dando da fare nel cortile. La leonessa rosicchiava pacificamente un
pezzo di manzo, tenendolo tra le zampe, leccandolo con amore, gli
occhi chiusi.
Lo terrai d'occhio, vero? disse Ishbel. Non  coraggioso
come vuole far credere.
Neppure io.
Pap non gli stringer la mano mi rivel. Ha pianto. Non
dirgli che te l'ho detto.
Non lo far.
Ci sorridemmo come due stupidi.
 un bambinone disse.
Anch'io.
Come sta tua madre? domand.
Se la caver. Ha chiesto a Charley di convincermi a restare per
lavorare come pescivendolo. Parli sul serio? ho detto. Mi stai
davvero chiedendo di scegliere tra un banco dei pesci e girare il
mondo?
Ishbel scoppi a ridere. Si pass una mano tra i capelli e ripet:
Devo andare, ora.
Tre anni e sarei tornato cambiato, un uomo. Avrei visto i luoghi
esotici che sognavo da una vita. Avrei visto il mare. Potresti
mai stancarti di guardare il mare? mi aveva chiesto lei una volta,
mentre eravamo sul ponte. Ishbel il mare non lo aveva mai visto, e
prego che non lo veda mai.
Tornai a casa e guardai il tramonto dalla finestra. Era maggio. Il
cielo era un occhio rosso, i tetti delle case neri. C'erano isole nel
cielo. E onde. Vedevo le Azzorre, quelle isole meravigliose. Jaffy
Brown non c' pi. Si  trasformato,  stato trasformato, in uno
spettro che vaga su un oceano infestato da di. I miei occhi e l'orizzonte
indaco sono una cosa sola.
Il mattino dopo, di buon'ora, un gruppo di stivatori e
chiattaioli sulla banchina, un pugno di vecchie donne e qualche madre,
ma non la mia. Ci eravamo gi salutati. Non sopportava l'intera
faccenda, diceva. Se proprio devi andare, vai, e torna in fretta, ma
non aspettarti che sia felice per te. Anche il signor Jamrach non
voleva che partissi. La sera prima mi aveva posato una mano su
un braccio, aveva avvicinato il volto al mio e mi aveva fissato coi
suoi occhi azzurri, umidi, mettendomi a disagio. Sta' attento, Jaf
aveva detto rauco. Domani non verr al porto. Ci eravamo scambiati
una stretta di mano cordiale e avevamo sorriso goffamente,
finch un cliente in cerca di uccelli mi aveva fornito l'occasione per
svignarmela.
La moglie di Dan Rymer era sulla banchina, una donna chiara di
carnagione, slanciata e con la schiena dritta, un neonato in braccio
e altri bambini aggrappati alle sottane. L'equipaggio di una nave
portoghese, appena sbarcato e pronto a fare bisboccia, adocchi
Ishbel che era venuta direttamente dal Paddy's Goose con le scarpe
rosse ancora ai piedi.
Non pianse, n fece scenate. Si limit a dare un piccolo bacio
sulla mia bocca e su quella di Tim. Il suo abbraccio per lui fu pi
lungo.
Riportalo a casa sano e salvo, Jaf mi disse.
Riesco ancora a vederla, l sulla banchina, mentre ci saluta con
una mano e si ripara gli occhi dal sole con l'altra.
 
Capitolo 5.

Quando finalmente fui a bordo, il terrore che mi rosicchiava le
viscere si confuse con una specie di gioia. Volevo guardare una balena
negli occhi. L'unica balena che avessi mai visto era quella che
aveva inghiottito Giona nel dipinto della cappella dei marinai. Non
aveva un volto. Era una massa informe, una mostruosit con una
bocca. Le balene per gli occhi li avevano, lo sapevo, e io volevo
guardarci dentro, come avevo sempre fatto con tutti gli animali del
serraglio di Jamrach. Perch lo facevo? Non lo so. Non sono mai
riuscito a spiegarmelo.
Eravamo euforici, una massa di idioti eccitati con i cuori eccitati
che si affannavano da una parte all'altra senza sapere dove mettere
le mani. Non sapevamo niente di niente, e non ci conoscevamo
ancora. Otto membri dell'equipaggio, su un totale di venti o pi
uomini - uomini! - non erano mai stati su una nave. Felix
Duggan, il pi giovane, era un quattordicenne loquace di
Orpington; il
pi anziano, un nero pelle e ossa di nome Sam, aveva sessant'anni.
Grazie a Dio Dan ci teneva d'occhio, a me e a Tim, anche se non lo
dava a vedere. Lo conoscevo da sette anni, ma prima di quel viaggio
ignoravo chi fosse realmente. Adesso lo so. Adesso lo conosco
meglio di chiunque altro.
La Lysander, piccola e agile, era una meraviglia. Ne aveva passate
tante, ma si difendeva bene. Dal cassero di poppa, il capitano
osservava il suo equipaggio che si rendeva ridicolo, mentre il primo
ufficiale di bordo, un pazzo dai lineamenti marcati di nome Rainey,
percorreva la tolda a grandi passi bestemmiando e imprecando
come un forsennato. Cristo Onnipotente, pensai, che ho fatto? Mi
ha forse dato di volta il cervello? Oh, mamma. Gli alberi, i pennoni,
le vele... tutta l'immensa struttura che svettava sopra le nostre
teste era la ragnatela tessuta nel cielo da un ragno fuori controllo.
Funi su funi, migliaia di maledette funi, ognuna con un nome diverso:
bastava afferrare quella sbagliata, e il danno era fatto. Non
ho idea di come riuscimmo a salpare. Probabilmente grazie a quei
pochi marinai che sapevano il fatto loro: il vecchio nero di nome
Sam, un altro nero di nome Gabriel, Yan - un orientale alto - e
il nostro Dan. La nave salp grazie a loro quattro e a un pugno
di ragazzi, non molto pi grandi di me e Tim, che prima di allora
si erano imbarcati una volta o due e si consideravano per questo
dei lupi di mare. Noi pivellini inciampavamo e ci impappinavamo,
intralciando il lavoro degli altri. Persi di vista Tim. E anche Dan.
Volevo dare l'impressione di muovermi con disinvoltura, e avevo
messo su un'espressione che speravo sembrasse zelante e intelligente.
Notai di sfuggita il molo che si allontanava, la gente sempre
pi indistinta; udii il rintocco, delicato e cupo, di un orologio londinese
che mi augurava buon viaggio.
Nella mia confusione, un ragazzo con la testa tonda e scura mi
si par improvvisamente davanti. L'espressione persa ma stoica,
le labbra serrate per l'imbarazzo. Era nelle mie stesse condizioni,
si dondolava sulle gambe e non sapeva da che parte girarsi. Per
un secondo i nostri sguardi si incrociarono, in reciproca e muta
comprensione. Poi lui sorrise, la bocca chiusa e rigida, un sorriso
particolarmente rilassato date le circostanze.
Preceduto da un rumore di stivali pestati a terra con forza e da
quello che sembrava lo sbuffo di un cavallo, il signor Rainey si abbatt
tra noi come una saetta scagliata dal cielo. Dove vi credete
di essere, a una festa? domand. Moll una sberla sul testone del
ragazzo, mandandolo gambe all'aria. Idioti ringhi con cattiveria,
prima di allontanarsi con andatura sbilenca. Dio solo sa perch
mi risparmi. Probabilmente perch aveva gi puntato un'altra vittima,
un poveraccio arrampicato sul sartiame. Fottuto imbecille!
sbrait guardando su. Perch non vai a farti fottere, tu e la tua
fottuta razza bastarda? Scendi subito!
Mi allontanai alla svelta, alla vana ricerca di Tim. La mia presenza
era del tutto inutile. Qualcuno mi diede uno scappellotto sulla
nuca. Sveglia! sentii dire.
Non so da dove cominciare! sbottai in un improvviso attacco
d'ira. Come potevano pretendere che sapessi cosa fare?
L'uomo era allampanato e magro, con un naso lungo, vigile
come quello di un formichiere, e sopracciglia arcuate che gli davano
un aspetto da clown. Vieni disse, trascinandomi all'argano.
Oh, Dio, quell'argano, quella gigantesca ruota orizzontale sul
ponte, vicino al castello di prua - oh, quanto avrei voluto starmene
l sotto, con la mia cassetta da marinaio... Iniziai a spingere insieme
a un ragazzo biondo, grosso e forte come un bue. Persino lui
grugniva e sudava, imprecando ostinatamente nella propria lingua.
Mi stava spezzando la fottuta schiena! Il tizio alto e magro venne
a darci una mano. I capelli lisci e castani, sottili come il resto del
corpo, gli ricadevano sugli occhi. Tutt'ossa, o quasi, ma ne aveva di
energia. Arri op disse, spingete!
Spingete. Spingete. Oltre qualsiasi limite credevate di avere,
spingete. Ero vagamente consapevole degli altri che correvano di
qua e di l chi fischiando, chi urlando, chi ridendo, degli scricchiolii
striduli della nave in manovra, di una nuova assenza di peso che
mi dava la sensazione di cadere nel vuoto, anche se i piedi erano
ben piantati sulle assi di legno.
L'equipaggio portoghese ci applaudiva e ci incitava a gran voce,
ma non c'era pi tempo per voltarsi verso la banchina dove Ishbel
era ferma a guardarci insieme ai chiattaioli mezzo addormentati,
alle madri con il cuore spezzato e alla moglie di Dan Rymer.
Lasciammo la citt navigando sul fiume. I pontili e le taverne
si allontanavano lentamente, il sole cominci a splendere con pi
forza ammantando d'oro i magazzini e la superficie increspata
dell'acqua. La brezza scuoteva piano le vele. Il capitano, un soggetto
massiccio con il petto e i lineamenti squadrati, la carnagione
chiara e lentigginosa e sottili sopracciglia rossicce, camminava tra
di noi in compagnia di un cane dal pelo lungo e scuro, sorridendo
a mezza bocca a nessuno in particolare e rivolgendosi soltanto al
primo ufficiale di bordo. La presenza del cane - del tutto inaspettata
- mi rendeva felice.
Tim e io ci incollammo a Dan. Aveva un mucchio di cose da
insegnarci, disse, e cominci subito. Ci lasciammo alle spalle tutto
ci che sapevamo, come se qualcosa ci fosse caduto dalle braccia.
Su entrambe le rive il paesaggio si tinse di verde e di rosa, le paludi
ci inghiottirono. Sopra i giunchi s'inseguivano i versi tristi degli uccelli
con le gambe lunghe. Gabbiani con occhi selvatici solcavano
energicamente l'aria al nostro fianco e ci tennero compagnia fino
a North Foreland, dove Rainey mi ordin di salire sul colombiere.
Sono un buon arrampicatore, le grandi altezze non mi spaventano.
E quello era il momento migliore per salire, con il mare che si
gonfiava davanti agli occhi e le vele dell'albero maestro issate per
catturare il vento. Era la prima volta che vedevo il mare per davvero.
Era immenso, ovviamente. Uno scintillio impossibile da immaginare,
anche se in vita vostra non aveste fatto altro che
immaginarlo. L sopra, con la Lysander a vele spiegate, io cavalcavo un essere
vivente. Il bompresso si impennava e precipitava come il collo di
un cavallo al galoppo. La schiuma ruggiva, le lance dondolavano
tra i legacci. Guardai in basso e vidi Dan Rymer che parlava tranquillamente
con il capitano sul cassero di poppa. Sam pelle-e-ossa,
il volto un ammasso di rughe, che si spostava rapido lungo un pennone
con l'agilit di un gatto di mare, e intanto sorrideva. Il cane
del capitano trotterell sul ponte sotto il suo pelo scuro e arruffato
e sollev una zampa contro l'albero di maestra. Persi la cognizione
del tempo, del futuro, di qualsiasi cosa, ero incredibilmente e spaventosamente
felice e sapevo di avere fatto la cosa giusta.
Pi tardi, poco prima che il capitano pronunciasse il suo discorso,
Tim e io ci godemmo un minuto di pace, in contemplazione del
mare dal parapetto. Questa  vita, Jaf disse Tim, mettendomi
un braccio sulle spalle. Per tutto il giorno era stato come un cane
che si era liberato del guinzaglio. Era dell'aria aperta che sentiva la
mancanza, non degli animali. Tremava appena, se per il freddo o
per il nervosismo non saprei dire. Dirigersi per la prima volta verso
l'ignoto d una strana sensazione. Desideri farlo, ma hai paura.
Tim non lo avrebbe ammesso mai e poi mai. Per anche un cieco si
sarebbe accorto che era spaventato.
Questa  vita ripetei.
La nostra conversazione fin l, poi il capitano ci convoc sul
cassero di poppa per l'assegnazione dei turni di guardia e la composizione
degli equipaggi delle lance.
C'erano tre scialuppe a bordo, senza contare quelle di riserva,
comandate rispettivamente dal capitano - Proctor -, dal primo ufficiale
Rainey e dall'ufficiale in seconda Comeragh, il tizio alto e
magro con il naso grosso che mi aveva tirato uno scappellotto e mi
aveva detto di svegliarmi. Non volevo finire sulla barca di Rainey. I
due ufficiali sovrastavano di quindici centimetri buoni il capitano,
che nonostante la stazza di tutto rispetto era piuttosto basso. Adesso
erano in piedi accanto a lui, uno da una parte, uno dall'altra, due
vasi colorati e alti con un recipiente panciuto e pallido nel mezzo,
Rainey che stringeva dei fogli dietro la schiena, le gambe divaricate,
Comeragh che sembrava stesse sempre sorridendo. Ma quella
era semplicemente la sua faccia.
Signori, mi complimento con voi per lo splendido lavoro inizi
il capitano, passando in rassegna l'equipaggio senza battere ciglio.
Noi pivellini ci affidammo alla reazione dei pi esperti, che avendo
capito che si trattava di una bonaria presa in giro scoppiarono a ridere.
Un mezzo sorriso comparve anche sulle labbra del capitano.
Andremo d'accordo continu, gli occhi che sfrecciavano da un
uomo all'altro se ricorderemo tutti una cosa. Lunga pausa, occhi
saettanti. Una nave  un luogo pericoloso, e a maggior ragione
una baleniera. Lunga pausa. Obbedirete su due piedi agli ordini
impartiti dal sottoscritto e dai due ufficiali di bordo. Non saranno
ammesse eccezioni. E questo  quanto.
La voce era squillante, limpida, pi decisa e convincente della
faccia, che aveva tratti troppo infantili per essere quella di un capitano.
Il cane che oziava ai suoi piedi con un'espressione idiota sul
muso non faceva nulla per mitigare questa sensazione. Parl con
entusiasmo di doveri, obbedienza e collaborazione per una decina
di minuti, poi ci spieg che chiunque si era imbarcato per la prima
volta avrebbe avuto un mentore, al quale avrebbe obbedito, punto
e basta. Qualcuno di voi forse non sa ancora che questo viaggio
ha un doppio scopo disse. A bordo con noi c' il signor Rymer.
Rivolse un cenno della testa a Dan. Il suo lavoro  dare la caccia
alle bestie selvagge. Quando raggiungeremo le Indie orientali olandesi
il nostro interesse primario, vale a dire stivare quanti pi barili
di olio possibile, passer temporaneamente in secondo piano. Al
momento, per, questo non deve impensierirvi. Siete cacciatori di
balene, la vostra  una professione nobile e pericolosa. Il vostro
compito, ora,  imparare in fretta.
La legge che vigeva a bordo era molto severa, disse, con regole
e sanzioni chiare. Era molto semplice, disse. Le regole potevano
essere consultate in qualsiasi momento, dato che erano affisse nel
castello di prua e nei quartieri di poppa. Chi non sapeva leggere
avrebbe chiesto l'aiuto di un compagno.
Mandatele a memoria. Da oggi saranno la vostra Bibbia. E
questa... Con un movimento fluido da prestigiatore, il capitano
fece comparire come dal nulla una frusta enorme, provocando un
sussulto in tutti noi. ... questa verr usata contro chiunque infranger
la legge di bordo. Chiunque. Senza eccezioni.
Tenendola arrotolata, sollev quella diabolica arma di cuoio affinch
la vedessimo tutti.
Ho intenzione di metterla via. Spero vivamente di non rivederla
pi per il resto del viaggio, ma badate a non dimenticare le mie
parole.
E, detto questo, la fece girare lentamente davanti alle nostre facce,
mentre noi la seguivamo con gli occhi.
Bene, direi che pu bastare. La lanci al signor Comeragh,
che nonostante parve colto di sorpresa, l'afferr con destrezza. Poi
si rivolse al primo ufficiale: Signor Rainey, proceda pure con l'assegnazione
delle barche.
Rainey lesse una lista di nomi. Adesso che non strepitava, non
sembrava pi soltanto un orco. Labbra spesse, lineamenti marcati,
era allo stesso tempo affascinante e sgradevole, e dava l'impressione
di essere un eterno scontento. Linver, Brown, Rymer, eravamo
tutti assegnati a Comeragh. Fu un gran sollievo. Comeragh era il
migliore dei tre. Finii con lui anche quando vennero stabiliti i turni
di guardia, Tim e Dan finirono invece in quello di Rainey. Significava
che erano pi in gamba di me?, mi domandai. Comunque ero
ben felice di non far parte del gruppo di Rainey.
 una vecchia bagnarola disse Gabriel, il nero alto e muscoloso
come un lottatore. Non so proprio cosa mi sia passato per la
testa. Secondo me non arriva a Capo Verde.
S che ci arriva lo contraddisse Dan. Ha i suoi anni, ma  in
buone condizioni.
Non ce ne sono pi in giro molte, fatte cos.
Vero. E presto non ne rimarr nessuna.
Il primo rancio sul ponte, tutti noi del castello di prua seduti
accanto alle raffinerie intorno a un grosso pezzo di lardo duro
come un sasso che qualcuno aveva appoggiato sopra un tino che
avevamo soprannominato il ragazzo. Tagliavamo il lardo a fette
e le mettevamo nel piatto. La carne salata mi pizzicava la lingua.
Non  Proctor che comanda ricominci Gabriel.
Vero,  Rainey intervenne un ragazzo con i capelli castani delloYorkshire, che si era imbarcato a Hull. Le tira lui le fila,  lui
quello da tenere d'occhio.
Ah, s? fece il ragazzo che si era beccato un ceffone da Rainey.
Aveva uno o due anni pi di me e non riusciva a star fermo con le
ginocchia. Edward Skipton, per tutti Skip.
S. Il ragazzo dello Yorkshire mise gi la tazza. Due anni fa ero
con lui sulla Mariolina. Al tempo era l'ufficiale in seconda. Rainey sa
il fatto suo, Proctor in confronto  un pivello, tale e quale a te.
Allora io sono pi pivello di un novellino ribatt Skip a voce
bassa.
Ges Cristo! imprec Tim, che nel tentativo di mordere una
galletta per poco non si slogava la mandibola.
Rainey  un duro continu il ragazzo dello Yorkshire, ma
ho visto di peggio. E questa nave non  male, sar una passeggiata.
Siete stati fortunati.
Gabriel annu. E a Proctor far comodo averlo a bordo. Non 
tagliato per comandare.
E tu che ne sai? chiese Tim.
Gabriel arpion un pezzo di carne con il coltello. Era pi grande
di noi, un uomo in tutto e per tutto. Ne ho conosciuti, di capitani
rispose, appoggiandosi all'indietro e tirando fuori un pezzo
di tabacco da masticare.
Il primo turno di guardia, a babordo, tocc a me. Era una bella
serata, grosse stelle bianche e la luna. I pochi uomini presenti sulla
tolda oziavano: Felix Duggan perdeva tempo con la ramazza,
Comeragh giocava con il cane, il cuoco, un enorme caraibico che non
sorrideva mai, fumava la pipa sulla porta della cucina. All'inizio fu
tutto meraviglioso e inebriante, la nave che rollava leggera, l'acqua
nera e viscosa che si intorbidiva sotto la luce della lanterna, un
martello che picchiava, gli scricchiolii e i cigoli degli alberi e delle
assi di legno. Finch un po' alla volta, senza che me ne accorgessi
se non quando ormai era troppo tardi, il malessere si insinu in me.
Il beccheggiare lento delle murate, le macchie sul ponte, lo sciabordio
dell'acqua che mi ricordava quello della poltiglia che colpiva i
piloni verdi di melma sotto la banchina di Bermondsey. Chiusi gli
occhi. Al buio ogni cosa si alzava, si abbassava, si impennava, precipitava.
Vivere sembrava una faccenda strana, complicata e senza
fine. Che succedeva? Mi scottava la fronte e sudavo freddo. Oh,
no, no... Stavo per sentirmi male, ecco che succedeva.
Aprii gli occhi. Nessun altro nelle mie stesse condizioni. Dovevo
resistere almeno sino al termine del turno di guardia, mezzanotte.
Ti prego, fa' che non succeda a me. Non a me. Tieni duro. Su e gi,
l'orizzonte blu scuro andava su e gi. Eravamo ancora nelle acque
della Manica, ma a me sembrava gi di essere in pieno oceano,
ed era pazzesco se solo pensavo a tutta la strada che dovevamo
fare. Merda. Ecco che arrivava, non potevo farci niente... Corsi sul
fianco della nave e diedi di stomaco. Solo liquidi. Bene. Adesso mi
passa. Invece no, rigurgitai pezzi di gallette non digerite e indigeste
che non c'era stato verso di masticare, viscidi vermi di lardo color
rosa che mi si infilarono tra i denti e mi provocarono altri conati.
Mi vide Skip.
Butta tutto fuori e ti passer disse, mentre tornavo barcollando
al mio posto.
Be', era una dannata bugia.
Imparai una dura lezione in quei primi due giorni. Stare male
non dispensava dal lavoro.
Tranquillo mi disse Comeragh, avvicinandosi, passer. Ogni
capitano  stato un pivello, sai.
Pass, ma non per sempre. Ho pochi ricordi, i miei compagni
sul ponte, il mare calmo in perenne movimento, il nostro beccheggiare
indolente sulle onde, la strana luce dell'acqua che era come
un ronzio. Mezzo addormentato, fissavo i parapetti che si impennavano
e ricadevano paurosamente, non c'era niente che stesse
fermo. Pensai che ero contento di far parte del turno di guardia
di Comeragh.  vero, mi aveva tirato uno scappellotto, ma senza
cattiveria. Pass, come passa tutto, finch la mezzanotte mi salv e
m'incamminai verso la mia cuccetta nel castello di prua, le gambe
malferme e lo stomaco in subbuglio. Inciampai al buio, urtando
qualcuno che grugn. Il materasso mi pizzicava la pelle. Le tenebre
mi cullavano come una mamma. Le assi di legno scricchiolavano.
La puzza, intensa, oleosa, di sangue e spezie, di fumo e di corpi, di
sale e di pece. Volevo mia madre. Dormii con gli occhi chiusi, ma
con tutti i sensi all'erta. Sognai piccole creature smarrite - minuscole,
morbide dita - che piagnucolavano e succhiavano dai poppatoi.
Sdraiate sulla schiena, indifese, arrese, afflitte dall'enormit
di una perdita che non potevano capire. Come lo sapevo? Non lo
sapevo. Qualcosa si gonfiava e si contorceva nel mio cervello. Ogni
tanto mi svegliavo, affondando e risalendo. Poi vidi Ishbel. Cantava:
Vieni da me, mio tesoro, vieni da me, amore mio. Mi afferr
la testa e se la sfreg al petto, si slacci il bustino. Al mattino mi
svegliai gemendo, e ai miei lamenti fecero eco altri lamenti. Alzai lo
sguardo e vidi un ragazzo di colore che si sporgeva dalla cuccetta
e vomitava in un secchio di legno che Yan il cinese, accovacciato al
suo fianco con i capelli arruffati e seminudo, stringeva tra le mani.
L'odore dolciastro e sgradevole della bile appesant l'aria. La nave
sband. Qualcuno aveva conati di vomito, rumore di qualcosa che
cadeva in un liquido, qualcuno si lagn. Mi usc di bocca un suono
soffocato, come il verso di un cane al quale un pezzo di osso 
andato di traverso. Yan volt il capo, mormorando piano nella sua
strana lingua smozzicata, e con un gesto rapido spost il secchio
sotto la mia faccia. Guardai i resti grumosi dello stomaco del ragazzo
di colore, chiusi gli occhi e rimisi anche l'anima.
Be', indovinate un po'? Tim, in tutta la sua gloria dorata, non
aveva mai il mal di mare. Mai. Non durante le tempeste, non con
le onde morte. Quel giorno, invece, io e altri sette o otto non facemmo
che frignare e sbavare, rivoltati e purgati come un mondo
perfetto dal male.
La luce livida del mattino ci invest dal boccaporto aperto. Uccidetemi.
Non riesco ad alzarmi. Mamma, vieni, voglio la tua mano
fredda e confortante sulla fronte, cantami qualcosa, dimmi: povero
piccolo Jaffy, resta a letto e cerca di dormire un po'. Il materasso
puzzava. Il viso sorridente e clownesco di Comeragh url: In piedi,
ragazzi, in piedi! Basta poltrire.
Yan usc sul ponte, lasciandoci il secchio.
Muoviti, Jaf disse allegramente Comeragh. Andiamo, Bill.
Non sapr mai come raggiungemmo il ponte, ma in qualche
modo ci arrivammo. Non c'era piet: sgobbavi, vomitavi nelle sentine,
ricominciavi a sgobbare, e avanti cos. Quella terribile mattina
Felix Duggan, il mozzo quattordicenne con la carnagione pallida e
morbide labbra carnose, fu il primo a salire sul colombiere. Aveva
la bocca aperta e il colorito giallastro. Oh, pensai, riportatemi a
casa, riportatemi a casa e non fatemi pi vedere il mare. Potresti
mai stancarti di guardare il mare? mi aveva chiesto Ishbel sul
Tower Bridge. S, cara Ishbel, s.
Non ha senso mugugn Felix, sferrando un calcio all'albero
maestro mentre si sforzava di non piangere. Perch io e non tu?
disse a Henry Cash, un tizio arrogante e guardingo che anni prima
si era distinto in mare e faceva in modo che tutti lo sapessero,
ma cosa fosse successo esattamente io non lo sapevo, dato che
Cash non era uno che vi dava corda. Tu non stai male. Lui non
sta male aggiunse Duggan indicando Tim. Perch devo andarci
io?
Non ne ho la pi pallida idea rispose Henry Cash, impassibile.
Va' a chiederlo a Rainey, se hai il coraggio.
Non ci sono balene in queste acque intervenne il ragazzo dello Yorkshire che aveva navigato con Rainey. John Copper. Ormai
conoscevo i nomi di quasi tutti.
Chi lo dice? domand Cash.
Visto? Felix si asciug il naso con un gesto rabbioso. A cosa
serve cercare le balene, se non ce ne sono?
 il capitano che prende le decisioni disse Cash. Fece un sorrisetto e gir sui tacchi.
Pronto per leccare il culo a Rainey mormor John Copper.
Gli converr ripararsi la testa, se mi sento male lass. Felix
sput rabbiosamente a terra e cominci ad arrampicarsi a fatica
sull'albero per il suo turno di due ore.
Non ci sono balene in queste acque ripet John Copper. E
chi  che lo dice? Eh? Proctor? E lui che ne sa? Non ci sono balene
in queste acque...
E non ce ne furono, o almeno non ne vedemmo fin quando arrivammo
a Capo Verde, e per allora la vita da marinaio mi aveva
conquistato. C'erano momenti, di notte, in cui mi era chiaro
che finalmente avevo raggiunto il luogo che mi chiamava sin da
quand'ero nella pancia di mia madre. Il castello di prua era il mio
secondo grembo. Non avrei potuto desiderare di meglio, neppure
i quartieri di poppa dove alloggiava Dan, anche se l c'era la possibilit
di consumare il rancio accanto alla cucina. Troppo vicino al
capitano e ai due ufficiali, il quartiere di poppa, bisognava tenere
gli occhi aperti. Nel castello di prua non mancava niente. Avevamo
le canzoni cupe di Sam e il violino di Simon Flower, un ragazzo di
Cape Cod. Non facevamo che parlar, mentre le volute di fumo
si trasformavano in nuvole sopra le nostre teste; e nelle nuvole e
nelle volute io vedevo mondi azzurri, altopiani velati di nebbia, un
paesaggio in continua metamorfosi, finch un mattino, dopo quattordici
giorni di navigazione, tutto questo apparve all'orizzonte,
reale come le assi di legno sotto i miei piedi, quando Gabriel url
Terra! dalla coffa.
Montagne enormi e azzurre, strati su strati di viola, grigio, lilla
e rosa contro il cielo. Corsi a prendere il vecchio cannocchiale di
Dan Rymer. Erano meravigliose, le Azzorre. Il clima era mite,
dolce, caldo. Gettammo l'ancora al largo di Horta, sull'isola di Faial.
Vidi edifici bianchi, il campanile di una chiesa e il grande cono di
una montagna che si stagliava sul cielo terso, nuvole soffici e candide
ammassate alle sue pendici. Era la prima volta che vedevo una
montagna, anche se in realt si trattava di un vulcano. Pico Alto
disse Gabriel, che gi era stato in quei posti. Non si trovava sull'isola,
ma in mare aperto, sebbene sembrasse talmente vicino da poterci
inghiottire nel suo ventre rovente. Che la gente si ostinasse
a vivere nei pressi di una cosa come quella, sapendo che avrebbe
potuto eruttare da un momento all'altro e sommergerla di fuoco e
cenere era molto strano, dissi. Gabriel rise e mi diede un colpetto
con il gomito. E poi la vita continua disse.
Un'imponente balza grigia si ergeva alle spalle della citt. Sono
arrivato, pensai, queste sono le terre esotiche. Dove cominciano le
lingue sconosciute, le usanze ignote, dove le montagne vomitano
fumo e fiamme e persino il terreno  fatto di un'altra materia.
Avremmo barattato olio in cambio di ortaggi e maiali, annunci
il capitano, e saremmo ripartiti alle prime luci del giorno dopo.
Yan rimase a bordo con il cuoco, Wilson Pride, e un altro paio
di uomini. Dopo colazione raggiungemmo la riva sulle lance. Non
avevo mai remato prima in vita mia e quando sbarcammo sul molo
gremito le spalle mi facevano un male del diavolo. Facemmo rotolare
i barili sulla spiaggia e li spillammo, in attesa che Proctor
arrivasse per concludere l'affare con il suo uomo, chiunque fosse.
Attendemmo un'ora, durante la quale ci vennero incontro donne
scalze con occhi e capelli neri che urlavano tra loro con voci alte
e stridule, vecchi, bambini che ci si affollavano intorno cantilenando
e vecchie con lo scialle sulle spalle. Portavano patate e cipolle,
fagioli, fichi e mele, polli dagli occhi spiritati che rumoreggiavano
dentro le gabbie di legno. Non capivo una parola di quello che
dicevano, un misto gutturale di inglese e portoghese, invece John
Copper si rivolgeva a loro con gentilezza. No ainda ripeteva,
logo logo. Mi ripromisi di aprire per bene le orecchie ovunque
fossi andato, per imparare il pi possibile di ogni lingua e perch
era necessario, se volevo diventare un giramondo. Ma per il momento,
per quanto mi riguardava quelle persone avrebbero potuto
essere degli uccelli. E dunque? Dunque, l'insulso John Copper si
guadagn la mia ammirazione grazie a quella sua abilit.
I nativi indietreggiarono rispettosamente quando il capitano
comparve in compagnia di Rainey, Comeragh e Henry Cash; il cane
correva avanti e indietro, trotterellando intorno al gruppetto di uomini
neanche fossero pecore da radunare.
Samson chiam Proctor, qui!
Ci mettemmo sull'attenti, in attesa degli ordini.
Il capitano disse che era tutto pronto per il baratto. Simon Flower
e Martin Hannah si sarebbero occupati delle misurazioni. Gli
altri potevano restare a terra, oppure tornare a bordo. Che sia uno
scambio equo aggiunse, accarezzando l'orecchio del cane con la
mano pallida e lentigginosa. Vorrei ricordare continu, schiarendosi
la gola a coloro che decideranno di restare a terra, che su
quest'isola siete ospiti. Qualsiasi misfatto... fece una pausa, ... e
intendo dire qualsiasi... ansimante per il caldo, Samson uggiol,
... sar punito con la massima severit.
Ci squadr con i suoi occhi azzurri, come sfidandoci a contraddirlo.
Con la massima severit ripet pensosamente.
Il signor Rainey fece un passo avanti, rompendo la riga con
Comeragh e Cash. Ma perch Cash? Se ne stava l con il solito sorrisetto
distaccato sulle labbra, come se non fosse gi pi un marinaio
semplice.
Posso fare un'osservazione? chiese Rainey.
Certamente, signor Rainey rispose affabilmente il capitano.
Credo sarebbe pi saggio scegliere Copper, al posto di Hannah,
signore. Copper ha un'infarinatura dell'idioma locale.
Segu una strana pausa. La mano del capitano smise di accarezzare
il cane. Cash fece un lieve cenno con il capo, Comeragh distolse
lo sguardo. Il capitano sbatt le palpebre, si aggiust il cappello
sulla testa. Grazie, signor Rainey disse in modo conciliante, ottimo
suggerimento. Copper, Flower... che sia uno scambio equo.
Fu una decisione azzeccata. John Copper sapeva il fatto suo. In
seguito mi disse che intorno ai sei anni aveva cominciato a lavorare
al banco del pesce della zia, a Hull. John effettu misurazioni
eque con un boccale da due pinte e una coppa da una pinta, gli
occhi stretti per la concentrazione. Fu divertente sentirlo rimbalzare
dall'accento dello Yorkshire ai misteri del portoghese mentre
trattava eroicamente con quelle donne chiassose. Trs, senhora,
trs so! Bastante! Obrigado, obrigado, depois por favor.
Chi aveva deciso di restare a terra aveva il permesso di girare per
la piccola citt che era un grazioso intrico di viuzze strette e acciottolate
piene di asini, fiori e casette bianche con le pareti rivestite
di mattonelle decorate. Vidi qualche casa di lusso, con terrazzi eleganti
affacciati sulla strada e cascate di fiori lungo i muri, ma per la
maggior parte erano abitazioni da poveri; i bambini facevano capolino
dalle porte, scalzi e cenciosi, guardando fuori con occhi scuri e
spalancati. Gli uomini erano malvestiti. Le donne, che nonostante
il caldo indossavano lunghi mantelli con cappucci rigidi, trasportavano
recipienti sulla testa. I negozi non avevano nulla che potesse
interessarci; poco male, dato che non avevamo denaro. Dopo un
po' Tim e io imboccammo una stradina in salita fiancheggiata da
folti cespugli di fiori rosa e viola che portava fuori citt. Vedemmo
un aratro di legno trainato da due buoi e un paio di contadini che
lavoravano nei campi. Alte siepi di bamb separavano i terreni.
Qua e l c'erano casette di campagna con tetti di paglia irregolari.
Continuammo a salire finch il paesaggio si fece boscoso. Grosse
rocce riversavano acqua nelle gole ai lati del sentiero.
E pensare che esiste tutto questo dissi. Sempre. Per un
istante ebbi l'impressione che la nostalgia fosse del tutto insensata.
Ripensai a mia madre che sbudellava pesci a Limehouse, a Ishbel
che scendeva dal palco del Quashies.
So esattamente cosa intendi dire mi fece eco Tim.
Avevamo un rapporto strano. Non credo avessimo mai avuto
una conversazione vera e propria, non del genere che avevo con
gli altri. Con Skip, per esempio. Io e Skip potevamo chiacchierare
giorno e notte, invece con Tim non parlavo mai. Per ci capivamo.
Vedemmo una sagoma scura all'orizzonte, seduta su un masso
alto e piatto. Era completamente ferma, assorbita dal libro - mi
parve - che reggeva sulle gambe. Skip. C'era un che di insolito in
lui, e mi ci volle un attimo per capire che non lo avevo mai visto
fermo prima di allora. Skip era sempre in movimento. Quando era
in piedi ondeggiava, quando era seduto dondolava le ginocchia.
Che fai di bello, Skip? gli url Tim.
Lui sobbalz.
Tim si arrampic sul masso e gli rivolse un gran sorriso.
Fottiti disse Skip con il solito tono di voce tranquillo. Mi hai
fatto prendere un colpo.
Di che parli?
Potevi avvertirmi che stavi arrivando, testa di cazzo.
Li raggiunsi. Si stava bene lass, c'era aria. Ci sedemmo a gambe
incrociate, come guerrieri pellerossa a un'assemblea tribale.
Che fai?
Disegno. Skip ci porse il suo taccuino.
C'era l'isola, che guardava verso il vulcano, pochi tratti di matita
grigi e leggeri.
Carino disse Tim,
Voltai pagina. C'era il porto, con la Lysander all'ancora nella
baia - alberi, vele, pennoni. Sfogliai l'album a ritroso e c'eravamo
tutti, le nostre facce, le nostre mani, chi guardava gi dal parapetto,
chi seduto intorno al ragazzo: Yan con i suoi zigomi alti,
Comeragh allampanato, il mio compagno di mal di mare Bill che
consumava il rancio, i capelli cespugliosi, Wilson Pride che pelava
una patata sulla porta della cucina.
Questo  Samson! indic Tim.
Risi. Il capitano  tale e quale! Il capitano Proctor, paffuto,
senza occhi.
E questo sei tu, Jaf!
Oh, s, ero io.
Non ti avevo mai visto disegnare disse Tim.
Skip alz le spalle.
Dove hai imparato?
 un dono. Deglut, un suono secco, forte e liquido che dovette
senz'altro fargli male al pomo d'Adamo. Un latrato frenetico
da qualche parte nel bosco lo fece voltare. Ho sempre avuto un
mucchio di doni aggiunse pensoso, muovendo appena la bocca,
come se fosse piena d'acqua. Che cosa bizzarra da dire.
E sarebbero? gli chiesi.
Avvicin le ginocchia al mento, le strinse tra le braccia e cominci
a dondolare avanti e indietro, con il suo solito sorriso impacciato.
Aveva un viso buffo, tondo e pieno visto dal davanti, invece
di profilo era dritto come un righello fino alla gobba del naso che
terminava in una specie di bozzo, e il mento era leggermente
sfuggente. La pelle, chiazzata di eruzioni cutanee e bolle, era in pessimo
stato.
Tim si gir verso di me e picchiett l'indice sulla tempia.
Skip ridacchi. So fischiare disse, in quel suo modo che sembrava
voler inghiottire le parole.
Ridemmo.
Qualsiasi cosa aggiunse.
 vero, era bravissimo.
Nient'altro? chiesi. Disegnare e fischiare?
Mi guard per un momento, muto. Non capireste disse poi.
Lo sai che sei proprio strambo, Skip? fece Tim. Proprio
strambo. Sei completamente fuori di testa.
No, sul serio. Skip rise. Non sto scherzando.
Spiegati meglio, allora.
Non capiremmo cosa? domandai. Ci hai presi per scemi?
Non scemi. Si pass la lingua sulle labbra. Normali. Voi siete
persone normali.
E tu no?
Sorrise. La bocca era minuscola, quasi invisibile.
Sei un coglione irritante dissi.
Scusa. Skip chiuse il taccuino e se lo infil in tasca.  solo
che la gente non... la gente non... Si concentr, aggrott la fronte.
Normale... s, giusto, non sono normale, giusto.
La prima cosa sensata che hai detto. Tim si sdrai sulla schiena
e si scherm gli occhi con la mano.
Non  niente di che fece Skip. Un'alzatina di spalle, un altro
mezzo sorriso. Ho il dono della chiaroveggenza.
Oh, tutto qui? dissi.
Met della gente che bazzicava la Ratcliffe Highway diceva di
averlo.
Leggi la fortuna?
Non  cos semplice.
Prevedi il futuro? chiese Tim.
A volte rispose, dopo averci pensato.
Allora che sai fare?
Legge la mente! esclamai. Avanti, che sta pensando Tim?
Che sono suonato.
Ridemmo.
Sono andati in chiesa disse Skip.
Chi?
Rainey. Henry Cash. Sam Proffit.
Ah, s? Tim si mise seduto e si strofin gli occhi.
Sono andati in chiesa, ma Dio non  l.
Una brezza leggera, gentile, odorosa di fiori, ci sfior la nuca
con la punta delle dita.
E dov', Skip? domandai. Tim e io ci scambiammo un'occhiata.
Skip si limit a sorridere. Una piccola lucertola zampett rapida
sulla roccia, come se fosse stata convocata. Ridemmo di nuovo.
Un segno! url Tim. Oh, potente lucertola, benedicimi!
 a una lucertola che daremo la caccia dissi, solo mille volte
pi grossa.
Mille volte! Tim si appoggi all'indietro sui gomiti. Dio, speriamo
di no.
Skip si stese sulla schiena, chiuse gli occhi e si stiracchi. Le palpebre,
bianche come porcellana, erano spesse e pesanti. Questa
creatura disse, questa cosa. Questa cosa. Secondo voi la trovate?
Se ci riusciamo, diventeremo ricchi. Mi sdraiai anch'io. Faceva
caldo.
No ribatt Skip. Non diventerete ricchi.
E tu che ne sai?
Lo so.
No che non lo sai.
S, invece.
Huh. Tim si sdrai con noi sotto il sole torrido. Chiusi gli
occhi e tutto si fece arancione. Non devo tornare a casa, pensai.
Posso andare dove mi pare. Il mondo  infinito. Potrei vivere qui.
O da qualche altra parte. Non c' solo la Highway e il fiume e lo
Spoony's o la locanda di Meng. Potrei vivere su una montagna. In
una giungla. In un posto pieno di fiori. In un posto lontanissimo,
dove non c' niente di sicuro e tutto  diverso. Provai a dirlo, ma
sarebbe uscito nel modo sbagliato e rinunciai.
Skip sogghign, come se gli fosse balenato in testa un pensiero
buffo. E se adesso la montagna esplodesse?
Tim rise. Bum!
Divertente, vero? disse Skip. Potremmo morire da un momento
all'altro.
Da dove vieni, Skip? chiesi.
Mi rispose dopo una pausa talmente lunga che avevo dimenticato
la domanda. Rochester disse, tanto tempo fa.
* * *
Le lance erano cariche, ma l'olio di balena non era ancora terminato.
Secondo te  una trovata intelligente? url Rainey a Simon
Flower. Regalarlo? Ehi, ragazzo! Erano questi gli ordini?
No, signore rispose Simon, un giovanotto serio, nero di capelli,
che in quanto a bellezza dava del filo da torcere a Tim.
Basta, basta. Avanti, diglielo! url Rainey a John Copper, che
stava cercando di scacciare un gruppo di vecchie mendicanti come
se fossero oche.
Quanto olio  rimasto, signor Rainey? chiese Proctor, tranquillo,
arrivandogli alle spalle.
Non so se Rainey fosse stato in chiesa, ma di certo aveva bevuto.
Quando apr bocca, fummo investiti da una zaffata di alcol. Non
molto rispose, inclinando un barile.
Qual  la sua opinione, signor Flower?
Simon arross violentemente. Morchia, signore.
Svuotateli decise Proctor dopo una breve pausa. Che prendano
pure i rimasugli.
Le straccione si fiondarono sui barili, spintonandosi a vicenda
e infilando le coppe sotto i rubinetti. Faceva buio. Dan Rymer era
seduto sulla banchina. Le lanterne splendevano sul ponte della
Lysander, all'ancora nella bia, e anche sull'isola le luci cominciavano
ad accendersi. Tim! Jaf! chiam Dan. Questa  la vostra
prima uscita sulla terraferma disse. State con me, e andiamo.
Non sapevo quanti anni avesse Dan. Aveva molte rughe, ma anche
le maniere di un ragazzo, e di tanto in tanto una specie di sorriso
indolente e fanciullesco gli illuminava la faccia sfigurata: dico sfigurata
perch sotto quella scorza avvizzita si intuiva ancora, invisibile
ma nient'affatto sepolto, lo spettro del suo fascino. Per me era stato
sempre e soltanto il fornitore prediletto del signor Jamrach, una
presenza burbera che mi era familiare anche se al serraglio veniva di
rado, e da quando ci eravamo imbarcati avevamo interagito poco,
dato che la mia formazione sembrava fosse stata affidata a Gabriel.
Ma quella notte, a Horta, cominciai a conoscerlo.
Le vie profumavano di fiori. Le pareti delle abitazioni erano un
susseguirsi di disegni e colori. Quella era una taverna, o una casa?
Non lo sapr mai. Dalla porta filtrava una luce dorata. Si sentiva
il canto di una donna. La sua voce s'insinuava nella notte, cupa
e paradisiaca. I fiori si riversavano dai muri fin quasi a sfiorare la
strada, viola e bianchi. Il locale in cui mettemmo piede era pieno
di vita: pareti coperte di santi, tavoli affollati di uomini che ridevano
e donne molto pi raffinate delle puttane che bazzicavano la
Highway. Quelle donne... Quelle donne esotiche e scure con le sopracciglia
e la carnagione nere, il modo che avevano di muoversi!
Un aroma corposo mi accese le papille sotto la lingua, spezie dolci
e carne al sugo. C'era un fuoco a terra, e sopra il fuoco una pentola.
Ero seduto a un tavolo, di schiena al muro; Tim era al mio fianco,
Dan di fronte. Bevvi qualcosa di forte, un liquido rosso e scuro
da una fiaschetta di cuoio. Una donna bella e cordiale, che parlava
a raffica nella sua lingua, ci serv stufato e patate. Non avevo mai
mangiato niente di pi buono.  qui che vorrei vivere, pensai, nonostante
i vulcani.
Vedi disse Dan, agitando il cucchiaio verso di me, io conosco
i posti giusti.
Puoi dirlo forte ribatt Tim. Non so come faremmo senza
di te.
Senza di me disse Dan solennemente, sareste come gli altri.
Incespicava sulle s per effetto di un lieve difetto di pronuncia. Lo
zio Dan ne sa una pi del diavolo continu, riempiendo generosamente
i bicchieri. Prendemmo un'alt'ra sorsata. Una ragazza con
le trecce e un fazzoletto rosso sulla testa suonava un mandolino
seduta sui gradini di legno e io me ne innamorai all'istante e capii
che non avrei mai lasciato quel posto, che avevo finalmente trovato
la mia casa, e sarei stato felice per sempre. La melodia del mandolino
era una cascata scrosciante, intollerabilmente dolce, e mi gonfi
il petto di lacrime. Qualcuno cantava, un canto pastoso di uomini
ubriachi e allegri. Un gattino minuscolo si arrampic sul mio ginocchio,
una creatura tenera e affettuosa che mi strofin il naso
sotto l'ascella e inizi a succhiare. Cani, grandi e piccoli, vagavano
nell'ombra, sotto i tavoli, entravano e uscivano dalla stanza. Sopra
e sotto i tavoli zampettavano galline intente a chiocciare con il becco
aperto, folle, affilato. Tim era sparito. Mi guardai intorno, ma
la stanza vorticava, era bello, c'erano i colori, il fuoco, il fazzoletto
rosso, i mantelli azzurri. Dan era ancora al suo posto e mi fissava
divertito, la bocca che sorrideva a forma di U, gli occhi ravvicinati
sotto la fronte aggrottata. Appoggi un gomito sul tavolo e si allung
verso di me. C' una cosa, Jaf disse, guardandomi dritto in
faccia che non devi mai dimenticare.
Quando beveva, Dan Rymer rivelava la sua vera natura. Gli occhi
scintillavano, le labbra si arricciavano, i muscoli si rilassavano.
Cosa, Dan? Scoppiai a ridere, reso imprudente e coraggioso
dal forte vino rosso. Aveva una nota metallica, che ricordava il sapore
delicato che ha il sangue quando vi mordete un labbro o vi
sanguinano le gengive. Sentiamo questa perla di saggezza!
Lo  disse lui. Non dimenticarlo mai.
Non dimenticare cosa?
Stava fumando un lungo sigaro spuntato. Lo muoveva con eleganza,
disegnando vortici di fumo straordinariamente azzurri. Il
fumo disse serio, non dimenticare questo fumo per il resto dei
tuoi giorni, e inizi a intonare Tobacco's but an Indian Weed.
Servirono altro vino, e alcuni pasticcini gialli, dolcissimi e morbidi.
Ottimi comment Dan, mangiando voracemente. Ci rimpinzammo.
Sono Pultima thule in fatto di pasticcini. Questi pasticcini
sono il motivo per cui sei nato. Sorrise e fece un ampio gesto
circolare con il braccio. Hai visto la Madonna?
Come? chiesi stupidamente, svuotando il bicchiere e desiderandone
subito un altro. Me lo riempii, rovesciando qualche goccia.
Era impossibile sapere quanto vino fosse rimasto nella
fiaschetta, era buono e pesante. Il gattino scivol via da sotto la mia ascella
e salt a terra con un miagolio contrariato.
La Madonna ripet Dan. Vieni,  in cima alle scale. Non
avevo voglia di alzarmi, ma lui era gi in piedi e mi faceva cenno di
seguirlo su per i gradini, dove l'angelo con il mandolino continuava
a produrre sogni con la punta delle sue dita scure.
Lo seguii.
 una delle cose pi belle al mondo.
Alzai lo sguardo. La ragazza reale, quella con il mandolino, era
alla mia sinistra. Adesso pizzicava lo strumento a caso, tormentandolo,
e la musica non c'era pi. In cima alle scale c'era un quadro,
dipinto direttamente sulla parete, una Madonna con il mantello
aperto che riparava il mondo. Come ci riescono, certi quadri? Voi
non vedete gli occhi, ma sapete benissimo come sono fatti, lo sapete
e basta.
Ho una moglie disse Dan Rymer, respirandomi addosso l'alito
caldo e alcolico.
Lo so risposi.
La amo.
La donna alta dalla carnagione chiara con un bambino in braccio
e altri aggrappati alle sottane. Greenland Dock. Londra. Cara
Londra. Oh, Greenland Dock. Oh, pesce fritto e cielo grigio e la
puzza del mercato su Watney Street ogni santo giorno.
 nata tra le paludi disse, fuori citt.
L'ho vista.
L'hai vista?
Sulla banchina.
Naturalmente mormor, certo.
Fissavamo la Madonna incantati. Mi accorsi che la suonatrice
di mandolino stava guardando me apparentemente senza
interesse. Dovevo bere. Tornati al tavolo, riempii il bicchiere quasi fino
all'orlo. Forse sarei stato male, s, ma pi tardi, non ora. E chi se
ne importava.
Oh, quando avevo la tua et disse Dan, sedendosi di nuovo di
fronte a me, oh quando, oh quando, oh quando... Agit la mano
che stringeva il bicchiere, versandosi gocce di vino sulle dita.
Una donna con un faccione gli si sedette accanto e lo baci su
una guancia. Portava al collo un nastro blu sul quale era infilata
una piccola chiave. Dan le cinse la vita con un braccio, gett la
testa all'indietro, chiuse gli occhi e cominci a cantare.
Il vento da occidente soffia,
e la pioggia scende leggera.
La mia amata tra le braccia
e un caldo e dolce letto di nuovo la sera.
Dio, che voce straordinaria. Tornarono le lacrime, stupido cuore
ubriaco. Con la coda dell'occhio vidi Tim filarsela da una porta
con una ragazza. Il mio cuore mand un sospiro, manc un battito.
Non c'era nessun letto dolce e caldo che mi aspettava. Il gattino era
tornato.
Si chiama Alice disse Dan.
Alice ripetei.
Alice.
Alice, oh, Alice. E la mia Alice dov'? Il gattino faceva le fusa
sulle mie gambe,
Dan rise, e gli occhi si trasformarono in due lunette, le labbra
si piegarono all'ingi. Mi vers altro vino e si allent il colletto. La
donna al suo fianco chiuse gli occhi e gli pos la testa sulla spalla,
e lui se la tenne addosso come un mantello, e quando si sporse sul
tavolo lei gli and dietro come il muso di una volpe sulla stola di
una donna ricca. Ti ho mai raccontato... mi disse a voce bassa,
come se fosse un segreto, ... ti ho mai raccontato della volta che
ho incontrato un angelo?
Scossi la testa. Dio, ero al limite. I riflessi del fuoco sul volto
scavato di Dan lo invecchiavano molto.
Successe a Valparaiso.
Lo disse in un sussurro e fui costretto ad allungarmi in avanti,
un movimento che fece ondeggiare una leggera nausea da qualche
parte dentro di me.
Ero riverso su un tombino, e un cane mi aveva appena pisciato
sulla schiena. Bevve un sorso di vino. Buon Dio dissi. Grazie.
Grazie, mio Signore. Avrebbe potuto pisciarmi in faccia.
Farfugliai qualcosa. Il gattino si alz e cominci a girare su se
stesso, affondandomi gli artigli nelle ginocchia.
Sei invero misericordiosa disse Dan, mentre la donna faceva
scivolare la testa sulla sua spalla.
La stanza prese a vorticare. Gli artigli del gattino erano aghi sottili
che mi bucavano le brache e pizzicavano le gambe. Fuori, nella
notte, una melodia cantata a pi voci.
Qualcuno, chiss dove, stava litigando, ma non sembrava niente
di serio.
La luna rideva di me riattacc Dan, mi prendeva in giro da
una vallata di nuvole gonfie di pioggia. Raddrizz le spalle.
Sto per sentirmi male, pensai. Oh, no, ancora!
Le gridai da sotto: Che hai da ridere, faccia di lardo? Vieni
gi, che te la faccio vedere io una cosa divertente! .
Si alz di scatto, urtando il tavolo. Una bottiglia rotol via. Il
gatto balz a terra, la donna scivol di fianco.
Strillai: Vieni gi, vecchio Pantalone! .
Era in piedi con la lunga giacca aperta, la testa ritta, selvatica,
l'espressione torva, animalesca.
E fu allora continu, sedendosi e abbassando la voce che arriv
l'angelo. Sar stato alto due metri e mezzo, non so, comunque
era altissimo. E scalzo, coi piedi d'argento! Riesci a crederci? Veri
piedi d'argento, vivi. E un paio di ali che sfioravano i muri ai lati
della strada. Vuoi sapere cosa disse?
Cosa? risposi,
Dan si chin verso di me e si fece serio, la voce appena udibile,
Disse: Alzati, imbecille. Sposta il culo da l e tappati quella
stupida bocca prima che lo faccia io. E mi sferr un calcio. Si
afferr un polso, e sporse in fuori il labbro inferiore. Ma io gli
afferrai una caviglia d'argento! Era fredda. E l'angelo si libr in
aria, vol via, ma io gli tenevo ancora la caviglia, e ritornammo alla
mia nave, e le luci della citt scorrevano veloci sotto di me e il vento
mi frustava le orecchie e le navi nel porto turbinavano impazzite.
Si appoggi all'indietro sulla sedia e cerc il bicchiere. Mi deposit
delicatamente sul cassero di poppa, come se fossi una foglia.
Considerati fortunato mi ammon. La prossima volta ti mollo
in mare. Poi divent piccolo, sempre pi piccolo, non pi grande
di un moscerino e spar. E questo  quanto.
Mi girai di lato e vomitai sul pavimento sporco di terra battuta.
Un vortice caldo mi invest, donne corpulente e scure che mi accarezzavano,
mi tranquillizzavano, mi coccolavano. Mi portarono
fuori, nell'aria fredda della notte, e mi tennero la testa. Dormii?
Sognai? Il profumo delle rose era intenso, me lo ricordo, rose o altri
fiori, di quelli che sbocciano con il buio. Le stelle brillavano troppo,
come se il cielo si fosse messo a urlare. Ero riverso anch'io su un
tombino, ma non c'erano cani che mi pisciavano addosso. Qualcuno,
invece, mi cullava nel suo morbido grembo; mi voltai sul fianco
e mi addormentai. Pi tardi ero di nuovo dentro, c'era una danza,
mani che applaudivano, una musica metallica, Dan che ballava e
sorrideva, la pipa stretta tra le labbra, gli occhi chiusi, le braccia
alte sopra la testa. Ancora pi tardi una mano mi condusse in una
soffitta, su un letto, bucce di pannocchie in una fodera di lino che
scricchiolavano se mi muovevo, la sensazione di altri corpi addormentati
che scaldavano lo spazio basso intorno a me, corpi sognanti
di uomini e qualche gatto da cui si levava il suono ovattato del sonno
come il ronzio flebile di un nido di vespe sotto un cornicione.
Era l'alba e stavo dormendo della grossa quando Dan mi svegli
strattonandomi per un braccio. Scendemmo lentamente di sotto,
nella stanza dove avevamo fatto bisboccia e che adesso russava, superammo
il grugno assopito di un maiale nero stravaccato davanti
alle ultime braci, superammo gatti raggomitolati, cani irrequieti e
galline che riposavano petto contro petto tutte in fila su una mensola
di pietra.
C'erano dei maiali a bordo e non stavano fermi. Felix Duggan
li allontanava maledicendoli mentre tentava di spazzare il ponte.
Dalle scogliere si srotolavano nastri d'argento. Mi voltai, ma i tetti
rossi erano gi lontani. Non capivo perch ci fossimo rimessi in
mare, dato che il tempo stava cambiando. Le nuvole erano spesse
e ammassate, a macchie livide. Le onde vigorose e assordanti. La
terraferma non era sparita da molto quando scese la nebbia.
Secondo te la vedremo prima o poi una balena? domandai a
Gabriel.
Non con questa nebbia.
Ci eravamo piazzati davanti alla porta della cucina per sentire
l'odore della carne di maiale. Wilson Pride lanciava avanzi al cane.
Mai vista una nebbia del genere dissi. Gabriel scoppi a ridere.
Si era calcato sulla faccia il cappello da marinaio. E questo 
niente comment.
Gi.
Ho sentito che ieri notte sei stato male, figliolo.
Mmh.
Devi fare attenzione alla roba che circola sulle isole. Guarda
me. Credi che mi ubriachi ogni volta che scendo a terra? Proprio
no, figliolo. Tu fa' come me, e le cose andranno bene.
E quando se ne andr la nebbia, la vedremo una balena?
Oh, altroch rispose, sicuro. Prima che questa passeggiata
finisca, non vorrai pi saperne di balene. Ne vedrai una e dirai:
Ah, una balena, e allora?. Scroll le spalle con esagerazione.
Quante balene hai ammazzato?
Scroll di nuovo le spalle, questa volta con pi calma. Centinaia.
Quanti anni hai, Gabriel?
Trentaquattro. Trentacinque.
E tu l'hai mai uccisa una balena? domandai a Wilson Pride,
che nel frattempo era tornato al suo bancone e stava versando
dell'acqua su un blocco di gallette talmente duro che avreste potuto
usarlo per tagliare un diamante.
No rispose. Wilson era sempre scalzo. Aveva piedi larghi e
piatti, con talloni sorprendentemente rosa. Li sciacquava in continuazione
immergendoli in un catino pieno di acqua di mare.
Chi ti ha detto che sono stato male? chiesi a Gabriel.
Tim rispose.
Naturalmente.
Il mare si prendeva gioco di noi.
Tim non stava mai male. L'ho gi detto?
Dopo le Azzorre, il mare era sempre stato mosso. Fino ad allora
non avevo mai visto i pesci volanti, creature scintillanti e veloci
che rasentavano la superficie delle onde con arcobaleni che si irradiavano
dai dorsi. E nemmeno sapevo che ci fossero uccelli che
non si avvicinavano mai alla terraferma, animali con aperture alari
prodigiose, occhi temibili e artigli brutali. A migliaia oscurarono
la Lysander dalle Azzorre alle isole di Capo Verde, emettendo un
verso stridulo e penetrante, tenaci anche sotto la pioggia. Ma delle
balene non c'era neppure l'ombra di uno sbuffo. I venti mettevano
alla prova i loro polmoni. Proctor affid la barra del timone a
Gabriel, il nostro nocchiere numero uno. Ammainammo le vele di
coltellaccio e i velacci sotto un nubifragio e raggiungemmo Capo
Verde con il vento in poppa.
Queste isole non avevano nulla a che vedere con le Azzorre. Fradici
e sbiancati, gettammo l'ancora in una zona con grandi montagne
di sale che si ergevano verso un cielo color acqua sporca. A
sud il vento si plac, ma pioveva e le vele non si asciugavano. E
quando finalmente spiovve, una bonaccia che dur giorni ci costrinse
ad avanzare lentamente, un equipaggio sonnolento su una
nave sonnolenta, a un mese o pi da Londra, con tutti noi pivellini
che ormai ci credevamo dei consumati lupi di mare. Ci avvicinavamo
all'equatore e non avevamo ancora visto una sola balena, ma
nessuno sembrava preoccuparsene. Incrociammo un'altra nave, la
Gallopan di New Bedford, e demmo vita a un gam - un incontro di
navi baleniere, un vero spasso. Fu il mio primo gam, e il migliore, e
and avanti per tre o quattro giorni, tanto che cominciai a pensare
che la sola ragione per cui ci trovavamo in pieno oceano fossero il
rum, le polpette di maiale di Wilson Pride e le partite a carte serali.
Ma la bonaccia pass, e potemmo riprendere la rotta. La sera prima
di separarci cenammo sul ponte della Gallopan con manzo sotto
sale e carote, e al posto delle gallette una fetta sottile di pane fresco
anche per noi, come per i capitani e gli ufficiali. Il dolce fa ottimo
e abbondante, con marmellata di prugne e susine selvatiche, dopo
di che Simon tir fuori il violino e uno degli uomini della Gallopan
scese sottocoperta e torn con una fisarmonica che sembrava avesse
attraversato i sette mari almeno sette volte. Cantammo in coro vecchie
canzoni, con la voce cristallina di Sam Proffit che risuonava sopra
tutte, un esile nastro d'argento che mi ricordava quelli che avevo
visto srotolarsi lungo le scogliere di Faial. Avrebbe potuto essere la
voce di una donna o di un angelo, e mandava Felix ai matti. Mi d
sui nervi diceva sempre quando il vecchio Sam attaccava coi suoi
inni religiosi. Era molto devoto, Sam. Io adoravo la sua voce. La prima
volta che l'avevo udita aveva infastidito anche me, ma man mano
che l'ascoltavo mi piaceva sempre di pi, come succede con il verso
irritante di un uccello che con l'abitudine si addolcisce.
Quella notte una grossa luna illuminava il cielo. Sulla
Lysander, immobile, serena, una luce intensa ardeva negli alloggi degli
ufficiali. Il cane del capitano si grattava felice sul ponte. Stavano
cantando Blood Red Roses. Gi, rose rosso sangue, state gi. Il
suono sottile e strano che proveniva dal volto scuro e consumato
di Simon era un discanto evanescente sulle voci ruvide degli altri.
Gi, rose rosso sangue, state gi. John Copper aveva le lacrime
agli occhi. Uno degli uomini della Gallopan cantava: Lamentatevi
se volete, ma state gi, altrimenti la testa non avrete pi, e tutti in
coro: Gi, rose rosso sangue, state gi. Oh... e qui la voce diventava
un ruggito alticcio, ... garofanini e mazzolini... state gi, rose
rosso sangue, state gi.
Skip sbatt la sua tazza sul ponte, si strinse le braccia al petto e
cominci a dondolare da una parte all'altra. Nessuno all'infuori di
me, che gli ero seduto accanto, se ne accorse.
Che ti prende?
Mi ignor. Raggiunse il parapetto e si mise a fissare la Lysander.
Qualcosa di strano in lui mi spinse a seguirlo. Che succede, Skip?
dissi. I suoi occhi erano spalancati. Ecco cosa c'era di strano. Gli
occhi di Skip non erano mai spalancati. Fissava le vele. Cosa c'?
Alzai lo sguardo a mia volta, ma non vidi nulla.
Adesso osservava le onde nere che sciabordavano contro la fiancata
della Lysander. Un forte schiocco nella gola.
Stai bene, Skip?
Tirava indietro le labbra, come fanno i cani. Li vedi? chiese.
Cosa?
I serpenti. Tremava.
Guardai il mare, il solito mare, e la nostra nave, sempre la stessa.
Non so di che stai parlando. Mi chiesi se fosse il caso di andare
a chiamare qualcuno.
Certo che non lo sai. Fece un debole sospiro insofferente. Le
mani sul parapetto fremevano. Era una bella notte. Il canto dei
marinai si stava facendo malinconico, le luci guizzavano sulla superficie
dell'acqua.
Smettila di farneticare, Skip dissi. Per l'amor del cielo.
 tutto a posto. Sorrise, scuotendo la testa. Non importa. 
solo una sensazione.
Quale sensazione?
Non  niente. Rise, e si gir verso di me. Gli occhi ancora
troppo larghi.
Skip dissi, vedi davvero qualcosa laggi?
Annu tristemente, tornando a guardare il mare. Scopr di nuovo
le gengive alla maniera di un cane.
Io non vedo niente gli dissi. Restammo cos per un po', entrambi
con lo sguardo rivolto in basso, come ipnotizzati. Lascia
perdere, guardati le mani. Cercai di staccarne una dal parapetto.
 il mare che si diverte, e quando c' la luna  peggio. Gioca brutti
scherzi alla vista.
Serpenti che emergono dal mare disse, ma le sue mani si rilassarono
e gli ricaddero lungo i fianchi.
Ascolta. Se te la fai sotto per i riflessi della luna, quando troveremo
il drago che farai?
Non  la stessa cosa.
Perch?
Quello  reale. Non ho paura di ci che  reale.
Si volt. Gli occhi erano ridiventati due fessure. Se ne sono
andati. Sono tornati negli abissi.
Normale, per quanto normale potesse essere uno come Skip.
Ma non sono reali gli ricordai. L'hai appena detto.
E allora? E poi si allontan come se non fosse successo niente.
Ne parlai con Gabriel, e lui disse: Esiste una parola per questo,
Jaf. Follia. Incontrerai un mucchio di matti in mare, soprattutto
sulle baleniere. Di Skip non mi preoccuperei, fintanto che fa bene
il suo lavoro.
Hai ragione, ma se fossimo sulla stessa lancia? Se invece di darsi
da fare con gli altri si fissasse a guardare qualcosa che vede solo
lui? Preferirei non trovarmi su quella barca. Secondo te gli manca
qualche rotella?
Mettitelo in testa rispose. Se tutti i marinai svitati restassero
a terra, le navi sarebbero vuote.
Ma pi tardi mi diede di gomito e disse: Tienilo d'occhio, d'accordo?.
Ne parlai anche con Dan, che mi disse pi o meno le stesse cose.
E cos, eccoci a tenere d'occhio Skip mentre superavamo l'equatore.
Pensavo a Ishbel. Pensavo a mia madre. Pensavo che al mio
ritorno non sarei stato in grado di raccontare la mia esperienza,
di descrivere le emozioni che stavo vivendo, le miglia su miglia di
mare senza mai scorgere una vela, o una balena, niente di niente,
e la bella atmosfera che si era creata tra i membri dell'equipaggio,
le assi di legno che scricchiolavano, il profumo di quercia e di pino
e l'odore pi greve dei miei compagni. Come avrei fatto a spiegare
quant'era sicuro e accogliente il castello di prua? C'era questa
pace nell'aria quando, a sei settimane dalla partenza, avvistammo
le prime balene.
Le vide Tim. Dio fece in modo che la grande gloria degli abissi si
manifestasse a lui - a chi altri? -, e lui ne approfitt gioiosamente.
Laggi soffia!
Forte e chiaro. La voce gli trem appena, ma che importa? Eravamo
preparatissimi, sapevamo esattamente cosa fare, eppure per
un istante o due noi pivellini non ci muovemmo.
Da quale parte? url Rainey. Comeragh chiam a raccolta gli
uomini.
A proravia... un banco di capodogli.
Issate le vele maestre e le rande - orzate - a collo - sciogliete le
lance - calatele in mare!
Sam, Gabriel, Dan e Yan prepararono con calma le scialuppe.
Proctor sal sul cassero di poppa con il cannocchiale. Il cane si accucci
ai suoi piedi, scodinzolando.
Code! strill Tim.
Corremmo al parapetto. Niente, solo l'oceano e l'orizzonte infinito.
Accanto a me c'erano Bill da una parte, il mio compagno di
mal di mare, e Dag Aamasson dall'altra, un ragazzone coi capelli
chiarissimi e la vista di un falco. Eccole! url.
Poi Bill cominci a saltellare e a indicare. Laggi!
Io non vedevo niente.
Si lev un grido di gioia.
Tacete, idioti! rugg Proctor con una voce che non avevo mai
udito prima, una vera voce da capitano, autoritaria, che doveva
aver tenuto in serbo per un'occasione come quella. Trasalimmo. La
lenza era gi stata caricata sulla nostra lancia, quella del secondo
ufficiale. Simon stava affilando l'arpione. In alto, Tim si sporgeva
nel vuoto.
Salta!
Un branco di capodogli url distintamente Proctor. Almeno
venti.
Procedevamo a fatica. Rainey camminava sul ponte infilando il
grosso naso dappertutto e imprecando tutto il tempo, come se non
esistessero altre parole. E anche Henry Cash andava continuamente
di qua e di l, con l'aria di chi stava coordinando un'operazione
importante.
Acqua bianca! url Tim,
Ci mettemmo in panna a un miglio dal branco. Una piuma spettrale
apparve in lontananza, solo per un secondo. Il cuore mi batteva
all'impazzata. Tim, che nel frattempo era sceso dal suo nido
d'aquila, mi corse incontro senza fiato. Ci siamo. Quasi non riusciva
a parlare. Ci siamo, Jaf, ci siamo disse, stringendomi con
forza la mano. Avevo la bocca secca.
Dan si frappose tra noi. Andiamo a prendere uno di quei bestioni
disse.
Calammo la lancia in acqua con attenzione, come se fosse un
neonato. Comeragh era a poppa, Simon a prua; io, Tim, Dan e
Sam scivolammo lungo il paranco e prendemmo posto. La barca
ondeggiava dolcemente, una piuma sulle onde. Guardai su. A
bordo erano rimasti Wilson Pride con il suo faccione nero largo e
impassibile, Joe Harper imbronciato e Abel Roper stravaccato sul
timone come se un qualche peso gli gravasse sulle forti spalle. Joe
e Abel erano invidiosi, sarebbero voluti venire con noi. Ma io non
avrei ceduto il posto a nessuno, anche se al momento desideravo
fortemente un ponte di legno solido sotto i piedi e un'altezza sicura
da cui godermi lo spettacolo. La nostra barchetta era uno sputo,
una vecchia scatola di fiammiferi in attesa di essere ribaltata da un
isolotto nero di carne di balena, ribaltata e ridotta in pezzi sparsi
sull'acqua dal colpo incurante di una coda massiccia. Segni di paura?
Nessuno. Mi girai a guardare Simon, seduto a prua. Se io avevo
paura, lui doveva essere terrorizzato. Usava l'arpione per la prima
volta. Si era allenato. Prendi la mira. Lancia. Prendi la mira. Lancia.
Se avesse fatto cilecca e la creatura si fosse innervosita... ah,
be'... Per non sembrava spaventato. Stava ispezionando la punta
della fiocina con la fronte corrugata e le guance arrossate.
Nei pressi della nostra c'erano le barche del capitano e di
Rainey. Si sentivano voci e risate. Comeragh era l'unico del nostro
equipaggio che vedeva dove stavamo andando. Gli ero seduto vicino,
di fronte. Mi sorrise. Remeremo come matti, gente disse,
stringendo le lunghe dita intorno al remo di governo. Batteremo
quelle bastarde.
E la gara ebbe inizio. Perch di questo si trattava, di una gara da
vincere. Ci demmo dentro come matti puntando una preda invisibile.
Comeragh guardava sopra le nostre teste con le narici dilatate,
gli occhi spalancati, urlandoci la direzione da seguire. Volavamo.
Notai un'altra scialuppa con la coda dell'occhio, la sagoma corpulenta
del capitano a poppa, la testa bionda di Dag che svettava
come un faro, gli uomini con le schiene curve, piegate dallo sforzo.
Poco pi di un miglio dopo, le spalle mi bruciavano. Ges.
Comeragh rise. State pronti disse, e ci fece segno di non fiatare. Alzai
lo sguardo. I suoi occhi fissavano qualcosa dietro di me.
Urlava abbastanza forte da farsi sentire da noi, ma senza spaventare le balene.
Si pieg sul remo di governo scandendo il tempo di remata con
il suo sussurro autoritario, gli occhi fissi su ci che non potevamo
vedere. La schiena e le spalle mi stavano andando a fuoco. Quando
finalmente url ferma, e ci fermammo, ero fradicio e tremavo e i
palmi delle mani erano bruciacchiati.
Sbattei le palpebre per togliermi il sudore dagli occhi. Il naso mi
colava. La Lysander, tre grandi alberi e vele bianche, la mia casa,
era lontana.
Simon disse Comeragh.
Fu allora che la vidi.
Una balena. Nera, luccicante sotto il sole. Una testa solenne fuori
dall'acqua, imponente come una falesia. Troppo vicina.
 bellissima disse Comeragh.
Avvertii la presenza delle altre lance, di balene pi distanti, del
mare che ribolliva, vivo, ma tutto ci che vedevo era la nostra balena.
La coda sinuosa, incantevole e scintillante come una falena, si
agit, ricadde con violenza e fin sott'acqua. Era sparita. Il mare si
gonfi, sollevandoci.
Simon, in piedi, stringeva l'arpione. Una gamba piegata, il ginocchio
che tremava.
Da un momento all'altro mormor Comeragh riemerger,
e... su, su, su, dove sei finita, tesoro? Paparino ti aspetta... stai
all'occhio, Simon,  una birichina,  una piccola... dove sei andata,
tesoro?  una bella giornata, vieni da me, non fare la timida, torna
qui...
Esplose dalla superficie dell'acqua in una cascata argentata, un
po' pi in l, grazie a Dio. Era lunga quanto due delle nostre lance.
Simon si rilass un poco. Voga due disse Comeragh, e riprendemmo
ad avanzare piano sull'acqua, uno scarafaggio che zampettava
furtivo verso un elefante. La balena s'immerse di nuovo,
fulminea come prima, e riemerse pi avanti, cosa che sembr far
piacere a Comeragh. Lo sguardo preoccupato si distese. Sorrise.
Sei mia, madame disse, e la seguimmo.
Io persi la cognizione del tempo. Ci allontanammo dalle lance
di Proctor e Rainey, ma c'erano altre balene e ci giocavano intorno
come gattini. Correvamo con loro, arcobaleni di spruzzi nell'aria,
ma non mollavamo il nostro esemplare che s'inabissava e riemergeva,
s'inabissava e riemergeva. Miglia su miglia cos. Come facesse
Comeragh a sapere sempre dove sarebbe riemerso la volta successiva
 un mistero. La schiena ci tremava per il dolore, ma quando le
arrivammo vicini non aveva pi importanza. Anche lei era stanca,
adagiata sull'acqua, un piccolo occhio triste e brillante che ci osservava
interessato. Che strana posizione per un occhio, pensai, in
basso, sul fianco della testa. E che razza di testa era, quella? Sembrava
l'occhio di un elefante, gli elefanti nel serraglio di Jamrach.
Cari, vecchi elefanti! Le fauci bianche si spalancarono, mostrando
piccoli denti aguzzi sulla mandibola inferiore.
Simon reggeva l'arpione a mezz'aria, una gamba puntata contro
la galloccia, le spalle ampie e nodose. La balena soffi una densa
nebbia maleodorante che mi invest la faccia, pizzicandomi gli occhi.
Li chiusi.
Ora! ordin Comeragh.
Li riaprii.
Simon si irrigid, un omino ridicolo al cospetto di una gigantesca
testa liscia. L'arpione ebbe un leggero scarto, e lui manc il
bersaglio. Sam lo recuper in fretta, le vene spesse intrecciate sulla
schiena e le braccia, e Comeragh imprec. Prendi il remo, ragazzino
disse, avanzando con una tale agilit che la barca quasi non
si mosse. Va' a poppa.
Quando mi pass accanto Simon aveva il volto rigato di lacrime;
afferr il remo di comando strofinandosi forte gli occhi con la manica
della giacca.
Una balena non vede nulla davanti a s, n dietro. Il suo mondo
si riduce ai lati della testa. Non so cosa vedeva quella balena. Io
avevo l'impressione che guardasse sempre e solo me, sempre e solo
me. Come se fosse incuriosita. Immagino ci siano balene pi avvedute.
Comeragh scagli l'arpione e la centr in pieno. L'animale
beccheggi, gir la testa verso di noi lanciando il suo richiamo,
agit la coda tre, quattro volte facendo ribollire l'acqua e poi fugg
via sulla superficie liscia del mare con l'arpione piantato in un
fianco, trascinandoci con s, Saltavamo e rimbalzavamo, i denti che
battevano, le ossa pure. Non la contrastammo. Quando si inabiss,
pensai che saremmo finiti sott'acqua, invece continuammo ad
avanzare a gran velocit, con tutto che ci urlava nelle orecchie e la
lenza che vibrava e ronzava, finch la balena riemerse davanti a noi
provocando un'onda che sollev la barca.
La balena roll, le fauci spalancate. Il sale mi bruciava gli occhi.
Comeragh era fermo a prua con la fiocina. Tirate, tirate disse
una voce, e noi tirammo, una mano dopo l'altra, sempre pi vicini
a lei, con Sam in testa. L'occhio le brillava ancora; si chiuse e si riapr
lentamente, una volta sola. Poi Comeragh cominci a infilzarla.
La fiocina era lunga due volte lui, ma lui la brandiva con sicurezza
e ogni mia paura si dissolse. La balena si gir, chiuse di scatto la
bocca. Si dimenava. Il mare si fece rosso. Comeragh la colpiva,
sette, otto, nove volte, alla ricerca caparbia del cuore, e quando lo
raggiunse uno spruzzo di spuma nera schizz in alto dallo sfiatatoio,
una fontana di sangue che sal e poi ricadde su di noi.
Indietro! Indietro! urlarono Comeragh e Sam. Afferrammo i
remi e ci allontanammo, guardandola morire.
Capii in quel momento che una balena non  un pesce. Tutto
quel sangue. Non come i pesci appena pescati che si dibattevano
sulla banchina prima di spegnersi in silenzio. Questa era una morte
feroce e straziante. Mor dimenandosi, cieca, nel sangue, gravida di
dolore e rabbia, digrignando le fauci, battendo la coda, sputando
schegge di bava e pezzetti di carne mezza digerita che ci piovvero
addosso, appestandoci. Fu atroce. Cos tanta forza, cos tanta lentezza.
Guardavamo sgomenti, ammutoliti. Dieci minuti, quindici,
e non finiva. La balena si dibatteva e girava su se stessa sempre pi
debole, e io pregai che morisse in fretta.
Quanto and avanti? Non pi di venti minuti. A un certo punto
si ingavon e si ferm, una pinna stagliata al cielo. Il Leviatano
aveva cessato di vivere.
Tirammo la lenza. Sam era ancora davanti a tutti, pi forte di
quanto sembrasse. Remammo nel sangue. Rimasugli fetidi, il contenuto
del suo stomaco, ci galleggiavano intorno. Il mio compito
consisteva nel riporre la lenza evitando che si impigliasse. Tim si
volt verso di me. Eravamo gli unici due pivellini sulla barca. Non
avevamo idea di cosa stessimo provando. Ci limitammo a guardarci.
Trascinammo la balena sulla nave nel buio che s'infittiva. Eravamo
scossi e intontiti, ma un'euforia crescente colorava l'orrore. La
prima balena della stagione, ed era nostra. Eravamo stati noi.
Non la lancia del capitano, non quella di Rainey. La nostra, quella
del secondo ufficiale Comeragh. Simon era a pezzi. L'equipaggio
si complimentava con lui, l'uomo al timone, l'arponiere, e lui doveva
spiegare che invece aveva fallito e che Comeragh aveva preso
il suo posto. Ma Tim e io eravamo al settimo cielo. Dan ci si avvicin,
ci diede una pacca sulle spalle, serio in volto. Ottimo lavoro
disse. Avete mantenuto il sangue freddo. Avevamo mantenuto
il sangue freddo. Ci eravamo riusciti. La carcassa della balena fu
legata a tribordo, con il muso rivolto a poppa.
Sentendomi ormai al sicuro, una certa foga si impossess di me.
Ero tornato sulla vecchia e cara Lysander, tra i miei compagni di
viaggio, vivo. Era quasi notte, e sotto le raffinerie le fiamme ardevano
gi. Rainey e Comeragh stavano incidendo il dorso della
balena sull'impalcatura per lo squartamento, vicino alla pinna, per
inserire il gancio. La sollevarono con l'argano e la fecero ruotare
come un maiale allo spiedo, e poi venne sbucciata come una mela,
lentamente, finch la prima striscia di grasso, larga come un letto
a due piazze e lunga come il tetto di una casa, prese a sgocciolare
sangue dalle corde, Yan e Gabriel si arrampicarono e cominciarono
a tagliarla a pezzi; noi portavamo i pezzi a Henry Cash e Martin
Hannah sottocoperta, nella camera del grasso. E dopo che un'altra
striscia di grasso, e poi un'altra e un'altra ancora, furono strappate
e portate di sotto non rimase che una mostruosit, una larva pastosa
e luccicante assicurata a un fianco del vascello, con l'enorme
testa ancora intatta che sorrideva all'oscurit. Alla fine le mozzarono
anche la testa. Venne adagiata sul ponte con il bozzello e il
paranco, un marchingegno spaventoso lungo quanto due uomini.
Dag Aarnasson, che non era nuovo all'esperienza, sal sulla testa
con un pugnale e ricav un'apertura abbastanza grande da poterci
immergere i secchi. Solo per un istante mi sentii mancare la terra
sotto i piedi e la vista mi si offusc, ma afferrai una fune e mi ressi
con tutte le forze fino a riprendermi, digrignando i denti, ripromettendomi
solennemente di farcela. Presi il secchio. Se non avete mai
raccolto olio dalla testa di un capodoglio con un secchio, non potrete
capire quanto sia faticoso. La testa di un capodoglio contiene
centinaia e centinaia di litri di olio, denso e bianco, e pi ne raccogliete
e pi diventa viscido, pesante e simile allo sperma,  come
cercare di vuotare un pozzo senza fondo,  un lavoro che spezza la
schiena, che a questo punto non sa nemmeno pi cosa sia il dolore.
E quando  quasi vuota, qualcuno deve scendere al suo interno e
raccogliere quel che resta. Ci pens Skip, e lo fece senza battere
ciglio, fischiettando, mentre noi altri tagliavamo la carne. Oscillavamo
sul ponte scivoloso, un raduno di fantasmi. Felix Duggan si
sent male, corse a vomitare dal parapetto e l rimase, fermo, con le
mani poggiate sulle ginocchia, l'acqua che colava chiara dal grosso
labbro inferiore. Gli ufficiali sull'impalcatura di squartamento
strappavano con forza i visceri verminosi in cerca dell'ambra grigia,
quella che le donne indossavano ai polsi e tra i seni. Sul ponte
erano ammassati cumuli di carne sminuzzata che sanguinava e
luccicava e rilasciava un fetore dolciastro che faceva attorcigliare
le budella e mi provocava una sorta di appetito aberrante. Nelle
raffinerie il grasso bolliva e si gonfiava e produceva una schiuma
ripugnante che veniva rimossa e gettata di sotto, nel fuoco, che
sprigionava faville, crepiti e un denso fumo nero che puzzava di
ossario. I bagliori delle fiamme si riflettevano sulle tavole di legno
inondate di olio e sangue.
E intanto continuavamo a tagliare, affilando i coltelli perch si
smussavano e asciugandoci il sudore dalla fronte bagnata. Il grasso
di balena  coriaceo. Dopo aver tagliato un grosso pezzo lo passavamo
a Sam, Yan, Dan e Gabriel che lo affettavano con mani abili
di macellaio - cantando e sorridendo come donne ai fornelli - per
ricavarci i fogli di bibbia, cos li chiamavano, strisce sottilissime
come le pagine del flick hook che avevo regalato a Ishbel cinque
anni prima. Tutto veniva fagocitato dalle raffinerie.
I vestiti mi si erano attaccati alla pelle. Olio. Olio per produrre
mastici, vernici e saponi, olio per ingrassare e laccare, olio da bruciare
in milioni di lampade. Ero inzuppato di una sostanza viscida
e collosa di sudiciume, sangue, grasso, sudore, bile, e dei succhi
gastrici della creatura pi grande voluta da Dio. I capelli erano appiccicati
alla testa, incollati. Eppure... chi meglio di me, per quel
lavoro? Non avevo forse esplorato le fogne del Tamigi in cerca di
monete?
Dormi con gli abiti che hai addosso, Jaf disse Dan quando
finii il turno.
Pensavo fosse impazzito.
Se ti cambi alla fine di ogni turno, ti ritroverai senza vestiti prima
di aver compiuto un quarto del viaggio spieg.
E cos dormii nel mio fetore e in quello della balena, che si insinu
nel sonno facendomi sognare un massacro in una giungla
selvaggia. Quando mi tirai su per il turno successivo le raffinerie
erano ancora all'opera, i ponti sempre scivolosi. I vestiti mi si erano
asciugati addosso, diventando una seconda pelle. In mare galleggiavano
gli organi e le ossa della balena, addentati dagli squali
e smangiucchiati dagli uccelli marini. Mi affacciai con Gabriel al
parapetto. Era mattino.
Goditi ogni momento, figliolo disse. Dubito che avrai un'altra
occasione.
Perch?
La caccia alle balene  agli sgoccioli. Sorrise.
E perch?
L'olio ha fatto il suo tempo. Ci sar ancora richiesta di ossa, per
i busti delle donne, ma non di olio. C' questa roba nuova, adesso.
Quale roba nuova?
Olio sotto la terra rispose.
I lavori si protrassero per tre giorni. Stive piene, boccaporti chiusi,
ponti puliti e immacolati.
Avanti. In un modo nuovo.
 
Capitolo 6.

Facemmo rotta verso est, incontrando mari agitati e ondosi. L'oceano
inspirava ed espirava, inspirava ed espirava, distese su distese
di colline fluttuanti sui cui fianchi imponenti ci inerpicavamo
beccheggiando mentre i venti gemevano e le acque scure si ingrossavano
e si sollevavano. Questi mari gonfi erano pieni di navi. Le
incontravamo lungo il cammino, giocattoli distanti che avvistavamo
attraverso una follia grigia e sibilante, oscurate (come noi) da
stormi carichi di uccelli stridenti. A volte ci avvicinavamo e vedevamo
volti scuri e tatuati sui ponti. E a volte ci avvicinavamo di pi e
quei volti prendevano forma - occhi bianchi e pelle smangiata dal
sale - e avevano un nome. I giorni si confondevano. I miei occhi
cambiarono, si abituarono all'acqua. In due mesi stivammo cinquecento
barili di olio, perdendo una sola lancia e un solo uomo.
Un tizio di nome George aveva fatto perdere le sue tracce a Capo
Verde, e la sua barca era stata sfracellata dal mare in tempesta mentre
la issavamo lungo un fianco della Lysander.
Incontrammo un vascello che ci consegn lettere e giornali da
casa. Non c'erano lettere per tutti. Non per Bill, Yan, Felix, Skip e
neppure per me. Tim ne ricevette una da Ishbel.
Lo guardai mentre leggeva. Il sorriso sulle labbra a un certo punto
si spense e gli occhi si fecero seri. Sul retro del foglio intravedevo
la grafia pulita e ordinata di Ishbel, gli occhielli lunghi e profondi
e le lettere leggermente inclinate in avanti, le linee verticali con
cui aveva delimitato i margini. In fondo alla pagina, pi largo, era
scritto il suo nome, la 1 di Ishbel uno svolazzo.
Tim volt il foglio e continu a leggere. Frasi indecifrabili. Ma
in alto riconobbi il mio nome, accanto al suo: Cari Tim e Jaffy.
Hmm. Tim ridacchi, scuotendo la testa e alzando lo sguardo
su di me per un istante. Ti manda un caloroso saluto, Jaf disse
allegramente, e gir di nuovo il foglio per rileggerla dall'inizio.
Ha visto mia madre?
Non rispose.
Fammela leggere lo incalzai.
Ehi! esclam lui, allontanando la lettera.
 anche per me dissi.
Nient'affatto. Mi mostr la busta. C' il mio nome, vedi?
Non  giusto protestai, ho letto anche il mio nome.
Questo  impossibile.
Infatti. Perch non me ne hai dato modo.
Non c' il tuo nome, Jaf ripet, come se avesse di fronte un
ritardato.  per me. La pieg pi volte e la infil sotto la giacca.
Era come ai vecchi tempi, uno dei suoi piccoli dispetti. Non lo sopportavo.
Ma non ero pi tanto sicuro. Avevo davvero letto il mio
nome? S, no, forse. L'avrei ammazzato sul posto, l'avrei strozzato
a mani nude.
Fai schifo, Tim, te l'ha mai detto nessuno? sbottai. Sei proprio
uno schifo di amico. Sentii con orrore le lacrime agli occhi.
Lui sorrise in modo strano, piatto. Il vecchio se n' andato.
Cosa?
Il vecchio. Mio padre.  morto.
Non sapevo che dire. A quanto mi risultava, per Tim non c'era
alcuna differenza tra suo padre e un secchio per il carbone.
Oh feci, la voce glaciale, serrando i denti per frenare la voglia
di stringergli le mani al collo. Di cosa  morto?
Di morte rispose piano.  morto di morte, Jaf.
C' anche il mio nome ripetei. In cima alla lettera.  per
entrambi.
No, Jaf. Mi guard con un'espressione triste. Mi dispiace,
ma ti sbagli. Per ti manda un caloroso saluto. Alla fine. Te l'ho
detto.
Avrei desiderato che mia madre sapesse scrivere. Mi mancava. E
mi mancava Ishbel. Mi voltai di scatto per nascondere le lacrime.
Bastardo. L'avrei scaraventato in mare a calci.
Niente pi fottute sirene mormor Tim.
Ho letto il mio nome insistei.
Tim alz le spalle, aggrott pazientemente le sopracciglia. Potrei
mai mentirti?, diceva quello sguardo. Perplesso che potessi mettere
in dubbio la sua parola.
Mi avvicinai al fianco della nave. Avevo male al petto. Che importava?
Dopotutto, avrebbe potuto spedire una lettera anche a
me. Allontanai il dolore finch non rimasero che i ponti cosparsi
di schiuma e il castello di prua scuro e screziato che scricchiolavano
e cigolavano sempre, giorno e notte. Che ci facevo in quel folle
mondo in movimento dove mancava lo spazio per muoversi? Il
tempo non esisteva pi. N tempo, n spazio, nessun posto dove
sognare, se non nel sonno. George aveva fatto bene a restarsene a
Capo Verde. Mi mancavano i suoni del mercato, il profumo della
taverna di Meng, il campanello di Jamrach, l'odore di paglia e
sterco nel cortile, il rumore dei ciottoli sotto i piedi. L ero qualcuno,
Qui ero soltanto una bestia da soma. Mi arriv della schiuma
in faccia. Il mondo era troppo grande. Mi voltai. Dag cercava di
mantenere l'equilibrio mentre tutto si sollevava e
precipitava, i capelli color crema appiattiti sul testone. Stava tentando di acchiappare
un grosso uccello bianco aggrappato con rabbia al parapetto,
che apriva e chiudeva il becco ricurvo e spiegava le ali. Perch era
infuriato?
La schiuma cadeva come neve. Un'onda esplose contro la prua
infrangendosi come vetro, e riversandosi sul ponte fino alla cucina.
Quando fui di nuovo in grado di vedere, l'uccello non c'era pi.
Allora, di che si tratta? chiese Skip.
Di che parli?
Questa cosa. Il drago.
Nessuno sa niente.
Terminato il rancio, stavamo fumando sul ponte. Skip disegnava
svogliatamente sul taccuino. Questa cosa ripet, questo drago,
cos'?
La Ora gli dissi, perch  cos che Dan Rymer l'aveva chiamato
qualche volta. Dan chiamai, Skip vuole notizie sulla Ora.
Non ne so niente rispose Dan, appoggiandosi all'albero. Ho
incontrato un uomo che aveva incontrato un uomo che aveva incontrato
un uomo che aveva incontrato un uomo... Ecco di che si
tratta. Storie.  una creatura enorme e feroce, naturalmente. E da
certe isole i nativi si tengono alla larga. Aveva parlato con la massima
seriet, ma sull'ultima frase sorrise. I denti stavano ingiallendo
vicino alle gengive, la fronte era solcata da tre o quattro rughe
molto profonde. Aprite le orecchie, ragazzi, e udirete racconti che
vi geleranno il sangue nelle vene disse con voce squillante, sfregandosi
le mani e passandosi la lingua sulle labbra.
Posso venire con voi, quando comincer la caccia? domand
Skip.
No.
Perch no?
Perch lo dico io.
Dio solo sa perch aveva scelto Tim. Io sarei stato meglio. Sotto
ogni punto di vista. E se fosse davvero un drago? aveva detto
Tim una sera, mentre fumavamo nelle cuccette. Un drago vero,
capisci? Alito di fuoco. Ali. Tutto quanto. Ges! Aveva parlato ad
alta voce, in modo che tutti potessero sentirlo.
E poi perch mai vorresti venire? chiese Dan a Skip. Hai
fretta di morire?
Skip mosse appena le spalle. Non mi importa rispose.
Dan si sedette con noi e accese la pipa. Certo che no.
Se posso dare la caccia a una balena disse Skip, ombreggiando
con calma il suo disegno, posso dare la caccia a qualunque cosa.
Non  cos.
S, invece. Non si tratta di un pesce. So tutto di pesci, io.
No disse Dan.
Non  strano mi disse Skip, come una cosa pu essere due
cose diverse allo stesso tempo?
Che vuoi dire?
Come voler fare qualcosa e allo stesso tempo non volerla fare
spieg, come quando mio fratello Barnaby affog e andai a guardare
il suo cadavere sul tavolo della cucina ed era felice e triste
allo stesso tempo. O quando stai ammazzando una balena e hai
l'impressione che quella balena sei tu.
Mi mostr il disegno. Era come immaginava un drago, una creatura
antica, tragica e maestosa.
Capivo perch Dan non lo voleva con s. Troppo imprevedibile.
Ma io? Io ero bravo con gli animali, lo dicevano tutti. Ci sapevo
fare e non avevo paura; la mia era una sana cautela dovuta al
rispetto per la loro forza. Perch Tim doveva essere il braccio destro del
cacciatore e io la bestia da soma? Pi tardi incontrai Dan e glielo
chiesi: perch lui e non me?
Soffi pensosamente uno sbuffo di fumo da un angolo della bocca
e rispose: Primo. Perch gliel'ho promesso. Secondo. Perch 
l'uomo migliore per questo lavoro.
Tim?
Lui si occuper della caccia disse, tu ti prenderai cura della
creatura dopo che l'avremo catturata.
Ogni mare ha la propria indole, come gli uomini. Da quando
ci eravamo lasciati alle spalle le isole Crozet, un cambiamento si
era insinuato nelle cose. Navigavamo ancora a gonfie vele, ma il
vento era meno freddo, anche se ci sbatacchiava come un gatto
con un gomitolo di lana. Ci imbattemmo in un gruppetto di isole,
rassicuranti lingue di terra sopra la vastit dell'oceano. Poi, da un
momento all'altro, sparirono. Il cambiamento fu una sonnolenza
che scese su di noi dopo la scomparsa delle isole. Adesso potevo
vedere la curva della terra, ero frastornato, un moscerino sull'orlo
di un canale di scolo. Il mare cambi colore, si fece di un azzurro
assetato. Sentivo per che c'era dell'altro, qualcosa che non sapevo
dire a parole e che mi spaventava a morte. Un'enormit. Come se l
sotto si nascondesse qualcosa, sotto il mare e sotto tutto.
Provai a parlarne a Tim.
La mia solita fortuna disse. Bloccato in mezzo al niente insieme
a un branco di matti. Che Dio ci aiuti quando ci sar la luna
piena.
Man mano che la nostra meta si avvicinava, il pensiero del drago
ci si insinuava nella mente. Joe Harper e Sam Proffit stavano
costruendo una gabbia sul ponte, sotto lo sguardo di Comeragh.
Vediamo di farla resistente disse Comeragh, agitando un fazzoletto,
divertito all'idea della creatura che si liberava e se ne andava
a zonzo sulla tolda. Gi, nel castello di prua! intim per scherzo,
e si soffi il naso con impeto.
E ora forza, a poppa, nella cabina del comandante lo imit
Sam.
Joe saggi il legno con una manata. Potremmo chiuderci un
elefante, qui dentro afferm con sicurezza.
O una tigre. Questo lo dissi io. La gabbia somigliava a quella
da cui era scappata la mia tigre.
Jaf una volta  stato acciuffato da una tigre disse Tim a voce
alta. Tutti si voltarono verso di me. Diglielo, Jaf mi esort.
Avanti, racconta della tigre.
Fui costretto a ripetere per l'ennesima volta come avevo conosciuto
Jamrach. O meglio, lo fece Tim.
Una tigre enorme del Bengala! Una testa gigantesca! E questo
piccoletto alto mezzo metro le va incontro e le d un buffetto sul
naso, come se fosse un gattino...
Era una carezza lo corressi. Volevo scoprire cosa si provava.
Sam, Joe e Comeragh mi guardavano, impressionati. Il signor
Jamrach ne usc molto bene da quella storia, ma l'eroe ero io, ormai
l'avevo capito. Jamrach aveva spalancato con coraggio le fauci
della bestia,  vero... anche se, per come mi era stata raccontata
all'epoca dei fatti, in realt le si era piazzato alle spalle e le aveva
stretto la gola, costringendola ad aprire la bocca e a sputarmi fuori.
Ma che ne sapevo io? Non avevo visto niente. Per di essere stato
tra le fauci della tigre me lo ricordo, questo s. Infatti ero l'eroe.
Non sono in molti a poter dire di essere finiti nella bocca di una
tigre. Non ce n'era uno che non mi invidiava.
Una gran bella storia da raccontare ai nipoti comment
Comeragh, sorridendo. Aveva un brutto raffreddore, il labbro superiore
era arrossato e screpolato.
Un'ora dopo la conoscevano tutti. Nel corso dei due giorni successivi
dovetti ripeterla tante di quelle volte che i ricordi mi investirono
come una grossa onda, penetrandomi fin nelle ossa. Per un
po' fui il beniamino del castello di prua, un cambiamento gradito.
Non dur, ovviamente, ma per un paio di piacevoli giorni fu la mia
storia a circolare tra le volute di fumo mentre eravamo stesi sui letti
e sulle amache nell'odore di muffa, con il fumo che saliva verso il
basso soffitto di quercia, una nuvola fosca nella stanza illuminata
debolmente da una mezza lanterna a parete.
Io e Skip avevamo le cuccette testa contro testa. Com' stato
davvero? voleva sapere. Ti ricordi davvero di com' stato quando
eri l?
S.
 un sogno ricorrente, ogni volta diverso. Adesso sono una persona
giudiziosa, non mi avvicinerei mai alle fauci di una tigre, ma
ai tempi ne andavo orgoglioso. Non potrei n vorrei rivivere quella
situazione.
Per non riesco a spiegarlo.
Skip rest zitto per qualche secondo, poi disse quasi tra s:
Chiss se  stato lo stesso per Poli, la mia cagnetta.
Cio?
Quando  morta disse, ammazzata da un maledetto segugio
rabbioso, sulla riva del fiume. Stava inseguendo qualcuno e se l'
trovata davanti. L'ha azzannata in testa con quella sua bocca enorme
tutta bavosa e le ha dato uno strattone e crack!, le ha spezzato
il collo. Stecchita.
Non credo. Mi sembra peggio di quello che  successo a me.
Riaccesi la pipa, aspirai una volta e gliela passai da sopra la testa.
Per secondo me non ha sofferto molto. Dev'essere stata una cosa
veloce.
Lo sentivo schioccare le labbra mentre cercava di soffiare anelli
di fumo. Qui, Polly, la chiamavo. Qui! disse, trattenendo il fumo
in gola.
Questo ci port a parlare di Jamrach e del mio lavoro al serraglio,
e di tutte le bestie che avevo visto nel corso degli anni. Fu la
stanza degli uccelli silenziosi a catturarlo. Gli raccontai che se ne
stavano appollaiati, immobili, in piccole gabbie, uccelli canori con
le gole serrate, e lui disse che non era giusto. Skip non tollerava gli
uccelli in gabbia. C'entra con le ali spieg. Perch non riescono
pi ad aprirle.
Fumammo in silenzio. Ripensai a quanto quella stanza mi aveva
intristito da bambino, anche se poi mi ci ero abituato. Il mondo
andava cos.
Non restano in gabbia per sempre gli dissi. Vengono venduti.
Skip mi raccont di sua nonna e del pesce rosso. Disse che la
nonna lo terrorizzava. Era molto anziana e brutta e aveva una disgustosa
pelle scura e coriacea piena di grosse pieghe, e portava un
paio di occhiali rotondi a fondo di bottiglia con una lente coperta
e l'altra talmente spessa che l'occhio sembrava enorme e annacquato,
come quello di un pesce grasso, e aveva un modo di fissarti
che ti faceva pensare che fosse una strega. La nonna aveva questo
povero pesce, un grosso pesce rosso con una coda sfarfallante, e
lo teneva in una piccola boccia di vetro simile a quelle che vengono
applicate sulla pelle per far sparire le bolle. Il pesce viveva in
pochi centimetri di acqua, sufficiente appena per nuotare avanti
e indietro e avanti e indietro per sempre. E infatti lo faceva. Una
cosa orribile, disse Skip. Il vetro ingrandiva il pesce proprio come
la lente ingigantiva l'occhio della nonna. E quando Skip entrava
nella sua stanzetta sudicia vedeva il pesce rosso che assomigliava a
un occhio scintillante e girava vorticosamente su se stesso, e vedeva
anche l'occhio della nonna. Ed era come se entrambi fossero gli
occhi della vecchia che lo fissavano.
L'indomani Skip torn a comportarsi in modo strano. Avevamo
catturato una balena ed eravamo nel pieno della lavorazione, con
le raffinerie che sbuffavano e i bagliori delle fiamme che ci trasformavano
tutti in demoni e guizzavano e danzavano sulle pozze di
sangue che sgocciolava sul ponte dalle strisce di grasso scorticato.
Skip era con me all'argano, quando improvvisamente moll la presa.
L'argano vibr violentemente, sobbalz e mi sbalz all'indietro.
Skip si allontan come se qualcuno lo avesse chiamato.
Skipton, cosa cazzo credi di fare? rugg Rainey.
Lui sembr non averlo sentito.
Rainey fece un passo come se fosse un respiro profondo, le narici
dilatate e frementi come vele, e lo segu. Martin Hannah si affrett
a sostituirlo al mio fianco. Riprendemmo a spingere l'argano
come forsennati, le teste all'ins, gli occhi ben aperti. Skip sal con
decisione i gradini che portavano al cassero di poppa guardando
fisso davanti a s, aumentando il passo, e subito dopo si ferm.
Fiss il cielo notturno, immobile, per un istante, poi si sdrai lentamente
sul ponte e port le ginocchia al petto e le strinse tra le
braccia. Mise la testa tra le gambe e le spalle ebbero un tremito, le
strinse come quando vi infilate in un letto confortevole per la notte
e arriva un brivido di piacere.
Ma Rainey lo aveva raggiunto e cominci a tempestarlo di calci
rabbiosi. Alzati, bastardo! Alzati! urlava. Non hai niente.
Come osi abbandonare il tuo posto?
Gabriel e Abel Roper accorsero. Arriv anche Proctor.
Skip rotol sulla schiena. Qualcosa nel suo sguardo li turb.
Per l'amor di Dio disse Proctor, indietro, fatelo respirare.
Sta bene rugg Rainey.  solo una scusa per non lavorare.
Non credo stia fngendo, signore intervenne Abel. Felix, va'
a prendere i sali in cucina.
Quando gli passarono i sali sotto le narici, Skip starnut violentemente
e si mise seduto, ma un secondo dopo croll di nuovo.
Che gli succede? chiese Proctor.
 solo sfasato rispose Abel.
Ah! ringhi Rainey. Ah!
Portatelo di sotto ordin il capitano. Una dormita e gli passer,
qualunque cosa sia. Meglio che non se ne vada a spasso per il
ponte in queste condizioni. E voi che ci fate tutti qui? Siete forse
dottori? Tornate al lavoro!
Skip aveva gli occhi rivoltati mentre Abel e Gabriel lo trasportavano
a braccia al castello di prua. Cominci a ridere. Portatemi
sul traghetto! vaneggiava. Portatemi sul traghetto! Poi vomit.
Un paio d'ore dopo si era ripreso.
Una sciocchezza, insisteva, solo un mancamento. Non era cos,
ovviamente. Pi tardi, quella notte, raccont la verit ai pochi di noi
che non dormivano. Qualcosa ci stava seguendo rivel. Sono
andato a controllare.
Ci sporgemmo tutti per sentire.
Un uccello dissi. Una nuvola. Un albatros o un cormorano.
No, disse Skip, era un occhio con le ali. Un occhio con le ali, in
cielo, seguiva il vascello. Ve lo disegno disse, tirando fuori taccuino
e matita.
Nessuno fiat per qualche secondo, poi Tim scoppi a ridere.
Di che colore era? chiese.
Non lo so rispose serio Skip.
Blu? Marrone? Un incantevole occhio verde?
Horus mormor Gabriel.
Ce l'aveva la palpebra? Ammiccava? Ti ha fatto l'occhiolino?
Niente di tutto questo.
Horus ripet Gabriel. Credo che Horus sia un occhio.
Cos' Horus? chiese Skip.
Un dio. Gabriel inarc le sopracciglia. Un dio dei faraoni.
E tu che ne sai di faraoni e di? gli chiesi.
Ho viaggiato molto.
Forse era mio fratello, Barnaby disse Skip.
Tim si mise comodo poggiando le braccia dietro la testa. Se me
lo domandate, sono per la storia dei faraoni disse. Sembra pi
probabile.
Ma per quale motivo Horus dovrebbe inseguirti, figliolo? chiese
Gabriel.
Skip disse di non essere sorpreso. Gli di gli avevano gi fatto
visita in passato.
A-ah fu la reazione di Gabriel, e nessuno aggiunse altro. Da
allora, per, tenemmo maggiormente d'occhio Skip, e il viaggio
continu senza intoppi su un mare torbido e verde sul quale, alla
fine, apparvero altre isole. Lunghe spiagge bianche. Palme che salutavano
come donne leggiadre. Sagome gigantesche che si ergevano
in lontananza nella nebbia. Altopiani che svettavano sopra il
livello dell'acqua. Scogliere rosa e verde salvia. Isole che profumavano
di terra e spezie, mare limpido. Abbassando lo sguardo potevate
vedere pesci lucenti, fronde rigogliose di alghe che fluttuavano
come al ritmo di una musica lenta, lunghe catene di scogli con
forme e colori sbalorditivi che indicavano la volta del loro cielo, la
superficie del nostro mare.
Gettammo l'ancora da qualche parte, in un porto, e l'uomo
bianco di quelle isole scese in spiaggia per parlare con il capitano
e con il signor Rainey. Comeragh aveva l'influenza ed era rimasto
sulla Lysander. Un centinaio di volti di schiavi neri ci osservava
dai bordi della foresta che sovrastava la spiaggia. Tornato a bordo,
Proctor ci inform che non potevamo sbarcare a causa di una malattia
che infestava l'isola. Scesero a terra solo Abel Roper, Martin
Hannah e Joe Harper per caricare acqua fresca e noci di cocco, e
ripartimmo.
Pass un giorno, un secondo, un terzo. Quelle acque mi richiudevano
sempre di pi in me stesso, dal momento che nessuno sembrava
avere molta voglia di parlare. Le isole apparivano e sparivano,
il sole sorgeva e tramontava, l'oceano continuava a perdita
d'occhio e la sensazione di immensit torn, sgradevole, un'inquietudine
per qualcosa che era negli abissi, irraggiungibile.
Avvistammo una lunga ombra all'orizzonte, molto distante. Una
nuvola bassa, d'un grigio tenue. Colombe, guanti di donna, petti
di oca.
Terra disse Gabriel al timone, piegandosi bruscamente di lato.
Emerse come un soffice batuffolo di polvere, pelo di gatto. Un
muro di nuvole.
Terra.
Una lunga striscia di terra. Chilometri e chilometri e chilometri
di terra, da una parte all'altra, lunghi chilometri di giungla lussureggiante
e isole sparse qua e l.
Proctor ci convoc di nuovo sul cassero di poppa per informarci
che quelle acque erano infestate di pirati malesi armati di lance,
assassini e selvaggi. Adesso disse con la voce stentorea da capitano
che riservava per queste occasioni siamo davvero lontani da
casa. Queste sono acque pericolose. Ci guard con espressione
accigliata, come se in qualche modo fosse colpa nostra. Acque
pericolose ripet.
Ho paura mi sussurr Tim in un orecchio.
Seguendo quella rotta, prosegu il capitano, saremmo arrivati
dritti ai mari della Cina. Mari ricchi di balene, i mari cinesi.
Avremmo cacciato balene e navigato senza problemi fino alle acque
giapponesi. Tuttavia aggiunse, come vi  stato spiegato al
momento dell'arruolamento, dobbiamo sbrigare una certa commissione
per il proprietario di questo vascello, il signor Malachi
Fledge di Bristol.
Rimasi di stucco. Fino ad allora il signor Fledge era stato sempre
e solo il signor Fledge,
Signor Rymer?
Dan avanz con andatura dinoccolata. Come ben sapete disse
sbrigativo, sono stato incaricato di trovare un animale che potrebbe
vivere su una delle isole a est di qui e di trasportarlo, vivo,
a Londra. Ma non vi sto dicendo nulla di nuovo. Fece una pausa.
Non conosco nessuno che abbia mai visto questa creatura, ma
tempo fa un uomo di Surabaya mi disse che un baleniere di
Lamalera aveva visto qualcosa uscire da una foresta, su un'isola del
Borneo.
Da intrattenitore nato qual era, teneva lo sguardo basso e giocherellava
con la pipa.
Furono trovati anche dei resti disse piano. Due pescatori.
Uccisi da qualcosa, e divorati. Alz la testa. A ogni modo, anche
il signor Fledge ne ha sentito parlare.
Questi cadaveri intervenne Comeragh, la voce rauca, dove
furono rinvenuti? Aveva un naso talmente grosso che non potevate
fare a meno di pensare che quella proboscide producesse pi
muco di una persona normale.
Sull'isola di Rinca, signor Comeragh rispose Dan, guardandolo.Su una spiaggia. Quest'isola, come sapete, non  molto distante
da dove ci troviamo ora.
Comeragh inarc un sopracciglio, annuendo.
Dunque  l che andremo? chiese Rainey.
Non necessariamente, signor Rainey. L'uomo che vide la creatura
viveva a Pulau Lomblen. Cominceremo da quest'isola. Per
fiutare l'aria. E poi ci sposteremo... ovunque riterremo saggio andare.
A Pulau Lomblen potremmo procurarci una barca osserv il
capitano.
Vi siete arruolati come balenieri prosegu Dan, non come
cacciatori di draghi. Eccezion fatta per il sottoscritto e i suoi due
aiutanti, nessuno di voi avr a che fare con la bestia. Se la creatura
esiste, io e Tim la snideremo e la spingeremo a riva, dove trover
una gabbia che la aspetta. Spost lo sguardo su di me. Jaffy si
accerter che vi entri e vi resti.
Era la prima volta che ne sentivo parlare.
Sembra facile mi sussurr Tim sulla nuca.
Un largo sorriso mi incresp le labbra.
Nessuno di voi si avviciner alla creatura continu Dan con
la massima seriet. Un irrefrenabile impulso di ridere andava insinuandosi
in me. Sarete forniti di tamburi.
Tamburi? bisbigli Tim. Sbuffai.
E torce aggiunse Dan. Vi schiererete su due file, e appena vedrete
arrivare la creatura comincerete a urlare, a gridare, a saltare,
a percuotere qualunque cosa vi ritroviate per le mani e ad agitare
le torce per spingerla nella gabbia. Tim e io le saremo immediatamente
dietro, la costringeremo a dirigersi verso la spiaggia. Le
due file si stringeranno sempre di pi, di modo che sar obbligata
a entrare. Al minimo cenno di pericolo, far fuoco e ammazzer la
creatura. Intesi?
Tutti annuirono solennemente, mormorando il proprio assenso.
Non intendo mettere a repentaglio la vita di nessuno disse
Dan.
Il capitano fece un passo avanti, sorridendo. Avremo bisogno
di esercitarci un po' disse con un pizzico di ironia.
Certo sorrise Dan. Ricordate per che siete balenieri. Se siete
in grado di cacciare una balena, potete cacciare qualunque cosa.
Huh comment Skip.
E se sputa fuoco? chiese una voce.
Era Felix Duggan, gli occhi larghi e spaventati. Tutti risero.
Non credo che sputi fuoco rispose Dan, non credo proprio.
In caso contrario, ecco cosa faremo. Sembrava molto serio, invece
scoppi a ridere. Ce la daremo a gambe levate!
Risero di nuovo anche gli altri.
Non preoccuparti disse Dan, ci sentirai arrivare, con le brache
in fiamme. Salteremo sulle lance e fileremo dritti alla nave.
E se vola?
Questa volta era stato John Copper a parlare.
Lo immaginammo tutti, l'enorme drago volante, larghe ali squamose,
lingue di fuoco che incendiavano la terra e incenerivano
ogni cosa. In volo, all'inseguimento della Lysander. Un occhio nel
cielo.
Le voci su una creatura volante non sono attendibili disse
Dan. Poi aggiunse: Ci diamo due settimane di tempo, dopo di che
torneremo a cacciare balene con o senza la bestia. Nessuno deve
sentirsi obbligato a prendere parte a questa operazione. Chiunque
lo desideri, potr restare sul vascello.
Ben detto, signor Rymer disse il capitano. Per quanto mi
riguarda, non vedo l'ora di fare questa esperienza. In caso di successo
sar un trionfo, un autentico trionfo.
Potremmo non trovare nulla ribatt secco Dan. Potremmo
battere qualche isola e ritrovarci con un pugno di mosche in mano,
o al massimo un pappagallo ammaestrato.
Proctor ridacchi. Torniamo al lavoro disse.
Lavoro significava superare gli stretti. Veleggiammo tra le isole
incrociando numerose imbarcazioni pi piccole, ognuna delle quali,per quanto ne sapevo, avrebbe potuto essere una nave pirata. E
invece niente. Cosa le distingueva? Gli altri, Gabriel, Sam, Yan e
persino John Copper, sembravano saperlo. Quello dicevano 
solo un sampan. Come se fosse ovvio. Per quanto mi riguardava,
quegli uomini avrebbero potuto essere tutti il padre di Yan - non
avrei saputo distinguerlo da un pirata. Avvistammo un grosso vascello
di linea all'orizzonte, e un'alta montagna apparve a babordo.
Il vascello, diretto in oceano aperto, pass a una grande distanza
dalla Lysander. La terraferma si avvicinava. Il mare era mosso e
c'erano banchi di sabbia, ma avanzammo con cautela e nel tardo
pomeriggio avevamo superato la parte'pi angusta del passaggio e
imboccato il canale orientale all'interno del quale un'isola divideva
in due l'oceano.
Il mare interno era ricco di isole, alcune non pi grandi di una
roccia. Il sole era al tramonto. Adagiata sull'orizzonte, una fitta
selva di nuvole vomitava qua e l esplosioni spumose di cumuli
burrascosi. Lunghe increspature si inseguivano sulla superficie
dell'acqua, e dietro le nuvole il sole irradiava raggi arancioni come
i petali di un fiore che si apre. Poi si inabiss e tutto divenne rosso,
scuro, rosso sangue, e il mare nero.
L'indomani ci svegliammo davanti a una lunga costa azzurra.
Avevamo navigato per molto tempo senza problemi, e una sorta di
pace era calata sulla nave. Avevo l'impressione che avessimo raggiunto
i luoghi di cui narrano le leggende, i regni di sirene che cantano
e mangiatori di loto che si ingozzano, dove Sinbad il marinaio
passeggia sul ponte della sua nave e sogna corsi d'acqua cristallini
e caverne color rubino. Ripensai alle isole che apparivano e sparivano,
trovate e di nuovo perdute. Con il passare dei giorni precipitai
in uno stato di gioia prolungata. Di tanto in tanto prendevamo
una balena. Per un po' il fetore di carne bruciata e olio bollente
appest l'aria, finch entrammo in una dolce atmosfera profumata
di vino, con folate che sapevano di mele, spezie e fiori. Un branco
di delfini ci affianc al largo di un'isola di sabbia bianca e palme
da cocco, cavalcando gioiosamente l'onda di poppa della Lysander
per un paio di chilometri, i dorsi luccicanti che fendevano l'aria.
Quando si allontanarono, si portarono via la quiete. I venti presero
a soffiare e sibilare con forza, le onde a sollevarsi contro una
regione montuosa a dritta, abbattendosi, enormi, su chilometri di
spiaggia luminosa che costeggiavano una fitta giungla verde. Da
qui si diffondeva un suono di tamburi. Flebile, ma distinto nei
momenti di pace tra un maroso e l'altro. Lento, pensoso, come
una sola voce che esplora la propria estensione vocale, il battito
si fondeva con tutto il resto. Quel suono mi inquietava - la voce
di una giungla che nell'aria sempre pi sottile annunciava l'arrivo
della nebbia.
I delfini chiamavano i venti e i venti i tamburi e i tamburi la
nebbia. Era questa la sensazione che avevamo.
Era questa la sensazione che avevamo avuto innumerevoli volte.
Sembrava che ogni evento fosse collegato, come note di una melodia.
Il vento cess completamente e la pioggia cominci a scendere
copiosa, improvvisa come un secchio rovesciato. I tuoni
rombavano all'orizzonte, un vecchio cane che ringhiava nel sonno. Scesi
dall'albero. Una distesa di fulmini saettava sulla giungla. Il mondo
era grigio e palpitante; sigillammo i boccaporti e inferimmo le vele.
La pioggia si abbatt con violenza per tre ore o pi, ma non ci
fu alcuna tempesta, che invece si stava scatenando dall'altra parte
della lunga distesa di terra. I lampi saettanti erano uno spettacolo
che toglieva il fiato, echi argentati su un mondo slavato, sull'albero
maestro, sulle alberature e sulla chiesuola, sulla grande tela spiegata
del mare.
Era sera quando la pioggia cal di intensit. Ci mettemmo in
panna nella baia di un'isola che avrebbe potuto essere la stessa di
prima o un'altra. Wilson Pride aveva preparato un ottimo stufato
con pancetta affumicata, fagioli e polpette, che mangiammo sottocoperta
per via della pioggia. Ero di guardia a babordo e stava
ancora piovendo quando andai a letto, ma il mattino dopo, al mio
risveglio, la luce del sole che filtrava tra le assi era calda e bianca.
Il sole aveva asciugato la tolda, non era rimasta neppure una traccia
di umidit. Il capitano e il primo ufficiale stavano parlando
sulla scala di boccaporto a poppa. Rainey sembrava infastidito.
L'espressione del viso, sempre pi rossa e alterata, faceva pensare
che stessero litigando, ma il capitano ridacchiava in modo affabile
e divertito. Appena profer parola Rainey gir sui tacchi e se ne
and.
In seguito Gabriel ci rivel cos'era accaduto. Non avevamo lance
di riserva e Rainey voleva attraccare da qualche parte e procurarsene
almeno una il prima possibile. Aveva proposto di tornare
a Surabaya, ma il capitano aveva detto che ormai era troppo lontana
e avrebbero proseguito per Pulau Lomblen, dove Dan Rymer
sperava di trovare il baleniere di Lamalera che aveva visto una
creatura uscire da una foresta, l'uomo di cui gli aveva parlato il
suo amico di Surabaya. Anche Comeragh era dell'idea di tornare
indietro, ma secondo Dan Rymer avremmo trovato una barca a
Pulau Lomblen.
Non and cos. C'erano barche a Pulau Lomblen, ma non per
noi. Ma allora non lo sapevamo, quindi proseguimmo e tre giorni
dopo arrivammo a Pulau Lomblen.
 
Capitolo 7.

Oh, Signore, ti prego, di' a Billy Stock di smetterla di spaventare
i pi piccoli...
Al risveglio, nella mia testa, la voce di quel vecchio nero, Sam.
Sam Proffit. Tornata dal passato, improvvisa, reale, uno scatto nel
cervello, il tempo che vola, un battito di ciglia... distinta, come se
Sam fosse nella stanza. Nella stessa posizione che aveva nel basso
castello di prua, le mani giunte in preghiera - allora - ma allora 
adesso - gli occhi chiusi, una debole smorfia maliziosa sulle labbra
inaridite. Un vecchio devoto, la luce cangiante che gli guizzava sul
corpo, le pareti chiazzate e punteggiate di grigio. Oh, che meraviglia.
Era buio e galleggiavo su qualcosa, forse il mare, forse onde di
qualche altro tipo, avrebbe potuto essere qualsiasi cosa. Onde gonfie
e nere di sonno mi trasportavano sulle loro creste. In un primo
momento pensai di trovarmi sulla Drago, la nostra vecchia Drago,
disteso sulle assi secche mentre veleggiava lungo il Tamigi, diretta
al mare.
Ma era andata distrutta tanto tempo fa, la Drago. Qui  dove
vivo adesso. Ancora una volta sono stato svegliato da una voce
proveniente dalla strada. Un canto sublime nelle vicinanze, forse
nel vicolo tra la Ratcliffe Highway e Pennington Street, ebbro e
prodigioso come quello di un angelo caduto. Chi  questa donna,
sirena delle alte falesie, che squarcia il fitto nel buio con la sua
voce argentina, affilata come lame? Qui  dove vivo adesso e mi
sta bene. Ci sono tetti caliginosi oltre i quali riesco a guardare,
e sopra un incantevole cielo del Nord che non brucia mai. Amo
questi tetti, al punto che a volte i miei occhi si bagnano di lacrime.
Londra - quanto ti ho sognata in quei luoghi torridi. Fiori, frutti,
vino e alberi svettanti, ragazzi magri e scuri che si tuffavano in
cerca di perle, onde grosse e impetuose e scimmie sugli alberi, con
lunghe membra e volti sottili, lo sguardo feroce degli esemplari pi
grandi, quello delicato e spaventato dei cuccioli stretti ai genitori.
La luce azzurra che si adagia sull'orizzonte. Il colore del confine
del mondo ...
... indaco.
Scintilla...
Come Sinbad navigo su strani mari orientali e una grossa stella
sta precipitando nel cielo scuro, e da qualche parte le sirene cantano
e qui c' Sam Proffit che dice: Oh, Signore, ti prego, di' a Billy
Stock di smetterla di spaventare i pi piccoli.
Le sue parole ci fecero ridere perch Billy aveva la mia et; a
eccezione di Felix, eravamo i membri pi giovani dell'equipaggio.
Billy conosceva un mucchio di storie orribili di cannibali che succhiavano
i cervelli degli uomini mentre erano ancora in vita.
Sam  in piedi nel basso castello di prua, un uomo con la pelle
chiazzata, uno straordinario interprete di inni e preghiere. E questa
notte tutti abbiamo bisogno di pregare. Domani attraccheremo
su una nuova isola. Sentiamo che  quella giusta. Ha qualcosa a
che fare con i due esploratori malesi che Dan ha arruolato a
Sumba, dove avevamo udito i gong e visto il fumo di una pira funebre
levarsi sopra gli alberi. Eravamo stati in un villaggio e avevamo bevuto
qualcosa di amaro; c'erano uccelli dappertutto, stormi di un
verde abbagliante che contrastava con l'azzurro intenso del cielo.
Li avevo osservati, sdraiato sulla schiena, la loro vivacit mi aveva
ferito gli occhi. Gli uccelli dovrebbero essere liberi, pensai. Dan,
che era andato chiss dove per sbrigare alcuni affari, era tornato
con i denti rossi e due uomini cordiali e silenziosi al suo fianco.
Uno, che aveva simboli azzurri tatuati sulla fronte, sorrideva, l'altro
no. Dormono nel castello con il resto dell'equipaggio, ma nessuno
comprende la loro lingua. I loro modi si sono fatti pi seri da
quando abbiamo lasciato l'ultima isola, la nona o la decima, non
ricordo. Le isole sono primitive.  quel che ho sempre desiderato,
il mondo selvaggio e primitivo, e lo guardo in faccia con quanta pi
fermezza possibile. Voglio salire le pendici di un vulcano e guardare
nella sua gola. Sarebbe come fissare un animale negli occhi. Un
vulcano ricorda un drago. Non potrebbe anche esserci un drago
vero da queste parti?
Uomini drago? C'era un vulcano che si ergeva come un gigante
dall'altra parte della baia mentre ci avvicinavamo a Pulau Lomblen,
e un altro che vegliava su di noi mentre parlavamo con i balenieri a
un'estremit dell'isola. I bambini avevano abbandonato i giochi ed
erano corsi oltre le barche allineate sulla spiaggia curva per vedere
i loro padri in perizoma seduti in circolo con il capitano, i due ufficiali
e Dan. Ceravamo anche io e Tim, rispettati assistenti del grande
cacciatore. Ormai persino il capitano s'inchinava a Dan, motivo
per il quale noi due eravamo seduti in spiaggia e non davanti a
un buon pasto nella capitale dell'isola, dove c'erano una cappella
domenicana e una specie di locanda in cui era possibile comprare
scrimshaw, ubriacarsi e guardare i pescatori di perle issarsi sulle
barche. Il sudore colava lungo i fianchi. Volti gradevoli, occhi neri,
le donne, a seno nudo, indugiavano sulle piattaforme di legno delle
loro piccole palafitte con i tetti in paglia. Una ragazza che
non dimenticher mai ci aveva versato del latte dal guscio di una grossa
noce di cocco verde, aveva circa dodici anni e seni come boccioli
e mani di bambina con unghie come perline rosa. Era rimasta ad
attendere i gusci vuoti, e in quel tempo aveva retto il mio sguardo
in placida contemplazione. Lunghi capelli le scendevano ai lati del
volto e sulle spalle, folti e ispidi fino alla vita. Le sopracciglia sottili
sopra gli occhi assonnati erano delicate, piume color fumo, alte e
arcuate. Il naso era largo e incantevole, le labbra turgide. Mi innamorai
di lei all'istante. S, pensai, s, far il baleniere su quest'isola,
uscir in barca e mi coprir di gloria. Torner da lei ogni notte. Il
mondo  pieno di meraviglie. Non avrei pi sentito il profumo del
banchetto dello speziale su Rosemary Lane, non avrei pi visto i
manifesti scrostati sulle pareti esterne del Paddy's Goose.
Era straordinario che Dan fosse in grado di parlare con quella
gente. Era l'unico, qualunque lingua usasse, di certo inglese e portoghese,
persino il latino in quel guazzabuglio, tutte mescolate con
l'idioma locale. A quanto pareva, per, i nativi lo comprendevano,
e la conversazione proseguiva senza intoppi.
Oh, Signore disse Sam, fa' che domani sia un giorno proficuo.
Ci tenevamo per mano come bambini, le teste chine.
Oh, Signore, ti ringraziamo per il clima favorevole.
Amen mormorammo.
Poi fu la volta del Padre Nostro - ... e liberaci dal male... - e
pieni di vergogna e con il pensiero ai cannibali e alle paludi e ai mostri
che ci attendevano l'indomani. Billy non aveva smesso di parlare
da quando avevamo lasciato Pulau Lomblen. Non l'avremmo
mai convinto a scendere a terra da quelle parti, diceva, neanche in
un milione di anni. Joe Harper era della stessa opinione. Su quelle
isole vivevano trib che mangiavano gli uomini come se fossero
polli o pesci, e quando Tim ribatteva che Dan sapeva il fatto suo
e che non avrebbe mai permesso che ci succedesse qualcosa, loro
chiedevano: E lui che ne sa?. Conosceva forse ogni singola isola?
E se questa in particolare fosse stata davvero abitata da una specie
di drago che nessuno aveva mai visto, allora doveva trattarsi di
un'isola selvaggia, no? Una di cui nessuno sapeva niente. Avrebbe
potuto esserci di tutto su un'isola del genere.
Guardare un cannibale negli occhi. Scacciai quel pensiero, ma
un brivido di paura mi corse lungo la schiena.
Un tempo c'erano cannibali disse Gabriel, ma ora non pi,
non da queste parti. E non ne incontreremo fino al mare australe.
Ah! esclam Bill. Visto? Se c'erano una volta, ci saranno ancora!
I cannibali non cambiano.  la loro natura.
Come i cani intervenne John Copper. Se ne stanno cari e
buoni per anni, e poi improvvisamente... Scopr i denti.
Proprio cos disse Bill.
Gabriel, le lunghe gambe nude che ciondolavano dal bordo
della cuccetta, la pelle scura ingiallita sugli stinchi che si grattava
in continuazione. Lo sguardo obliquo, il grosso labbro inferiore
morbido, rosa all'interno. Una volta vidi una cosa terribile che
mi diede da pensare disse. Un serpente che mangiava un cane.
Era piccolo, ma non so se fosse un cucciolo. Il serpente lo ingoi
intero, ma ci mise molto tempo e la testa fu l'ultima cosa che spar
nella sua bocca. All'inizio la povera bestia guaiva con tutte le forze,
ma alla fine si arrese. Sembrava un uomo che piangeva in silenzio.
Nessuno fiat. Gabriel si guard intorno con i suoi grossi occhi.
Sapete, quando qualcuno piange senza fare rumore. Tremava,
e gli occhi si chiusero stretti e la bocca si pieg verso il basso. Non
dimenticher mai quel povero cane.
Di nuovo silenzio.
E perch non l'hai fermato? chiese John Copper, duro.
Tu cosa credi, John? rispose Gabriel. Avevo paura del serpente.
Era mostruoso. E si teneva quel povero cane tra le spire per
non farlo scappare. Non potevo fare niente.
Dove  successo? chiese Tim.
Gabriel ci pens un momento. Su un'isola, ma non da queste
parti. Sul mare australe.
Questo mare australe sembrava sempre di pi un posto da evitare.
Avresti potuto fermarlo insist John, fare qualcosa.
Gabriel scosse la testa. No. Eravamo in tre, capisci, tra cui Lovelace,
il nostro capitano. Ci disse di non intervenire. E nessuno
disobbediva a Lovelace.
Se mai dovessi imbattermi in un capitano Lovelace disse John,
gli romper il muso a calci.
Quanto  durato? chiesi.
Molto.
Quanto?
Oh, troppo, piccolo Jaf.
Odiavo quando mi trattavano con condiscendenza.
I cani non piangono disse Billy Stock.
S, invece ribatt Skip con prontezza.
 durato circa cinque minuti disse Gabriel.
E per cinque minuti voi siete rimasti a guardare?
S. Lovelace era incuriosito dallo spettacolo. Dovevamo starcene
zitti e buoni. Una strana sensazione. Non la dimenticher mai.
John Copper scoppi a piangere. Era furioso. Si sdrai e prese a
pugni il materasso. Lo odio disse.
Cos' che odi, figliolo?
Non lo so. Lo odio e basta.
Avevamo visto cos tante isole, alcune non pi grandi di una roccia,
altre che serpeggiavano per chilometri, montagne dopo montagne,
sempre pi alte, e mangrovie che sembravano camminare sul
pelo dell'acqua con le radici delicatamente sollevate, come il mignolo
di una signora intenta a bere una tazza di t. Palme da cocco, cielo
azzurro, nuvole gonfie, rocce verde pallido, alture spoglie, pianure
lussureggianti, e la Lysander che proseguiva nel suo viaggio. Sbarcammo
su quattro o cinque isole, facendo scorta di banane e grossi
frutti verdi. Dan e i due malesi confabulavano nella loro incomprensibile
lingua prima di ogni battuta di caccia, e mentre io restavo
in spiaggia a oziare loro e Tim si dirigevano con fare deciso verso
radure verdi infestate di uccelli - la parte divertente dell'operazione.
I malesi, in testa al drappello, esaminavano il terreno come se fosse
ricoperto d'oro. Qualche ora dopo spuntavano dalla foresta con un
cinghiale o due; una volta tornarono con i quarti ancora fumanti di
un bufalo che avevano scuoiato e macellato sull'altopiano.
Ma niente draghi.
Neppure un esemplare minuscolo, nessun segno, nessuna impronta
su quelle selvagge distese sabbiose, nessuna apparizione
fugace attraverso i grappoli fitti della vegetazione. Nessun verso misterioso
e sinistro, la notte.
Parlavamo di quella creatura come se non esistesse. A volte,
per, prima di addormentarmi, pensavo alla bestia e mi chiedevo
come mai non riuscissi a levarmela dalla testa, per quale motivo si
librasse sopra di me con ali squamose che, con il passare dei giorni,
assumevano sembianze sempre pi demoniache. E una notte, la
notte prima, improvvisamente provai molta paura. I malesi sapevano
qualcosa. Il giorno prima erano sbarcati su un'isola e avevano
curiosato sulla riva e ai margini della foresta per non pi di un'ora,
e quando erano tornati erano diversi.
Ce ne accorgemmo tutti, ma nessuno disse niente.  l'isola giusta.
N grande n piccola, rocciosa e verde, alte montagne ricoperte
di arbusti selvatici che svettavano verso il cielo, sopra la giungla e
le baie dolenti. Le sue acque sono rapide e irrequiete, come se non
volesse essere raggiunta, e questo mi terrorizza. La notte, quando
mi stendo a pensare, i gong di Sumba mi risuonano nella testa - 
cos da quando abbiamo lasciato l'isola. Il loro ritmo soporifero,
basso e monotono, fende le tenebre con lunghi nastri sonori che
vibrano appena ma cambiano continuamente, scintillanti, semplici
come seta. La musica  come un serpente che si mangia la coda,
una cantilena che si ripete in eterno, attenua e affila i sensi allo stesso
tempo, come una droga. La bocca  secca per la paura, la gola si
stringe quando deglutisco, cado in una profonda malinconia, simile
a una nausea improvvisa.
Continuavo a pensare a quel povero cane divorato dal serpente
mentre era ancora vivo e cosciente di quanto gli stava accadendo.
Immaginavo la sua bocca spalancata in un urlo silenzioso mentre
veniva stritolato e ingerito, e pensavo al dio che poteva concepire un
simile trapasso, e sentivo freddo e dolore e avevo paura come mai ne
avevo avuta in vita mia. E quando finalmente mi addormentai precipitai
in un incubo di quelli che vi fanno svegliare in una pozza di sudore
con il cuore che batte all'impazzata, e vi turbano e sconvolgono
per i pensieri racchiusi nella testa. Sognai una grossa cisterna piena
di sangue in un attico buio, membra di cadaveri che si muovevano
al suo interno, sguazzando come anguille; e al centro il viso di un
uomo pieno di orrore - oh, fu l'orrore a svegliarmi - un uomo reale,
integro, che cercava disperatamente di uscire ma non poteva. Poi 
emerso un braccio e una mano aperta, ricoperta di spessi grumi, ha
cominciato a spingergli la testa sotto il sangue. Mi sono svegliato nel
castello cigolante. Avevo urlato? No, sembrava di no.
Faceva caldissimo. Un caldo insopportabile che non passava
mai. Dio, stavo tremando. Non provavo una simile paura da quando
Tim mi aveva chiuso nel negozio di Jamrach, al buio. Tim stava
dormendo il dolce sonno dell'indifferenza nella cuccetta accanto
alla mia. Bastardo, farmi una cosa del genere. Un'arma a doppio
taglio, il nostro Tim. Avreste dovuto vedere con che presunzione
aveva seguito la prima volta Dan e i malesi, ed era tornato con delle
penne infilate dietro le orecchie e una fascia sulla testa. Era bellissimo.
Scuro come un nativo, gli occhi azzurri chiari e luminosi, i
capelli color oro bianco, era sbucato dalla giungla come un Apollo
sporco e sudato, sangue di bufalo sotto le unghie, di una testa pi
alto di Dan, la scimmia vecchia e saggia che gli camminava accanto.
Vi basta?
Perch doveva dormire beato mentre io ero sveglio? Aveva bisogno
di riposare, sicuro, per quello che l'aspettava l'indomani.
Tim sussurrai.
Che c'? rispose subito. Non dormiva.
Sei sveglio?
No.
Ho fatto un sogno bruttissimo.
Tranquillo, Jaf disse, era un sogno.  solo nella tua testa.
Riflettei per un istante. Avevo la sensazione di essere stato violato.
Come ha fatto una cosa del genere a entrarmi nella testa?
chiesi, come se fosse una forbicina che mi era strisciata nell'orecchio,
Di che stai parlando?
Bisbigliavamo per non svegliare gli altri che russavano piano,
Non credo di volerne parlare adesso risposi dopo un po'. Di
notte, intendo. Domani, forse.
Come vuoi. Sbadigli con forza.
Certi sogni... dissi dopo un'altra pausa.
Lo so.
Ci abbandonammo ai nostri pensieri.
Ho paura, Tim.
Silenzio. Sapeva che non parlavo solo del sogno.
Anch'io disse, strizzandomi una spalla. Vecchio Jaf, sei proprio
uno scemo. Mi diede una leggera spinta.
Pensi mai ai tuoi? chiesi.
Una pausa. S.
Non sembra. Non ne parli mai.
Be', neppure tu.
Gi. 
Una pausa pi lunga, poi: A tutti manca la famiglia disse, ma
non per questo ne parlano in continuazione.
Come fa Dan.
S, Dan. Sbronzo, gli occhi romantici e velati, che beveva alla
salute di Alice e ricordava i primi sorrisi dell'ultima nata.
Hai ragione. Ma Dan  fatto cos.
Se  tanto attaccato alla casa e alla famiglia chiesi, perch
non si ritira?
Tim sbuff piano. Forse Alice non sarebbe cos dolce, se Dan
stesse sempre con lei.
Ricordi la salsapariglia dello speziale? domandai.
Ah! Cosa darei per averne adesso una tazza fredda! Come profumava!
Ricordo chiaramente il graticcio ricoperto di erbe sopra il banco
dello speziale, rosmarino, camomilla, matricale biancastra.
Il sabato sera allo Spoony disse Tim.
Una porta girevole e sei in una nube di fumo e risate, prendi un
pezzo di tabacco e lo fumi mentre bevi una bottiglia di vino finch
la testa ti gira e poi via, nello stretto corridoio illuminato dalla luce
debole della lampada a gas fino alle tende di chintz oltre le quali
la pista da ballo rimbomba sotto i tuoi passi. Ragazze con labbra
color rubino e seni prosperosi, marinai con i berretti di traverso. I
gomiti impazziti del suonatore di cornamusa, i tacchi d'acciaio che
picchiano. Un orologio d'oro appeso storto sopra la mensola del
caminetto.
S disse Tim, casa dolce casa. Hai ancora paura?
S.
Tranquillo disse. Dammi la mano.
Lo feci e lui la strinse. Quando torner a casa disse, sar
l'uomo di famiglia.
Non aggiungemmo altro. Pensai a Ishbel e alla madre sotto lo
stesso tetto, chiedendomi come se la passassero. Ishbel odiava vivere
con la madre, non la sopportava. La mancanza del vecchio
non sarebbe pesata, le sirene non avevano mai fruttato molto, ma
il ritorno di Tim le avrebbe rese felici. Immaginavo Ishbel seduta
accanto al fuoco mentre si mangiucchiava nervosamente le unghie
rovinate. Che stava facendo? Di certo aveva qualcuno che le teneva
compagnia, bella com'era! Probabilmente era a spasso con il suo
amante, magari un marinaio. Non volevo pensarci.
La mano di Tim scivol dalla mia quando si addorment. Quanto
a me, chiusi gli occhi solo al settimo rintocco della campanella,
ma a quel punto serviva a ben poco.
Vogammo tra rocce altissime ricoperte di piante selvatiche,
esplosioni verdi congelate nel tempo. Un fiume scendeva a valle da
una gola ripida e boscosa, costeggiava a un'estremit una spiaggia
riparata a ferro di cavallo cinta da alberi con fiori color crema, e si
biforcava all'estremit opposta contro un lungo sperone di roccia
rosa scuro. Dietro la spiaggia, nell'entroterra, file e file di sottili
palme arruffate pendevano elegantemente su un fianco come se
fossero sul punto di staccarsi dal terreno e iniziare un'impetuosa
migrazione. Alte balze svettavano su entrambi i fianchi della baia,
Vagavamo per la spiaggia come perfetti idioti, armati di bastone,
in attesa del drago. La sabbia era umida, piatta e leggermente ondulata,
con pietre sparse qua e l, il cielo era grigio e all'apparenza
freddo, ma io sudavo copiosamente. Il caldo sembrava venire da
fuori e da dentro, come se sotto la pelle gli organi fossero in fiamme.
Nella baia c'erano tre o quattro isole, collinette tondeggianti
verdi e incolte. Avevamo piazzato la gabbia nella parte pi stretta
della spiaggia. Se mai esisteva un luogo popolato di draghi, era
proprio questo. I bracci della baia si allungavano nel mare in lunghe
forme striscianti mezzo sommerse, grugni porcini grigio scuri
e neri, pronti a chiudersi di scatto. Lo sperone incrostato di fango
rosa che secondo Dan era una colata lavica, somigliava all'artiglio
di una zampa gigantesca. Alcune rocce avevano un aspetto flaccido,
molle, come se un colosso avesse giocato con la creta. Vedevo
volti su ognuna. E le tracce erano chiare, dall'altra parte del fiume,
un sentiero di impronte sinistre lasciate da zampe artigliate a forma
di mano. Grosse come enormi piatti da portata.
Uno strano granchio chiazzato di rosso mi zampett veloce
accanto a un piede. Felix raccoglieva grosse conchiglie bianche a
forma di spirale che ammucchiava accanto alle barche. Nei pressi
della gabbia, Martin, Abel e Dag spaccavano legna per farne paletti.
Onde crestate di bianco si rincorrevano fino a riva. La spiaggia,
nei punti in cui penetrava la foresta, era disseminata di detriti. Gironzolavo
di qua e di l con il cannocchiale, osservando gli uccelli
rossi e azzurri sui rami, le rocce in acqua, la gola, finch
mi avvicinai troppo agli alberi e sobbalzai per la paura. Le foglie chiare si
muovevano, i tronchi erano lampi d'argento. Nel fitto della vegetazione
covava l'eco silenziosa di qualcosa di infinitamente pi denso
e scuro, un ululato sordo, gutturale.
Udii delle voci.
La squadra di caccia, partita da un paio d'ore, era gi di ritorno.
Quest'isola non aveva nulla a che fare con le altre. Erano eccitati,
c'era qualcosa sui loro volti. Pi a monte, dissero, c'erano altre
impronte. Servivano altri paletti, altre funi. Un mucchio di funi. Il
piano era cambiato. Ci saremmo accampati qualche giorno sulla
spiaggia. Noi quattro disse Dan cattureremo la creatura e la
condurremo quaggi. Ma ho bisogno di pi uomini. Altri tre. Mi
guard, sorridendo con premura.  arrivata la tua occasione, Jaf.
Hai cambiato idea?
No risposi, e fu allora che la voce nella mia testa url: Matto,
tu sei matto, non devi andare. Non dovresti neppure essere qui.
Torna al vascello, idiota. Va' a giocare a Faraone con Bill sulla tolda.
Non importa a nessuno se ci vai oppure no.
Avanti, Jaf disse Tim, non puoi perdertelo. Mi tocc un
braccio. Vieni con noi aggiunse, e i suoi occhi quasi mi imploravano
di seguirlo e tenergli compagnia.
Risi e dissi: Puoi scommetterci.
Bene. Dan batt le mani. Allora... qualche volontario?
Io disse John Copper, io.
E Dag Aarnasson.
Un millepiedi enorme ci pass davanti strisciando, una creatura
rossa e ripugnante come un nervo. Gli alberi erano carichi di uccelli
dai colori vivaci.
Un posto simile doveva brulicare di bestie velenose che potevano
caderci addosso dall'alto e infilarsi nel colletto. Scorpioni. Ragni
con denti. Chiss cosa c'era lass! Avanzavamo in silenzio, in
fila indiana, i malesi in testa e Dan per ultimo. Ero contento che
Dan fosse alle nostre spalle, contento che avesse un'espressione
rilassata, e contentissimo quando uscimmo dalla foresta e sbucammo
su una piana erbosa con molte rocce e pochi alberi. Ma poi mi
vennero in mente i serpenti che vivono nell'erba alta, e la mano
corse all'impugnatura della rivoltella allacciata alla coscia. Non che
sarebbe servita, contro un serpente, perch se anche ne avessi visto
uno sarebbe sempre stato troppo tardi.
Dan diede l'alt. Disse che ci saremmo diretti a est. Disse che
avrebbe legato il drago con una fune. Disse che non aveva pi dubbi
che fosse sull'isola, e che andava catturato vivo. Legare un drago
con una fune? Che sciocchezza. John fece una risata nervosa. Dag
sgran gli occhi azzurri, l'espressione ottusa di chi  confuso. Non
capisco disse lentamente, strascicando le parole come faceva lui.
Sta' tranquillo ribatt Dan. Ce ne occuperemo io e i ragazzi.
Tu ci aiuterai solo alla fine, a caricarlo sulla barella.
Quale barella? chiesi.
Quella che dobbiamo costruire rispose. Una cosa alla volta.
Prima troviamo un posto dove piazzare l'esca.
Quale esca?
Tu, Jaf disse Dan alzando gli occhi al cielo. Altrimenti perch
saresti qui? Rise e mi diede un buffetto sulla testa. Al momento
non abbiamo neppure l'esca. Una cosa alla volta. Prima troviamo il
luogo giusto, poi uccidiamo l'esca.
Per il resto della giornata camminammo su e gi dalle alture
ondulate della savana, seguendo sentieri battuti da chiss quali
animali, Dag e io fianco a fianco. Muli, pensavo, ecco cosa siamo.
Uomini di fatica. Per Dag, grande e grosso come un bue, non era
un problema, ma per me era un calvario. Il sudore mi colava negli
occhi. Il peso del carico mi bruciava la pelle, scorticata dai paletti.
Dan, Tim e i malesi - i protettori, i grandi cacciatori, i portatori
di armi, gli esploratori - avevano carichi pi leggeri. Tim si volt
verso di noi e ci sorrise, io piccolo e scuro, Dag grosso con la sua
carnagione chiara. Prima di allora non sapevo nulla di lui. Era un
ragazzo taciturno di circa vent'anni, con l'aria gentile e attenta. I
modi accomodanti lo rendevano un ottimo compagno di viaggio,
Fa freddo da dove vieni? gli chiesi mentre sudavo sotto il sole
torrido.
Fece una smorfia. Molto, in inverno. C' la neve fin qui e si
port una mano sopra la testa.
Io feci un fischio. Come fai con questo caldo?
All'inizio disse, spostando il rotolo di corda sulla spalla  stato
difficile. Ma poi... Agit con impazienza un dito e mi accorsi
che aveva le unghie mangiucchiate, come Ishbel. ... poi... mi ci
sono abituato.
Forse avrei fatto meglio ad andare a Nord dissi, asciugandomi
la fronte con il palmo sudicio della mano. Tra i ghiacciai. A vedere
gli orsi polari. Gli eschimesi.
Sorrise. Desideriamo ci che non abbiamo. Personalmente
morivo dalla voglia di vedere le palme, che avevo scoperto sui libri
illustrati di mio padre. Il sorriso, largo e perfettamente semicircolare,
gli illuminava il volto ampio e squadrato. Un padre che possedeva
libri aveva un che di esotico. Immaginavo un gentiluomo in
un completo nero, come un parroco di campagna.
Tuo padre aveva dei libri?
S, sui posti in cui era stato. Anche lui era un marinaio. Come i
miei fratelli. Ne ho tre.
Dan si volt, guardandoci in cagnesco. Adesso si trovava in testa
al drappello, con i due malesi; John e Tim erano in fondo. Ci
zittimmo.
Ci sono eschimesi dove vivi? chiesi un'ora dopo. Immaginavo
fosse pomeriggio inoltrato, ma non era facile capirlo osservando il
cielo perch era ancora grigio, anche se la pioggia non era ancora
arivata.
No rispose. Gli eschimesi vivono in Groenlandia. E in Canada.
E in altri posti. Da noi ci sono i lapponi.
Come sono fatti questi lapponi?
 gente del Nord disse. Allevano renne.
Che strana sensazione camminare nella canicola e parlare di
profondo Nord. Le terre polari esercitavano su di me un forte fascino.
Immaginai la tolda di una nave ricoperta di acqua salmastra
gelata, ghiaccio affilato come lame, sfumature smeraldo, sfumature
azzurre. Un oceano gelido perfettamente immoto e sereno.
Il malese tatuato sollev un braccio e tutti ci immobilizzammo.
Non so per quanto tempo restammo fermi. Ogni cosa divenne
estremamente chiara, ogni filo d'erba. Quando deglutii, la gola
scricchiol. Senza girarsi, Dan ci fece cenno con la mano di raggiungerlo.
Avanzammo molto lenti. E quando serrammo le fila...
Con un sussulto, cos il mio cuore trasal, come un uomo svegliato
da un campanello - in piedi, una fitta! - e dopo prese a
martellare come un picchio impazzito... una cerva, che ci tagli la
strada con un balzo. Un arco splendido e audace, istantaneo, e poi
spar nell'erba alta.
La osservammo immobili. Il silenzio ruggiva. Poi seguimmo i
piedi furtivi dei malesi, un passo circospetto dopo l'altro, ma non
facemmo che pochi metri e un fetore nauseabondo ci obblig a
fermarci, un puzzo come di una latrina intasata.
L'erba sibilava.
Una grossa sagoma scura sbuc da dietro un cespuglio a una
ventina di metri da noi, correndo velocemente su quattro zampe
arcuate. Si tuff nella savana, nella direzione che poco prima aveva
preso la cerva. Il tempo acceler. Avanzavamo a un'andatura
sostenuta e io non vedevo altro che i folti cespugli ai miei fianchi,
che sussurravano al nostro passaggio, e la nuca di Dan; le spalle
bruciavano e il respiro cominci a farsi affannoso. Dopo un'ora
buona a quel ritmo rallentammo, serrammo di nuovo le fila sul
ciglio di una specie di pendio roccioso. Non potevamo parlare. Ci
eravamo addentrati cos tanto nell'isola che avevo perso il senso
dello spazio e l'orientamento, non avevo idea di dove si trovasse
il vascello n di quanto fosse distante, non sapevo se la parete di
pietra alla nostra destra fosse alta due uomini o fosse una montagna.
Durante l'inseguimento, l'ombra rapida e scura era sfrecciata
davanti ai miei occhi un milione di volte. Quante erano le creature
nascoste nel folto della vegetazione che ci osservavano minacciose
con occhi di serpente? Non avevo mai avuto cos tanta paura e
non ero mai stato cos vigile. Avevo la sensazione che i miei occhi
fossero spalancati e troppo luminosi, e se guardavo gli altri vedevo
la stessa cosa. Persino i malesi, che avevo reputato uomini esperti,
imperturbabili e pressoch invulnerabili, sprigionavano un'energia
impazzita. Avevo affrontato le grandi balene, ma almeno con loro
sapevo cosa aspettarmi.
Cominci uno spettacolo muto. La tensione era alle stelle. Eravamo
in un territorio selvaggio, e i territori selvaggi hanno denti
e artigli e puzzano come carcasse in putrefazione da un giorno.
Vedevo solo una massa scura, enorme e potente, con quattro zampe
arcuate che si muovevano rapide, velocissime. Dan e i malesi
comunicavano con le mani, le spalle, gli occhi. Avrei voluto essere
come Dan. Gli invidiavo la sicurezza con cui girava il mondo e parlava
con la gente, la disinvoltura con cui si avventurava in una terra
straniera senza mai sembrare nervoso. Desideravo che la paura che
sentivo strisciarmi nella pancia si trasformasse in serenit. Il malese
pi piccolo trov tracce di sangue - qualcosa stava lasciando una
pista. Spost l'avambraccio in una maniera tale da sembrare un
cervo - non so come ci riusc. Alz il palmo della mano per dire
che dovevamo fermarci e and avanti. Per un po' rimase completamente
immobile, scrutando la savana che si diradava, poi ci fece
cenno di raggiungerlo cautamente.
Avanzammo come fantasmi. Vidi prima la cerva, nell'erba alta.
Era lontana, accanto a un lungo pendio quasi spoglio, moribonda,
la scia di sangue che l'aveva seguita fedelmente fin quasi all'ombra
della roccia sotto la quale si era trascinata. Era crollata tra la polvere.
Una pozza scura si stava allargando intorno al corpo mentre
lei cercava di sollevare la testa con ostinazione, invano. Poi vidi il
drago, poco pi a monte, perfettamente fermo su una bassa piega
di terra che sovrastava la pianura, a non pi di una tolda di distanza
dal punto in cui mi trovavo. Una creatura enorme tra il grigio
e il marrone, con testa e zampe nere, pi grosso di una tigre, pi
lungo e basso ma con il petto massiccio e una coda che era un'arma
micidiale.
Era magnifico. Le zampe come mani giganti, allargate e rivolte
leggermente verso l'interno, nodose e ondulate, con lunghi artigli
neri arcuati come falci - una specie di lucertola, era chiaro, ma
non avevo mai visto niente di simile in vita mia. Dal serraglio di
Jamrach erano passati gechi, camaleonti, iguane, persino un mostro
di Gila, ma mai niente del genere. Era mastodontico! Quel
petto, i muscoli delle zampe, la pelle che sembrava l'armatura di
un cavaliere, squamosa, intaccata e sfregiata, come le orecchie di
un vecchio gatto, ma anche floscia e grinzosa, fasce cascanti sotto la
pancia e la gola. La bocca chiusa ricordava quella di un coccodrillo,
una linea frastagliata che serpeggiava lungo la mandibola. Una
lingua liscia guizzava dentro e fuori, biforcuta e gialla.
Cominci a ciondolare la testa, lentamente, come una serpe, da
una parte all'altra. Per quanto tempo restammo a guardarlo? Minuti
interi.
Dopo un po' lui guard dalla nostra parte ma, credo, senza vederci.
Aveva un muso largo, che somigliava a una lapide, con narici
grandi e occhi freddi e sporgenti ai lati della testa, molto distanti
fra loro. Un muso scontroso e irritato. Spalanc le fauci e vidi denti
da coccodrillo. Poi distolse lo sguardo e riprese ad avanzare ma
stavolta lentamente, a fatica, come se accusasse il proprio peso.
Scese senza fretta il breve pendio e attravers a passi pesanti l'ampia
piana verso la cerva, con la testa che adesso sfiorava il terreno.
La lingua guizzante, e i movimenti sinuosi di un rettile. Ci rilassammo,
ma il malese si irrigid e abbass con decisione un braccio per
intimarci di stare fermi. Osservammo il drago vagare piano e senza
meta per alcuni istanti. Chiaramente non era interessato a finire
la preda, non ancora. Lo seguimmo con lo sguardo finch la coda
appuntita spar nella sterpaglia al di l della radura.
Il malese si gir, facendoci cenno di indietreggiare lentamente e
senza fare rumore. Ripercorremmo a ritroso la strada che ci aveva
condotti fin l, e tornammo alla grande parete rocciosa da dov'eravamo
partiti.
 enorme, Ges Cristo, enorme disse John Copper.
Il volto di Dan non tradiva emozioni. Solo un sorriso enigmatico.
Perch non l'abbiamo seguito? chiesi.
Non siamo ancora pronti rispose Dan, e non c' fretta. Adesso
sappiamo con cosa abbiamo a che fare.
Si allontan di pochi passi per confabulare con i due malesi. Si
respirava un'aria di inquieta vittoria, poi li sentii ridere.
Ges Cristo ripet John, Hai del tabacco, Jaf?
Noi quattro - Tim, Dag, John e io - ci sedemmo e accendemmo
un paio di pipe.
Proprio cos disse Tim. Un maledetto mostro.
Non  un vero drago precisai, ma un grosso coccodrillo.
Come ha sempre detto Dan.
Bello grosso, per.
Ma non  un mostro.
Mai visto niente del genere. Sembra...
 una creatura schifosa e orribile. Avete visto gli artigli?
E i denti?
Ges, come faremo a...
 lento per. Non mi pare sveglio.
Non l'hai visto correre, prima, sul sentiero? L'hai visto, no?
Filava come il vento,  vero.
 solo un animale intervenni.
Che ti aspettavi? San Giorgio e una fanciulla legata a una roccia?
 ovvio che  solo un animale.
 solo una bestia selvatica. Possiamo prenderla. Dan ha catturato
una tigre, pu prendere anche questa.
 questo che fa, li cattura vivi.
Dan ci raggiunse con calma, disse che ci saremmo accampati
l per la notte e l'indomani avremmo proseguito per trovare un
luogo dove piazzare la trappola. Accamparci l? Con le creature
nei paraggi? Il giorno dopo di noi sarebbero rimaste soltanto le
borse, abbandonate tra le nostra ossa smembrate. Ma Dan disse
no, qui va bene, accenderemo un fuoco e stabiliremo turni di
guardia, e cos facemmo, e in effetti fu piacevole restarsene seduti
intorno al bagliore caldo nel pieno di quella landa buia e selvaggia.
Dan fece girare una fiaschetta di brandy. Bevemmo e fumammo
le pipe mentre il malese con i tatuaggi azzurri raccontava storielle
che avevano l'aria di essere divertenti. Ridevamo tutti, anche se
non capivamo una parola - bastavano le sue espressioni e il modo
in cui parlava. E alla fine dormii bene, svegliandomi solo quando
gli altri gi erano all'opera e l'inaspettata luce del mattino stava
spuntando.
Mangiammo qualche galletta, smontammo il campo e riprendemmo
il cammino. Credevo che avremmo preparato subito la
trappola, ma Dan non aveva fretta. La bestia dallo sguardo feroce
e quanto era accaduto la sera prima sembravano un sogno mentre
avanzavamo arrancando, il sole sempre pi alto e caldo, le nuvole
che si diradavano pi a monte. Davanti a noi si ergeva una balza
brulla; un corso d'acqua scendeva lungo una parete rocciosa, dividendosi
a valle contro un promontorio sporgente ricoperto da una
folta vegetazione. Eravamo in una zona pi lussureggiante dell'isola,
almeno per essere cos in basso. In basso! Avevo dimenticato
quanto fossimo saliti rispetto al livello del mare. Quass l'aria era
pungente e dolciastra, come una prugna troppo matura. Perch
non preparavamo la trappola? L'idea di andarmene a zonzo in un
territorio pieno di potenziali nascondigli non mi piaceva. Oltre
all'erba alta, in cui qualsiasi bestia di bassa statura avrebbe potuto
muoversi furtivamente, sulla nostra sinistra c'era un boschetto.
Dietro i folti cespugli che crescevano a macchie poteva annidarsi
un drago, o magari due, o tre, o anche dieci, per quanto ne sapevo.
Perch non preparavamo la trappola? Un posto non valeva forse
l'altro? No, diceva Dan, non  cos, e Dio solo sapeva perch. Se
fossimo arrivati esausti all'incontro con la creatura, come diavolo
l'avremmo affrontata? Per avanzammo, ancora e ancora, finch
avvertimmo un fetore immondo e arrivammo a un ciglio che nessuno
si aspettava, e quando ci sporgemmo vedemmo...
Una massa, draghi che strisciavano l'uno sull'altro simili ad anguille
contendendosi una carcassa maleodorante, brandelli rosa
e rossi che sembravano ghirlande e la testa con ancora il ghigno,
quasi completamente recisa dal collo e ciondolante all'indietro, ed
era quella di uno di loro. Un drago solo osservava il branco, una
creatura imponente, solida e immobile come una roccia, le zampe
possenti come tronchi d'albero piantate davanti alla testa. E un altro
ancora, pi piccolo, faceva guizzare la lingua piatta e biforcuta
mentre si trascinava lentamente via, sazio. Sei, sette, otto, nove,
dieci draghi, non so quanti fossero. Mangiavano in modo furioso,
peggio degli squali, sbavando, strattonando, scrollando, lacerando,
chiudendo di scatto le avide mascelle, sollevando le grandi gole per
ingoiare i bocconi. A un certo punto il grosso esemplare in disparte
cominci a oscillare la testa con forza, poi si avvicin faticosamente
alla carogna, come un colosso ubriaco, e si avvent sulle carni.
Aveva una tale aria di annoiata superiorit, ed era talmente grosso
che si prese subito la scena mentre i suoi simili gli si dimenavano
intorno senza quasi sfiorarlo, con rispetto. Fu perci in grado di
mangiare pi o meno indisturbato, strappando grossi bocconi con
la bocca spalancata - le fauci smisurate, terribili, uguali a quelle di
un serpente, la membrana tra le mascelle, rosa e lucida di saliva e
sangue, mentre altra saliva gli colava tra i denti affilati come rasoi.
Dopo un po' si ferm, chiuse la bocca e sollev la testa, si volt
leggermente dalla nostra parte, fece schioccare la lingua. Eravamo
nascosti, ma giuro che guard me. Dritto negli occhi, con un
ghigno rosso, diabolico. Mi vennero i brividi. C' una differenza
abissale tra gli animali di Jamrach e quelli che vivono allo stato
brado, tra un coccodrillo in gabbia e un drago in libert. Ero stato
pi vicino di cos a molti animali selvatici migliaia di volte, ma qui
non c'erano barriere. Queste erano bestie feroci, reali, nel proprio
territorio, e io ero a un passo da loro. Una fredda ondata di paura
mi attravers il corpo cominciando da qualche parte nella pancia,
come un senso di nausea, e invadendomi completamente, dalla
testa ai piedi, in pochi istanti. Pensavo che il mostro si sarebbe
arrampicato lungo il pendio per divorarmi come aveva fatto con
la carcassa, della quale ormai restavano un paio di costole e la pelle
scorticata. Invece richiuse la bocca e torn a concentrarsi sugli
avanzi con aria annoiata.
Rimanemmo a guardare finch non rimase nulla. Divorarono la
carogna, ossa comprese, e poi i draghi cercarono riparo nei cespugli,
lentamente, a eccezione di un esemplare che si diresse verso la
parete opposta della gola a quella dove eravamo noi. Quando la
raggiunse vi si arrampic con grazia e rapidit, come un geco su
una lastra di vetro, i lunghi artigli piegati e allargati.
Fui colto dal terrore. Immaginate di arrampicarvi e scivolare,
mentre sudati fuggite da qualcosa.
Lo avete visto quello? domand Dan dopo che ci eravamo allontanati
dal ciglio roccioso. Potrebbe arrampicarsi su un albero
come niente.
Direi che non  il caso di entusiasmarsi comment John
Copper. Io me la sto facendo sotto.
Come tutti, John intervenne Dag, dandogli una rapida stretta
sulle spalle con il braccio. Dico bene? chiese al resto di noi.
Annuii con forza. Tim non si pronunci.
Dan si fece serio, Ascoltate inizi, non vi ho portati qui per
darvi in pasto a un mucchio di lucertole. Che vi succede? Questa 
una caccia, non c' differenza tra un drago e una balena. Seguite le
mie istruzioni e nessuno si far male. Siete armati, no? Estrasse la
rivoltella e la punt al cielo con un sorriso. Se dovesse essercene
bisogno, fate fuoco. Senza indugio. Non permetter che qualcuno
di voi si faccia male, quindi smettetela di frignare.
Ma sono tanti! piagnucol John.
Vero ribatt Dan. E questo  un bene.
Un bene gli fece eco Dag, con il visto distorto da una smorfia
di paura.
S ripet Dan con enfasi.  un bene. So cosa fare. Adesso lo
so.
Quello che fece fu uccidere un cinghiale. Trascinammo la carcassa
insanguinata per un paio di chilometri fin dove gli alberi erano
pi fitti. L costruimmo un nascondiglio e piantammo i paletti
in circolo, legandoli stretti tra loro con una fune. Il malese pi
piccolo, agile come uno scoiattolo, si arrampic su un albero con
un'altra fune tra i denti. In cima, reggendosi con la sola forza delle
gambe, leg un capo della corda e torn di sotto trascinando con
s i rami robusti, che si adagiarono sulla trappola in un ventaglio
protettivo. Ricavammo un'apertura larga a sufficienza per permettere
l'ingresso all'animale, e poi Dan escogit un meccanismo con
una corda che dall'entrata arrivava fin dietro al nascondiglio. Inizi
l'attesa, e iniziarono i turni di guardia.
Attendemmo mezza giornata e il sole tramont. Allestimmo
un campo poco lontano dal nascondiglio e accendemmo un altro
fuoco, ma questa volta nessuno raccont storielle divertenti. Dan
ci disse che dovevamo restare in silenzio. Non correvamo alcun
pericolo, aggiunse. Se arriva, sentir l'odore dell'esca e le andr
incontro. Quando la trappola scatter, ce ne accorgeremo, credetemi.
Altroch se ce ne accorgeremo, ripet. Nessuna paura,
gente. L'ho gi fatto un milione di volte. E cos restammo seduti,
sussurrando al posto di parlare, masticando gallette e andando
con la mente ai nostri compagni sulla spiaggia che s'ingozzavano
di carne. Chiss se si stavano chiedendo dove fossimo finiti, se
erano preoccupati. Lo stomaco cominci a dolermi. Quando fu il
mio turno di dormire, non chiusi occhio, ma scivolai in un luogo
bizzarro in cui l'isola era una nave enorme che navigava attraverso
tenebre roventi, e mi rigirai e mormorai finch la luce del giorno
torn a far capolino.
Nel chiarore pallido dell'alba gli uccelli dell'isola fischiettavano,
chiacchieravano e si agitavano tra gli alberi sotto di noi. Tatuaggio
Azzurro si era allontanato per perlustrare la zona. Il malese pi
piccolo, seduto a gambe incrociate, si puliva gli angoli degli occhi
assonnati con zelo e pazienza. Mi allontanai per pisciare e vidi
quant'era scuro il mare all'orizzonte. Indaco. Da l si scorgevano
alcune isole. Per un istante, solo per un istante, tutto fu immobile;
poi Tim mi raggiunse,
Non dovresti allontanarti da solo disse, pisciando al mio fianco.
Il mattino trascorse come il giorno precedente, aspettando, osservando,
guardando centopiedi grossi come vermi strisciare fuori
dal tetto di paglia del nascondiglio, mentre pensavamo agli esseri
raccapriccianti che si muovevano nel fango come un mucchio di
larve su un brandello di fegato. Esseri orribili. Melmosi. I draghi
delle leggende erano creature meravigliose che solcavano i cieli con
ali mozzafiato, letali ma magnifiche. Questi invece... questi erano
tremendi, con una potenza brutale, sconsiderata, esseri da incubo
pi che da favola. Nei loro occhi - pi che in quelli di una balena, o
di un serpente, o di un rospo - non c'era nulla che gli esseri umani
potessero comprendere. Il drago mi aveva guardato. Ne ero certo.
Ed era stato come se mi avesse guardato un demone.
Tatuaggio Azzurro, il nostro esploratore taciturno, torn al campo
due ore dopo il sorgere del sole. Drago disse, la prima parola
che gli sentii pronunciare nella mia lingua. Dan sbuc da dietro un
cespuglio tirandosi su le brache, e annu fermamente una sola volta.
Aveva tutta l'aria di essere appena uscito dalla latrina. Noi altri
andavamo a fare i bisogni in coppia, terrorizzati all'idea di essere
disturbati nel bel mezzo di una cacata da una grossa testa squamosa
con zanne diaboliche che spuntava tra gli arbusti. Non era facile
liberarsi, anche con Dag di guardia che sussurrava nessun drago
ogni venti secondi. Ma Dan era fuori di testa. Forse bisognava esserlo
per avere successo in quel campo. Fuori di testa o stupido, o
con un sesto senso; tutte e tre le cose, forse.
Andiamo, gente disse con calma, potremmo esserci e si
mise in marcia. Tim gli and dietro con un'espressione preoccupata.
Sapevo che Tim era nervoso non perch lo desse a vedere,
ma perch si era azzittito e si teneva il pi possibile alla larga da
chiunque, a parte Dan, con il quale avevo la vaga impressione che
avesse confabulato tutta la notte.
Furtivi come gatti, leccandoci le labbra e raddrizzando arditamente
le spalle, li seguimmo.
Il nascondiglio era fresco e verde, riparato dal sole, appiattito
dai turni di guardia. Attraverso le foglie sovrastanti vedemmo il
drago costeggiare con lentezza una zona erbosa, poi attraversare
veloce una macchia, diretto verso gli alberi. Era una bestia maestosa,
avvolta in uno spesso mantello di pelle; un rivolo di bava viscosa
gocciolava dalle fauci serrate. Aveva visto il cinghiale, o almeno
ne aveva sentito l'odore. Da dove mi trovavo riuscivo a sentire il
ronzio vivace delle mosche del mattino. Il drago avanzava deciso,
senza esitazioni. L'impressionante circonferenza delle zampe ricordava
quella di un elefante. Si arrest a pochi metri dalla trappola,
un piede leggermente pi avanti dell'altro. Vicinissimo. Gigantesco.
La fronte sporgente, gli occhi piccoli e immobili, tutt'altro che
inerti, pieni di una lucida consapevolezza aliena. Guardava il nascondiglio,
e noi.
Quel che segu fu un lungo istante congelato nel tempo, sufficientemente
lungo perch un milione di pruriti venissero, passassero,
e i sottili animaletti rossi e striscianti si avvolgessero indisturbati
intorno alle nostre gambe piegate, come facevano i vermi che vivevano
nel lurido Tamigi. Sufficientemente lungo perch avessimo
modo di osservare la brutalit degli artigli arcuati della creatura,
il viscido spessore della lingua da serpente, la massa, la stazza e la
pura e semplice potenza di quell'essere. Sarebbe stato come affrontare
un rinoceronte.
Rest fermo per mezz'ora, ineffabile. Poi tutto successe molto
velocemente.
Si volt di nuovo verso il cinghiale infestato di mosche, annu
piano un paio di volte, sollevando di molto la testa, e part alla
carica. Dan fece scattare la trappola: l'albero schizz verso l'alto
e la fune si chiuse con forza intorno allo stomaco del drago, e
l'animale si incattiv. Sarebbe dovuto finire dritto nella trappola,
invece rimase bloccato met dentro e met fuori, scalciando,
inarcandosi e contorcendosi come un lumacone salato, facendo
scattare follemente la mascella e battendo con forza le zampe sul
terreno. Una bava densa tra il viola e il marrone gli scivolava fuori
dalle fauci. Erano usciti dal nascondiglio, Dan, Tim e i due malesi,
ma si tenevano alla larga dalla bestia. I paletti cominciarono
a incrinarsi e piegarsi. Il drago scivolava nel suo stesso vomito,
vi si rotolava, mentre i quattro gli giravano cautamente intorno,
senza avvicinarsi. La coda picchiava come quella di una balena,
producendo tuoni, i lunghi artigli affilati ghermivano ferocemente
qualsiasi cosa fosse a tiro. Era una bestia letale, ed era furiosa e
terrorizzata.
Riusc a liberarsi, trascinandosi dietro la fune e un paletto che vi
era rimasto attaccato, lungo quanto una ramazza.
Dan aveva fatto bene a scegliere Tim per la caccia. Era dove
doveva essere, ed era calmo, o almeno sembrava.  coraggio, questo?
Non so se Tim fu coraggioso o se partecip a quell'azione in
trance. Prima aveva mostrato segni di paura. Forse ne aveva anche
in quel momento, ma se cos era l'aveva nascosta in una parte di s
che nessuno era in grado di vedere. Nessuno tranne me, almeno,
che lo conoscevo da tempo. Gli occhi impenetrabili e divertiti, insicuri.
La bocca risoluta. Era senz'altro spaventato, ma non sarebbe
crollato. Io sarei potuto scappare. Avrei potuto fare la cosa sbagliata
nel momento sbagliato. Anche Tim, ma non per un repentino
cedimento di nervi. Io ero orgoglioso. Il nostro Tim, il Tim della
Ratcliffe Highway, era un cacciatore nato. I suoi movimenti erano
sicuri, da uomo. Come quelli dei malesi, scattanti e seminudi, e di
Dan, che non aveva niente di elegante perch era un piccoletto coriaceo
e curvo, d'un tratto aggraziato, per, e agile come un ballerino
quando fece un passo in avanti e mir alla testa della creatura
con un cappio.
Manc il bersaglio, raccolse la fune e ci riprov un secondo
dopo. Lo manc ancora, e ancora. Il drago schiumava, contorcendosi
violentemente, inzuppando il terreno con improvvisi e violenti
fiotti di urina. Al quinto tentativo fece centro. Un lancio verso
l'alto e il cappio si infil sulla testa della bestia, se fu fortuna o
abilit non lo sapr mai. Dan sudava, paonazzo in volto. Fece un
passo indietro, pass la fune a Tim, ne srotol un'altra che portava
in spalla e si prepar a lanciare di nuovo. Tim stratton la corda e
la leg al tronco di un albero, le labbra che si muovevano come se
stesse cantando o pregando, gli occhi vitrei.
Il tutto dur pochi minuti. Dan ci fece uscire dal nascondiglio
dopo che il mostro, che ancora scalciava e si dimenava furioso, era
stato legato agli alberi con tre funi robuste, una per la testa, una per
la coda, un'altra nel mezzo. Era lungo quasi tre metri, e puzzava
da far schifo. A volte penso che la mia vita  stata piena di cattivi
odori. La creatura era incrostata di merda, piscio e vomito, e anche
la carcassa del cinghiale cominciava a emanare un puzzo nauseabondo.
Nell'aria aleggiava un fetore intenso e caldo che mi riport
alla mente i mercanti di escrementi di Bermondsey nei vicoli stipati
di secchi di merda di cane per la conceria. Il genere di odore che
impregna i muri e fa avvizzire le piante.
Staccarono il paletto. Adesso tutti davamo una mano. Il cuore
mi batteva all'impazzata, le guance bruciavano; mi sentivo poco
bene, come se mi stesse salendo la febbre. Avevamo le facce stravolte,
tese, sorprese, ridevamo tra noi, stupefatti. Dan ci zitt - anche
i malesi stavano ridendo. Ci prese un senso di gioia soffocata.
Dag, il forzuto della squadra, abbatt un giovane albero al quale
legammo la creatura - non riuscivo a chiamarla drago, vedendola
in quello stato, non era un drago, non lo era mai stato -, poi
la fasciammo attentamente come se fosse un neonato che faceva
i capricci e non doveva agitarsi troppo, n rischiare di farsi male.
Eravamo imbrattati dei suoi escrementi. Era un rettile gigante, con
una testa raccapricciante e viscida. Lott tutto il tempo, un panico
frenetico, sconsiderato, che non poteva controllare. Era posseduto,
e se si fosse liberato ci avrebbe fatti a pezzi.
Per trasportarlo fu necessario l'aiuto di tutti. Eravamo stati via
due giorni, anche se in questo tempo avevamo percorso un po' di
strada a ritroso. Impiegammo una giornata per scendere a valle e
raggiungere il vascello. L'animale non smise quasi mai di contorcersi,
calmandosi solo di tanto in tanto a causa della stanchezza,
il tempo necessario a ritrovare la forza di muovere una zampa, far
guizzare un muscolo, schioccare le zanne, agitarsi come un pesce
rimasto senz'acqua che si dimena, spalanca la bocca e freme.
Dan, che mi camminava accanto, mi spieg che saremmo stati
noi due a mettere il drago nella gabbia. Dovevamo agire in fretta,
disse, mentre era ancora stordito, e slegare le funi che gli cingevano
il collo e la coda. Ma non la corda intorno allo stomaco.
Ecco cosa ho in mente, Jaf disse. Lo facciamo entrare con
il muso in avanti. Quando  dentro, io mi occupo della testa e tu
pensi alla coda. Credi di farcela?
Ci prover risposi.
Ascolta, la coda non  meno pericolosa della testa. Anzi, probabilmente
 vero il contrario.  una parte a s, ma non pensa, non
so se mi spiego. Immaginala come un grosso cuore che potrebbe
iniziare a battere da un momento all'altro. La potenza  nella coda.
Entri ed esci in un lampo, e tieni gli occhi aperti. Non devi correre
rischi.
D'accordo dissi.
Quella coda in un spazio limitato, pensai. Ma Dan sarebbe entrato
prima di me per tenergli la testa (le zanne, le fauci che si
chiudono di scatto), e tutti gli altri sarebbero stati nelle vicinanze.
Inoltre, io ero quello che ci sapeva fare con gli animali. Mi veniva
quasi da ridere. Dan disse che la spiaggia non era lontana, anche
se solo Dio sapeva da cosa lo avesse capito. Il drago era prossimo
alla resa, si limitava a scalciare di tanto in tanto. Stava calando la
notte, ma per fortuna c'era la luna piena. E per fortuna non si avvicin
nessun'altra bestia, n scorpioni che zampettavano veloci
tra i piedi, n serpenti che sibilavano e potevano mordere nascosti
nell'erba. Era buio quando arrivammo, i due malesi davanti che ci
facevano strada con le torce. Uscimmo dalla foresta e vedemmo la
baia illuminata dal chiarore lunare, i volti distorti nella
luce tremolante, mentre gli altri ci correvano incontro per salutarci, sagome
arancioni su uno sfondo di tenebre. Un grosso fuoco bruciava nei
pressi della riva.
Il capitano arriv correndo, vidi la sua faccia grassoccia e rosa,
preoccupata,
Mio Dio! continuava a gridare. Mio Dio!
Samson, alle sue spalle, si arrest di colpo e abbass la testa
quando vide il drago. Cominci ad abbaiare. Proctor l'afferr per
il collare e gli tapp la bocca con una mano. Vado a legarlo disse
senza fiato, trascinandolo via.
Chiudere il drago nella gabbia fu un gioco da ragazzi. Era esausto.
Gabriel, la bocca spalancata, gli occhi fuori dalle orbite, l'espressione
seria, sollev i chiavistelli e noi lo spingemmo dentro.
Adesso toccava a me. E a Dan.
Entrammo per slegare le funi. Dan si occup della testa, io della
coda. Non pensavo a niente. Sollevai la coda, sciolsi il nodo, tirai
delicatamente la corda e uscii dalla gabbia. Dan mi segu un secondo
dopo. Gabriel abbass i chiavistelli, Yan e Simon chiusero
i lucchetti.
Un profondo e fragoroso evviva si lev nell'aria. Il drago allung
di scatto le zampe, come se avesse ricevuto una coltellata,
sollev ciecamente la testa e diede di nuovo in escandescenze,
una rabbia rinnovata talmente impetuosa e disperata da lasciarci
di stucco. Se solo aveste visto quel mostro divincolarsi sotto la
luce del fuoco, se solo lo aveste visto lanciarsi follemente contro
le sbarre della gabbia. Pregai Dio che Joe Harper avesse fatto un
buon lavoro. Ma la gabbia era solida, legno e ferro, e ovviamente
il drago adesso era pi debole. Ci nonostante, per una buona
mezz'ora continu a contorcersi, a scagliarsi contro le sbarre e
a sibilare, finch si immobilizz, agonizzante, la bava che colava
tra le fauci, gli occhi due fessure, lo stomaco poggiato a terra, le
zampe tozze e grasse e la lunga coda abbandonate ai lati del corpo.
Venti feroci artigli si aprivano e chiudevano con rapida e incosciente
innocenza, come le mani di un neonato quando piange, in
preda a una colica.
 
Capitolo 8.

Era il mio momento. Il compito di Tim era finito. Io ero quello
che ci sapeva fare con gli animali. Sarei stato sempre con il drago.
Ero al suo fianco quando venne caricato sulla lancia e trasportato
al vascello; e quando venne issato sulla Lysander. Fui io a chiuderlo
nella gabbia sotto la testata del castello di prua. Fui io, con
l'aiuto di Dan, ad armarmi di canna e a lavarlo meglio che potevo,
con ogni premura.
I maiali impazzirono quando sentirono il suo odore, tanto che
Wilson e Gabriel dovettero trasferirli a poppa. Dopo ci lavammo
anche noi e lanciammo gli abiti lerci fuoribordo, come se portassero
sfortuna, e ne indossammo di puliti. Lavati, asciutti e al sicuro
sulla Lysander. Quella notte avrei dormito nella mia cuccetta.
Il buon vecchio castello di prua pieno di fumo, la mia casa. Stavo
sognando a occhi aperti, ero sveglio e parlavo, come succede
quando si  consapevoli di essere in un sogno. All'inizio pensate
di essere in uno di quei sogni in cui credete di essere svegli, a un
certo punto per non ne siete pi cos certi, e allora tutto diventa
strano e vi rendete conto che state sognando, ma nel sogno, e improvvisamente
un sogno si sovrappone all'altro, e cos via, come i
cerchi su un vecchio tronco o le striature su una roccia, e iniziate
ad avere paura. E a questo punto vi svegliate. A volte mi domando
se mi sono mai risvegliato. Questi sogni sono talmente reali e
concreti che non credo abbia molta importanza. Potreste dire che mi
sono smarrito tra le striature della roccia.
La gabbia era delle dimensioni di una cameretta. In un angolo
c'erano una pozza d'acqua di un paio di metri quadrati - che
poteva essere drenata dal ponte - e una botola attraverso la quale
davamo da mangiare al drago. Era protetta dalle intemperie, e al
suo interno avevamo sparso paglia, rami, foglie e sabbia, e messo
persino un paio di rocce per far sentire la creatura a casa. Nessuno
si sarebbe avvicinato al drago finch non si fosse ambientato, disse
Dan, cacciando via i curiosi, nessuno tranne me e lui.
Lasciatela in pace diceva. Abbiate piet di quella povera bestia.
Wilson prepar un ricco banchetto a base di carne salata e patate
dolci. Mangiammo e bevemmo a saziet mentre raccontavamo
agli altri la nostra avventura, ripetendo la storia all'infinito. Ogni
volta, per, mancava qualcosa. Come potevamo descrivere quello
che avevamo provato? Lo stupore, come se fossimo giunti sul
ciglio di un'enorme voragine nella terra e, affacciandoci, avessimo
visto qualcosa di selvaggio e inspiegabile che ci guardava. Tim
sfoggiava un sorriso fisso e insicuro e ci scherzava su, e risate di
sollievo, un po' folli, si levavano a ondate dal ponte. Dovevano
sentirci fin sull'isola, tutte quelle strane creature, doveva sentirci
anche la nostra bestia nella sua gabbia. Pensai al calvario che stava
affrontando. Avrei cercato di rimetterla in sesto, avrei portato in
Inghilterra un animale di selvaggia bellezza. Sarebbe stato il mio
orgoglio.
Quella notte dormii un sonno senza sogni e il mattino dopo mi
svegliai energico e brioso, come acqua che zampilla da una sorgente
cristallina, rimesso a nuovo.
Quella prima mattina, sotto lo sguardo di decine di occhi, fu
con una certa impudenza che cominciai a prendermi cura della
povera bestia. Basta sgobbare. Non avrei pi passato la ramazza e
lo straccio sul ponte, con la sabbia che sfregava sulle ferite. Le mie
nuove responsabilit mi avevano fatto salire la scala gerarchica. I
membri dell'equipaggio presero da subito a consultarmi su questioni
dragologiche. Come se ne capissi qualcosa. Morivano dalla
voglia di vederlo, ma io li lasciavo avvicinare uno alla volta, ma
non troppo, non volevo che la bestia s'imbizzarrisse di nuovo ora
che si era quietata. Era ferma in un angolo della gabbia, la pancia a
terra, gli occhi chiusi, e respirava appena. Non si muoveva neppure
quando entrava Dan. Eravamo armati di bastoni, ma non servivano.
Pensai che stesse morendo. Invece stava raccogliendo le forze.
L'ultimo ricordo che ho dell'isola  lo stridio degli animali tra gli
alberi quando salpammo.
Ricompensammo i due malesi e li congedammo sull'isola di
Flores, dove le donne trituravano radici, i bambini si accalcavano
intorno alle nostre barche e un uomo con un occhio lattiginoso
costruiva variopinte gabbie di bamb con il soffitto a cupola. Per
un paio d'ore assistetti alla fabbricazione di un palazzo, tre piani
collegati tra loro con pioli di legno, ognuno pi piccolo di quello
inferiore. Lo dipingerai come gli altri? gli domandai, ma l'uomo
non comprendeva la mia lingua. Questa s che  vita, pensai. Abilit
e pazienza, e la bellezza che prende forma. Sarei rimasto a osservarlo
tutto il giorno, ma c'era del lavoro da fare. Dopo aver stivato
frutta e ortaggi, attraversammo lo Stretto di Makassar in direzione
nord, tra Celebes e Kalimantan. Poi facemmo rotta verso est superando
le Filippine su limpidi mari corallini, quindi puntammo di
nuovo a nord, verso il Mar Cinese Orientale. I primi giorni furono
contraddistinti dal caldo e dal mare calmo, con una brezza leggera
che soffiava da sud. Questa zona del mondo  ricca di isole,
meravigliosa, e per circa una settimana le mie uniche preoccupazioni
furono un universo azzurro, luminoso e scintillante che si alzava e
si abbassava intorno a me, i tramonti rosso sangue, gli uccelli che
strepitavano sui pennoni e la creatura nella gabbia. Se ne stava distesa
nel suo angolo, senza mangiare n bere, con la bava alla bocca.
Me ne prendevo cura come una madre con un figlio malato. La
tentavo con bocconi di carne e pesce crudi, arrivai a offrirle pane e
papaya, formaggio e polpette, persino un maiale vivo. Niente. Gli
occhi erano aperti ma immobili, gelidi, vuoti. L'unico segno che
fosse ancora viva era il movimento rapido e ritmico dello stomaco,
quando respirava. Di tanto in tanto lasciavo che gli altri le dessero
un'occhiata, ma tutti quanti persero subito interesse, tranne
Comeragh, Skip e il capitano. E Dan, ovviamente. Dan era sempre
l. Comeragh e il capitano venivano di tanto in tanto, Skip invece
non riusciva a starle lontano.
Posso disegnarlo? mi chiese. Glielo lascia fare.
 un maschio o una femmina?
Maschio risposi con sicurezza, sebbene non ne avessi idea.
Era una creatura enorme e orrenda. Ma per quel che ne sapevo
avrebbe potuto essere una delicata femmina di drago.
Credi che si sveglier?
 gi sveglio.
Non fa granch, eh?
Dagli tempo.
Come l'hai chiamato?
Risi. Come se fosse un cucciolo. Non ce l'ha un nome.
Lo so disse Skip. Chiamalo Bingo.
Bingo?
S. Perch no?  un bel nome. Ehi, Bingo! Bingo!
Non  un cane obiettai.
E allora?
Era un nome stupido. Non volevo saperne, ma alla fine gli rest
attaccato.  un nome indecoroso, Bingo. Personalmente, non l'ho
mai usato.
Come sta oggi il nostro Bingo? mi chiedeva allegramente il
capitano.
Bene, signore.
Prendi diceva Wilson Pride, affacciandosi dalla porta della
cucina con un osso, dallo a Bingo.
Ma Bingo rifiutava ogni cosa.
Credi che ce la far? chiesi a Dan.
Difficile dirlo rispose, perplesso. Aveva legato un ramaiolo a
un bastone, con il quale prendeva acqua da un secchio e la versava
sul muso del drago, nella speranza che bevesse. Gli occhi dell'animale
erano chiusi. Ho visto riprendersi bestie in condizioni peggiori
continu Dan. Sta soffrendo, capisci? Al posto suo faresti
lo stesso. Per quanto ne sa,  morto ed  finito all'inferno. Avanti,
Jaf, pensaci tu. Ma non avvicinarti troppo.
Non avevo paura. La povera bestia era a pezzi. Dan mi porse il
ramaiolo. Feci gocciolare l'acqua sul muso del drago. Niente.
E ancora niente. Niente, niente e niente. Gli parlavo ogni giorno.
Ciao, stupido vecchio drago esordivo. Va un po' meglio?
Che diavolo ti sei messo in testa? Lo so che  dura, ma potresti
almeno fare uno sforzo. Allentai la corda per farlo sentire pi a
suo agio. Non ti mancher niente dove stai andando dissi. Il
signor Fledge  ricco sfondato. Un matto. Sarai la luce dei suoi
occhi, credimi.
Niente, niente e ancora niente. Poi, all'improvviso, dopo circa
sei giorni, bevve. Ero a poco pi di un metro da lui, con quello scomodo
ramaiolo capovolto sopra il suo naso. Sbatt le palpebre, la
lingua guizz dalle fauci in un lungo nastro giallo e la voragine che
aveva per bocca si spalanc, rosa. Balzai all'indietro, spaventato.
Quel movimento brusco lo fece voltare di scatto verso di me.
Uscii di corsa dalla gabbia e abbassai i chiavistelli. Ora che ero al
sicuro, dall'altra parte dalle sbarre, lo incoraggiai. Bravo! dissi.
Cos!
I piccoli occhi porcini mi osservarono circospetti, ma per il resto
della giornata non si mosse pi. Nei giorni seguenti il drago cadde
in una sorta di letargo; muoveva solo gli occhi, seguendomi mentre
smuovevo la paglia con il forcone e pulivo la pozza dell'acqua,
senza perderlo di vista. Dopotutto sei solo un animale, pensai. Per
quanto mi riguardava, tutto l'orrore che si era accumulato intorno
alla sua figura ormai era scomparso. Avevo visto i suoi simili nutrirsi
ed era stato uno spettacolo terrificante, ma gli anni trascorsi nel
serraglio di Jamrach mi avevano insegnato che un comportamento
feroce e minaccioso poteva nascondere un'anima complessa, come
in questo caso. Aveva occhi inespressivi com' inespressivo un sasso.
Negli istanti pi bui della sua follia erano rimasti fissi come
stelle, luminosi e coscienti, accettando gli eventi con la lucidit di
un saggio. La vita e la morte erano una cosa sola, sentire dolore,
mangiare, lottare, morire; non c'era differenza. Tutto questo era
nel profondo degli occhi della creatura. Tutto questo e la natura
selvaggia della sua esistenza. No, non era stupida.
Poi venne il giorno in cui capii che ce l'avrebbe fatta. Mangi un
maiale. E scelse un ottimo momento per farlo, poco dopo il rancio
serale, quando gli altri erano sulla tolda. Gli avevo gi offerto
maiali vivi, ma li aveva sempre snobbati. Questa volta, dieci minuti
dopo che il maiale era entrato nella gabbia, si era abbeverato al
trogolo e aveva cominciato a grufolare tra le foglie, mi accorsi che
il drago aveva un occhio puntato su di lui, lo guardava. Il
poveretto non ebbe scampo. Mai, nei tanti anni trascorsi nel serraglio
di Jamrach, avevo visto un animale cos rapido. Un istante prima
quella cosa era immobile come una pietra, quello dopo era un paio
di metri pi avanti, quasi l'intera lunghezza della corda, e snap! il
maiale era tra le sue fauci. Puro orrore. Le urla, il terrore di quella
bestia disgraziata fecero accorrere l'equipaggio. Lo aveva addentato
al collo. Divor avidamente la testa, le spalle, le zampe anteriori
che ancora scalciavano, la bocca spalancata in modo spaventoso,
come quella di un serpente, scrollando il maiale da una parte all'altra,
ribaltandolo e sbattendolo a terra. Lo ingoi inghiottendo con
forza, chomp, chomp. Un grido aspro si lev nell'aria. Altri quattro
o cinque strattoni convulsi e fuori dalle fauci rimasero solo le zampe
posteriori, pietosamente ferme.
E poi sparirono. Il maiale non c'era pi. Il drago masticava rumorosamente,
la lingua guizzava dentro e fuori.
Cos si fa! esclamai.
La bestia ricambi con un breve sibilo.
Cazzo,  stato disgustoso disse John Copper.
Che t'aspettavi? ribatt Gabriel. Che usasse coltello e forchetta?
Dan scoppi a ridere. Ragazzi cominci, raddrizzando le spalle
e fregandosi le mani come un mago di strada. Credo che ce
l'abbiamo fatta. Credo che diventeremo ricchi.
Ero stato io. Io avevo salvato il drago. Catturarlo era stato solo
l'inizio; tenerlo in vita era la parte difficile. Soltanto allora mi rilassai,
e compresi quanto desiderassi tornare a casa. Casa. La
Ratcliffe Highway, le tasche piene di denaro, il ritorno dell'eroe. Avrei
comprato un vestito nuovo per la mamma. Un cappellino. E per
Ishbel? L'avrei portata a cena in un locale elegante, le sarebbe
senz'altro piaciuto. L'avrei coccolata. Avremmo ballato e bevuto
insieme, le avrei raccontato le mie avventure. Cosa le avrei portato?
Ventagli, collane e piume.
Adesso star bene disse Dan. Star bene e il sottoscritto potr
finalmente ritirarsi dagli affari.
Tu? Non lo farai mai. Tim si sedette scompostamente sull'argano,
sghignazzando. Non riesco a immaginarti accanto al camino
per troppo tempo, Dan.
Be' disse Dan,  qui che ti sbagli. Tutto quello che voglio 
mettere la parola fine a questo viaggio e lasciarmi il mare alle spalle,
per sempre.
Davvero, signor Rymer? Il capitano sorrise. Con lui c'erano
Henry Cash e Rainey.
Davvero, capitano rispose Dan.
Guardavamo il drago, che guardava noi. Immobile, a parte gli
sporadici guizzi della lingua.
Il vecchio Bingo disse il capitano. E se lo ribattezzassero drago
di Rymer? Danno alle cose il nome dello scopritore, no?
Immortale! esclam Dan, che a cena aveva alzato il gomito ed
era di buon umore. Brindiamo! A questo, e al cospicuo bonus che
ogni singolo marinaio della nostra bagnarola si guadagner. Felix,
ragazzo, corri a prendermi la tazza.
Se  cos, dovrebbero dargli il nome di questo ragazzo disse
brusco Rainey, agitando una mano nella mia direzione.  stato lui
a prendersi cura della bestia.
Io.
Non so perch quelle parole mi commossero. Rainey, con la sua
faccia larga e scura e gli occhi inquieti, era l'unico uomo su quella
nave che mi metteva paura. Non il capitano. Come aveva detto
Gabriel il giorno della partenza, Proctor non era tagliato per fare
il capitano. Ne ho conosciuti di capitani, nel corso della mia vita:
si tengono in disparte, non familiarizzano con l'equipaggio.
Proctor era diverso. Passeggiava sulla tolda con un debole sorriso sul
volto lentigginoso, sperando di piacere ai suoi uomini. A volte lo
sentivamo scherzare. Te la cavi con le funi, eh, Roper?(3).
Ah-ah! Sei proprio in gamba!
Ah-ah-ah. Rainey, invece, poteva ridurti al silenzio con un'occhiata.
E ora, eccolo a tessere le mie lodi davanti a tutti.
E a ragione!
Un uomo giusto, il signor Rainey, pensai. Mai dare nulla per
scontato.
Ottima osservazione disse Dan, mettendomi un braccio sulle
spalle.  Jaf l'uomo del giorno.
Felix alz la tazza di gin. A Jaf disse, e butt gi una sorsata.
Ti ritirerai davvero? chiesi a Dan. Eravamo tornati sul ponte
del castello di prua. Simon stava accordando il violino, pizzicando
le corde con entusiasmo.
Sicuro rispose Dan, allegro. Ogni cosa ha un inizio e una
fine. Gesticolava con scioltezza. La mia insigne carriera si concluder
all'apice della gloria grazie a questa magnifica creatura.
Il sole era tramontato da un'ora, il mare danzava sotto una luce
scombinata.
Sar un po' come morire, vero? disse Skip.
Cosa?
Il ritiro di Dan.
La morte nella vita disse Dan, la vita nella morte. Oh, compagni!
Era tornato a essere il divertente istrione che conoscevamo.
Se ci pensate disse Skip, tutto quello che facciamo  morire.
Ma di che diavolo stai parlando? Tim gli diede uno spintone.
Potresti dire qualcosa di sensato, ogni tanto?
Il grande dio ha detto che le mie parole non devono essere
sensate ribatt Skip. Le sue non devono esserlo. Quindi neanche
le mie.
Tranquillo disse Tim, non lo sono.
Da quanti anni vai per mare? chiesi a Dan.
Quarantatr rispose senza esitazioni.
Lo guardai, la bocca avvizzita, un occhio leggermente vagante,
cercando di immaginarmelo come un pivellino. Non era difficile,
essendo uno di quegli uomini che dalla nascita alla morte restano
pi o meno uguali.
 come Bingo continu Skip. La vita che conduceva sull'isola
e quella che conduce adesso... Simon attacc una melodia
tranquilla. Come me, quando avevo tre anni,
Stai dicendo un mucchio di cazzate lo interruppe Tim.
Tre anni ripet Dan, sedendosi di schiena contro un barile e
allungando le gambe. I tre anni non durano per sempre. Voglio
veder crescere i miei figli.
Tutte quelle cose sono morte. Poi io. Poi lui disse Skip,
Tu sei pazzo.
Sta dicendo che siamo come serpenti che perdono una pelle
dopo l'altra disse Dan, accendendosi la pipa con l'espressione serena.
Fece un sospiro profondo, riflettendo su quelle parole, aspir
una generosa boccata di tabacco, contrasse le labbra e soffi qualche
anello di fumo.
Molto dopo, mentre barcollavo verso la mia cuccetta, mi imbattei
in Gabriel e Simon.
Hai visto Skip? chiese Gabriel.
No.
 seduto vicino al vecchio Bingo.
Vieni a vedere disse Simon. Che ne pensi?
Skip non si accorse di essere osservato. Era seduto con le gambe
incrociate davanti all'entrata della gabbia, e parlava al drago.
Non  solo il buio, capisci stava dicendo,  il modo in cui
prende il tuo potere.  una questione di testa. A ogni modo, 
orribile.
Canticchi un breve motivetto stonato. E con te potrebbe essere
anche peggio. In te c' molto di pi che in un bambino di tre
anni, credo. Chiss quanti anni hai.
Il drago aveva gli occhi aperti ma era immobile, lo stomaco che
sfiorava il suolo, la grossa testa tra le zampe artigliate.
Andiamo, Skip disse Simon con calma, non dare di nuovo i
numeri.
Non credere che non sapessi che eravate l disse Skip, voltandosi
a guardarci. Io so tutto.
Imbarcammo provviste sull'isola di Formosa. C'era un mercato
degli uccelli, una trentina di piccole creature paffute, gialle, verdi
e bianche, tutte stipate in una cassa, peggio che nel serraglio di
Jamrach. Che peccato non aver comprato una gabbia, un palazzo
di bamb. Ci avrei messo solo due o tre uccelli in modo che potessero
spiegare le ali e librarsi in volo per tutta la sua altezza. Avrei
sostituito i posatoi con rami robusti, magari con le foglie ancora
attaccate, perch no. Era un'idea. A ovest c'era la Cina, la terra di
Yan.
Da che regione vieni? gli chiesi una mattina, mentre rammendavamo
i vestiti sul ponte, rivolti verso la costa. Siamo vicini a
casa tua?
Scosse la testa.  molto pi a sud rispose. Tsamkong. I capelli
neri si erano allungati e si dividevano sulla fronte in due onde
spesse.
Allora l'abbiamo superata. Non t' venuta voglia di buttarti in
mare e tornartene a casa?
Sorrise. La faccia era riarsa dal sole, la pelle tesa sulle ossa, lucida.
Altri tre anni e potr farlo rispose. E tu?
Due anni.
Torner ricco disse, se la dea lo vorr.
Quella lunga costa sembrava una fascia lilla che scintillava in
lontananza, ma presto ce la lasciammo alle spalle per costeggiare
una fila di isole a est, diretti verso le acque giapponesi, ricche di
balene. I mari erano pieni di pescherecci e giunche cinesi cariche
di sale. Durante le ore pi calde della giornata il drago restava nella
pozza d'acqua, ma per la maggior parte del tempo era
completamente immobile, le zampe anteriori leggermente sollevate. Si muoveva
solo per divorare i pesci, gli uccelli e i maiali che spingevo
dentro attraverso l'apertura. Poi cominci a mangiare di tutto: la
nostra sbobba, i nostri avanzi, qualunque cosa. Era una bestia astuta,
non mi fidavo di lei. La gabbia gliela pulivamo in due, io con
ramazza e pala, Dag, di guardia, armato di bastone e rivoltella. Era
pericolosa, anche se era sempre legata. Osservava. Una volta gir
la testa nella mia direzione, spalanc la bocca molto lentamente e
rimase a fissarmi, un lungo istante simile a un sogno. Una membrana
di bava luccicante si allungava tra le mascelle. Poi, altrettanto
lentamente, la richiuse. Un'immagine agghiacciante.
Da dove arriv la paura del drago? Non era una paura uguale
a quella che si prova al cospetto di una bestia feroce con artigli e
zanne, era qualcosa di pi. Insieme alla creatura avevamo portato
a bordo la malasorte. Chi fu il primo a dirlo? Con il passare del
tempo lo dicevamo tutti. Cominci con un malore. Colp l'intero
equipaggio, a eccezione di Abel Roper e Wilson Pride, ma non tutti
nello stesso momento, grazie a Dio. Una nave diventa in fretta un
letamaio maleodorante, se chiunque evacua da entrambi gli orifizi.
Poi mor il povero Samson. Una cosa terribile, e fu colpa del drago.
Samson era libero di gironzolare ovunque, ma dopo l'arrivo della
bestia Joe Harper aveva improvvisato una barriera per evitare che
i due animali si vedessero. Nel corso di quella infausta mattina,
tuttavia, Samson la scavalc e si avvicin alla gabbia. Sono quasi
sicuro che la creatura gli corse incontro. Ero di guardia sulla coffa
quando sentii il latrato, i guaiti e un forte scalpiccio. Il mio primo
pensiero fu che il drago fosse scappato e stesse dilaniando i miei
compagni, ma un attimo pi tardi torn il silenzio, e dedussi che
non era accaduto nulla di grave. Un'ora dopo, quando scesi, mi
dissero che il cane era passato a miglior vita. Spaventato a morte,
poveretto: se ne andava tranquillamente a zonzo per la nave,
e improvvisamente si era ritrovato davanti un mostro. Correva da
una parte all'altra e guaiva, quando il capitano lo aveva preso in
braccio. Fu allora che venne colto da una specie di crisi. Mor nel
giro di venti minuti, forse per la crisi o forse perch aveva picchiato
la testa contro una raffineria mentre fuggiva in preda al panico.
Fu avvolto in un sudario, come un marinaio, e affidato agli abissi,
con tutto l'equipaggio raccolto in circolo, a capo chino. Proctor
pronunci un breve discorso. Samson era stato al suo fianco per
dodici anni, disse. Lo aveva trovato nel porto di Cadice, lo aveva
tenuto in tasca durante una tempesta nel golfo di Biscaglia, quando
non era che un cucciolo di poche settimane. Un vero cane di
mare, pi felice su una nave che sulla terraferma. Sembr quindi
appropriato che l'oceano fosse la sua ultima dimora. John Copper
pianse, e quando l'acqua si fu richiusa sui resti terreni di Samson,
il capitano spar nei suoi alloggi e non si fece vedere per il resto
della giornata.
Il tempo  cambiato comment Skip. Ve ne siete accorti?
Pi tardi, dopo il rancio serale, Skip, Tim e io seduti uno accanto
all'altro davanti alla gabbia del drago, le gambe allungate.
Fumavamo a turno una pipa.
Che vuoi dire? chiese Tim.
Da quant' che abbiamo lasciato l'isola del drago?
Due settimane rispose Tim.
Non dire scemenze.
Credo... non so, qualche settimana. Aggrottai le sopracciglia.
Avevo perso la cognizione del tempo. Pi di due.
Be', non chiedetelo a me fece Tim. Non so neppure dove ci
troviamo. Si muore di caldo. Per me  tutto uguale. Non ci capisco
pi niente.
Molte pi di due.
 quello che sto dicendo ricominci Skip. Il tempo scorre in
modo strano.
 questo maledetto caldo dissi.
Forse. Skip mi pass la pipa. Come riscalderete Bingo quando
navigheremo in climi pi freddi?
Oh. Non ci avevo pensato. Dan sapr che fare.
Secondo te sta dormendo? chiese Tim.
Difficile dirlo.  furbo.
 sveglio intervenne Skip.
Oh, certo. Tu sai tutto.
Skip lo ignor.  cos da quando abbiamo lasciato l'isola. Siamo
entrati nel tempo del drago.
Chiusi gli occhi. Avevo molto sonno.
Sto dicendo che dall'arrivo del drago il tempo scorre in maniera
diversa rispetto a prima.
La cosa strana  che sapevo esattamente cosa intendeva dire.
Aveva ragione, qualcosa era cambiato, come se fossimo finiti in un
mondo parallelo. Era da un po' che lo cercavo a tentoni nella testa,
ma credevo stesse accadendo soltanto a me. Le parole di Skip lo
avevano reso reale, e questo mi spaventava.
Quella notte sognai di essere a casa. C'erano anche Ishbel, mia
madre, i clienti e le ragazze dello Spoony's, Jane la rossa e le sue
amiche, e stavamo scendendo tutti al fiume e l'acqua rifletteva la
luce di un tramonto violento, come non se ne vedono mai sulle
rive del Tamigi, un tramonto dragonesco, viola e cremisi. Delle grida
sul ponte mi svegliarono. C'era mare grosso.  ancora presto,
pensai, e mi riaddormentai. Pi tardi scoprii che Skip ne aveva
combinata una delle sue. Rainey lo aveva sorpreso a dormire della
grossa accanto alla gabbia del drago. Lo aveva spedito gi nel castello
di prua a pedate, urlandogli che era un bastardo e un figlio
di puttana.
L'indomani mattina, mentre veleggiavamo in pieno oceano,
il tempo cambi. L'aria era ancora pesante e torrida, ma i tuoni
rombavano da qualche parte a ovest. Si avvicinava una bufera. 
una delle cose del mare che mi piacciono, poter vedere il tempo in
lontananza.  come guardare il futuro. Il capitano url: Ridurre
le vele! e tutti corremmo ai nostri posti per far virare la nave e
riportarla subito dopo sulla rotta. Corsi a proteggere la gabbia del
drago. Gabriel era al timone, ma l'ordine giunse in ritardo e neppure
lui fu in grado di effettuare in tempo la virata, e cos il vento ci
aggred su un fianco e improvvisamente fu solo follia. Gli uccelli e
il vento strepitavano come forsennati, il sartiame si lacerava, le vele
si strappavano, le assi di legno scricchiolavano, i possenti alberi
imploravano piet. Lo stomaco mi sal in gola. Il ponte si inclin,
cademmo tutti, rotolai via, mi aggrappai a qualcosa. La voce di
Rainey tuonava sopra il frastuono mentre il mare si rovesciava sulla
murata di sottovento, gelido. Ci eravamo inclinati velocemente.
Stiamo affondando, pensai, stiamo affondando, siamo troppo bassi,
troppo bassi, non ci alzeremo pi, oh, buon Dio, Ges, ti prego
- la murata di sottovento tocc il mare, la tempesta raggiunse il
cielo gonfio di nuvole.
Correvo da una parte all'altra, come tutti, non avevo idea di cosa
stessi facendo. Martin Hannah stava tirando una fune e sembrava
avesse bisogno di una mano, cos andai ad aiutarlo.
Non so come, la nave si raddrizz. Adesso filava con la tempesta
alle spalle.
Ben fatto, Jaf! disse Martin Hannah, a corto di fiato. Lo conoscevo
appena. Era un uomo alto e taciturno, incline alla pinguedine,
con un'aria vagamente minacciosa e un sorriso lento.
Ben fatto, Martin risposi.
Poi l'urlo: Laggi soffia!.
Che assurdit. Nonostante tutto, Proctor, in piedi sul cassero
di poppa, gridava a squarciagola: Gi dalle vele! Issate la randa!
Gabriel, timone sottovento! Fissate gli alberelli! Sganciate le lance....
Fummo costretti a prendere la lancia di riserva a poppa. La pioggia
cominciava a tamburellare, il mare si ingross. Ma in questi casi
non si pensa, si agisce. In men che non si dica giunse lo sferragliare
del paranco, il tonfo della barca in acqua. Lo scintillio dei lunghi
remi. Ci calammo, le orecchie che facevano male, i volti spellati, accecati
dagli spruzzi. Il vento soffiava le lacrime lontano dagli occhi.
Quel giorno non catturammo nessuna balena, e perdemmo un'altra
lancia. Ora ne mancavano due all'appello, e il tempo era
minaccioso come un drago. Intanto, il drago in carne e ossa era incollato al
ponte, furioso, gli occhi vitrei e pieni di consapevolezza, un rivolo
di bava verdastra tra le fauci, mentre la bufera imperversava.
Andai a sbattere contro John Copper.
Ges disse, con occhi stravolti. Ges santissimo, quanto
vorrei tornare nella vecchia, cara Hull.
Se avessi potuto scrivere, avrei composto una canzone. Oh,
come vorrei tornare a... Le canzoni dei marinai iniziavano spesso
cos. Oh, come vorrei tornare sulla Ratcliffe Highway, la
Ratcliffe Highway al di l del mare... Non so cosa dovrei dire. La mia
canzone del cuore. Molti bei versi sono stati dedicati alla Ratcliffe
Highway, ma nessuno di questi  mio. Cos, mentre gli implacabili
acquazzoni ululavano, infuriavano e gemevano, la notte, legato
come tutti alla mia branda, provavo la canzone, per non sapevo
concluderla.
Oh, come vorrei tornare sulla Ratcliffe Highway,
la Ratcliffe Highway al di l del mare
Dove una fanciulla che balla con bla bla bla
Desidera o non desidera che torni da lei.
Mi piace: desidera o non desidera che torni.
Il tempo passava, e tutti eravamo ciechi, sordi e muti. La tempesta
- e la nostalgia. Il mare mosso. Incuneati nelle cuccette, legati.
Una puzza di acqua di sentina saliva a vampate dalla stiva. Le paratie
cigolavano. Aria di chiuso, fetida. Grandi onde s'infrangevano
contro il corpo centrale del vascello. Secchi, ceppi di legno,
altri oggetti rotolavano sul ponte. Pericolo. Mare troppo mosso per
andare a caccia di balene. Finch, inaspettata e improvvisa, spunt
un'alba luminosa, dolce e chiara, foriera di buona navigazione.
Segu una lunga giornata di arcobaleni e una notte gradevole di
pioggia leggera e tamburellante. Dopo, tre lunghi giorni senza nuvole,
di uno splendore ardente, ci accompagnarono fino alle acque
giapponesi. Ma di balene neanche l'ombra. Una settimana, due settimane.
Le vedette non fiatavano, anche se le altre baleniere che incrociavamo
avevano le stive piene di olio. Decidemmo di cambiare
zona e facemmo rotta a sud-est, verso il Pacifico, e l'Equatore.
Pochi giorni, e calarono le tenebre.
Sette giorni di buio, come una piaga biblica. In tutto questo tempo
il sole rimase nascosto, anche durante le ore di luce il cielo era
minacciosamente vicino alle nostre teste, un soffitto basso e opprimente
formato da una nuvola nera e lugubre; di tanto in tanto
una specie di tuono, debole e crepitante, rumoreggiava da dietro le
stelle. Il mare era agitato. Non pioveva, il caldo era soffocante. Le
mattine cupe cedevano il passo a notti nere come la pece. E intanto
proseguivamo in cerca di un tempo migliore, del sole, di un nuovo
cambiamento. Il capitano e i due ufficiali passeggiavano sulla tolda,
l'equipaggio raccontava aneddoti, rammendava gli abiti, riparava le
vele, puliva la nave, ma qualcosa non andava. L'oceano parlava con
voce delicatamente minacciosa, l'orizzonte era sparito e ovunque ci
girassimo non vedevamo nulla, solo una foschia lamentosa. E ogni
volta che poteva, Skip si stendeva davanti al drago e lo guardava, gli
parlava, lo ascoltava. Lo ascoltava, diceva proprio cos.
Era matto. Con il senno di poi, avremmo dovuto spedirlo a calci
nel castello ogni volta che lo sorprendevamo a dormire davanti alla
gabbia. Eravamo tutti indulgenti, era questo il problema. Nessun
marinaio dovrebbe dormire sul ponte di sua iniziativa. Quale capitano
permetterebbe una cosa del genere? Il nostro. Proctor piangeva
il vecchio Samson, un tenero cucciolo che dodici anni prima
aveva attraversato il golfo di Biscaglia nella sua tasca. Quasi non
lo vedevamo pi. Di tanto in tanto Rainey sferrava un calcio svogliato
a Skip, ma niente penetrava la nebbia. Una volta il capitano
usc dalla cabina in vestaglia, infastidito dalle urla. Festegger,
quando quella dannata bestia sar scesa dalla mia nave disse, e
Dan Rymer, con il volto grigio come il cielo e gli occhi freddi, gli
spieg che nessuno si sarebbe pi avvicinato al drago, a eccezione
di lui e me, cos com'era all'inizio. Sembrava trascorsa un'eternit
da quando quella era la regola. Non ricordavo quando fosse stata
infranta la prima volta, com'eravamo arrivati a quel punto. Aveva
ragione Skip: il tempo era cambiato. Semplicemente, aveva cessato
di scorrere nella maniera giusta. Era come un terremoto nel paesaggio
della mia testa, non sapevo pi su cosa contare. Tutte le voci
erano smorzate e lontane.
Skip non poteva pi vedere il drago, ma non faceva alcuna differenza
perch continuava a parlargli. Disse che non esistevano parole
per descrivere il modo in cui ci riusciva, eppure gli parlava, a
volte tutta la notte. Non stava mai zitto, la voce ferma e incessante.
Eravamo in quella situazione perch il drago era impazzito, disse.
Ed era impazzito per colpa della gabbia. La odiava, proprio come il
pesce rosso di sua nonna odiava la boccia di vetro. Volevo tornare
a casa. Per questo le balene si tengono alla larga da noi disse,
seduto a disegnare sbarre e gabbie. Sanno chi c' sulla nave e non
si avvicinano.
Ne avevamo le tasche piene di Skip. Da quando avevamo lasciato
il Greenland Dock, aveva blaterato una marea di assurdit.
Perch continuavamo a dargli retta? Intanto, di proposito o no, le
sue parole avevano condizionato Bill e Felix.
 cos disse Felix, una nave sa che cosa succede a bordo. 
come se fosse viva, sa quando trasporta qualcosa che attira la sfortuna.
Un assassino, per esempio.
O un demone, o un...
S, un demone. Skip inizi a disegnarne uno.
Quando gonfia le vele come guance.
E urla.
E cos via in quel sogno - sette giorni e sette notti di tenebre che
ormai sembravano eterne. La superstizione dei marinai non  altro
che il ruggito isolato dei milioni di chilometri che vi separano dalla
terraferma e da casa, e vi dice che siete mortali. La superstizione,
oscura, spinosa, arriv sul ponte della Lysander con il suo incedere
furioso. E quando la superstizione posa le sue zampe caprine su
una nave in pieno oceano, lontana, molto lontana da qualsiasi approdo,
allora, come fa quella canzone, oh, allora...
Avevo paura. Non solo quando dormivo, non solo quando ero
in piedi sul colombiere, mezzo addormentato, non solo quando
ero sbronzo e con la testa piena di un calore viscoso, ma sempre,
in qualsiasi istante di lucidit, una paura chiara e invisibile come il
filo affilato di una lama di pregio.
Quegli occhi terrificanti disse Gabriel, seduto al tavolo del
castello di prua, il volto illuminato dalla lampada.
Il drago si stava squamando intorno agli occhi, e questo gli conferiva
un aspetto particolarmente spaventoso.
Come quelli di una statua. Simon Flower stava giocherellando
con un pezzo di spago. Non di un essere vivente.
 abominevole intervenne Joe Harper.
Non mi piace convenne Yan. Averlo qui con quegli occhi.
La nave sa disse Billy Stock.  cos, la nave lo sa.
Solo che adesso non erano pi soltanto Skip, Billy Stock e Felix
Duggan, adesso erano tutti.
Una fottuta creatura maligna.
Dovremmo infilare quella bestia in un pentolone e mangiarcela.
E Skip, con un sorrisetto furbo, disse: Vuole tornare a casa.
Non desidera altro. Se ne stava tranquillo sulla sua isola, dove ha
sempre vissuto, e improvvisamente si ritrova in una gabbia e impazzisce.
E adesso dite di volerlo mangiare. Dovreste farlo. Preferirebbe
essere morto. Abbiate piet di lui. Quello che facciamo alle
balene  nulla al confronto.
Probabilmente ha un saporaccio ribatt Tim. Io non lo toccherei.
Potrebbe essere velenoso disse Billy Stock. Esistono rospi velenosi,
no? E i serpenti, allora? Guardategli la lingua, fa ribrezzo.
Il drago portava sfortuna. Qualcuno ci credeva, per qualcun
altro era una gomitata in un sogno, un calcio nel cervello. Alle tenebre
si aggiunse il terrore, e aveva quegli occhi scuri, che somigliavano
a perle, cerchiati di bianco. Ripenso a Skip, ma non so
quanto sia affidabile la mia memoria.  successo molto tempo fa.
Ricordo che a bordo era una forza della natura, un volto rotondo
e sorridente, una zazzera di capelli neri, gli occhi miti e stretti,
mai completamente tranquillo, sempre sul chi va l. Adesso, per,
penso che forse gli altri lo consideravano una nullit, quasi non si
accorgessero della sua presenza. Ma fu lui a dare inizio a tutto, lui
e i suoi odiosi disegni di demoni con le zampe caprine, ne sono certo:
una corta miccia di paura, che non si spense neppure quando
le tenebre si diradarono. Ma balene continuavamo a non vederne,
e i giorni trascorrevano tutti uguali, uno dopo l'altro. Qualcosa
ancora ricordo. Il castello di prua, Gabriel che dice: Pare che da
queste parti ci siano acque infestate.
Sam sorrise. Non spaventare i pi piccoli.
Lo sanno tutti.
Io no dissi.
Gabriel mi guard. Davvero? Acque dove accadono cose.
Dove and perduta la Essex, e altre dopo di lei. Un luogo maledetto
in pieno oceano.
Tutti conoscevano la storia della Essex, e delle altre navi.  una
leggenda sulle baleniere. Una specie di filastrocca.
Dan cominci a cantare:
C'erano tre uomini di Bristol City
che presero una barca e in mare andarono.
Ma prima di salpare, carne, gallette
e maiale affumicato caricarono.
Conoscevo un uomo che aveva conosciuto Owen Coffin da
ragazzo lo interruppe Gabriel. Viaggi per mare con il padre.
Mi disse che Owen era un ragazzo in gamba, e un bravo marinaio,
come il padre.
C'erano Jack l'ingordo e il vorace Jimmy,
e il pi giovane dei tre, il Piccolo Billee.
Il povero Owen Coffin prese la pagliuzza pi corta e venne mangiato.
Non era furbo come il Piccolo Billee. Quattro o cinque voci
si unirono al coro, ma eravamo assonnati e quella sciocca canzone
si trasform in una cantilena.
Dice Jack l'ingordo al vorace Jimmy,
ho una fame tremenda.
A Jack l'ingordo dice il vorace Jimmy,
non c' pi nulla, mangiamoci a vicenda.
Passeremo vicino a queste acque disse Gabriel.
Quella notte non potei fare a meno di restare sveglio e pensare
alla nave sventurata che molti anni prima era andata incontro a un
tragico destino, e a tutti i poveri membri dell'equipaggio, ignari
di quel che li attendeva. E agli altri marinai e alle altre navi, provenienti
da luoghi diversi, che avevano subito la stessa sorte da
quando la prima barca era stata portata in mare.
Ricordo una lunga notte di stelle cadenti, sdraiato nella mia cuccetta,
alla ricerca delle parole: Dove una fanciulla con occhi azzurri
balla... No, no...
Come vorrei tornare sulla Ratcliffe Highway,
la Ratcliffe Highway al di l del mare,
dove una fanciulla che balla con.,.
Un momento.
Dove una fanciulla speciale con scarpe da ballo
Desidera o non desidera che torni da lei.
Con scarpe rosso sangue e unghie rosso sangue
Dove una fanciulla danza con i suoi riccioli d'oro
E desidera o non desidera che torni da lei.
 Note.
3. Gioco di parole tra rope, fune, e il cognome del personaggio, Roper. (N.d.T.)


Capitolo 9.

Quel tempo senza tempo che era cominciato con l'arrivo del
drago stava per finire. Un sonno senza sonno e un sogno senza
sogni. L'equipaggio si stava ubriacando sul ponte, sotto le stelle.
Simon suonava una melodia soave e triste. Ricordo un uomo che
una volta avevo sentito pizzicare una piccola arpa, sul molo accanto
al Tobacco Dock. La musica era fluita a lungo, sempre diversa,
come gli stati d'animo che cambiano. A volte era come salire e
scendere una rampa di scale. Altre risuonava di gioia. Altre ancora
vi scioglieva il cuore. Ubriaco, sul colombiere, cercavo in tutti i
modi di restare in quello stato di lucida ebbrezza quando precipitai
nel baratro di una torpida ottusit. Nulla aveva pi senso, ma tenevo
la mente sveglia, pensando: se ciascuno dei marinai qui sotto
fosse una melodia, quale sarebbe? Iniziai a comporre mentalmente
delle musiche, e fu un gioco da ragazzi trovare quella giusta per
qualcuno, ma un'impresa trovare quella per qualcun altro. Solo
per Skip non riuscivo a decidermi: una stravaganza o un lamento?
Non avrebbe potuto esserci luogo migliore dell'oceano per quel
glorioso stato di grazia, per precipitare con lucidit costante nel
vortice al suo interno, per dormire con gli occhi spalancati e destarsi
a un tonfo improvviso del cuore... i versi di una canzone mi
svegliarono di soprassalto. Certe volte si aveva l'impressione che
le stelle, lontane dalla terra, urlassero. Centinaia di chilometri di
stelle che vi squillavano sulla testa. Fu meraviglioso, quella notte,
svegliarsi sotto un cielo di stelle che urlavano. Rabbrividii. Gli altri,
sul ponte, sembravano distanti milioni di chilometri, avevo paura
di cadere. Non avevo mai provato una sensazione del genere prima
di allora, e mi chiesi se per caso non mi stessi ammalando di nuovo.
Ma tornai subito in me, e quindici minuti dopo, al rintocco della
campana, scesi sul ponte.
La prima cosa che vidi fu John che veniva a darmi il cambio. La
seconda, il drago che avanzava a grandi passi alle sue spalle, veloce
e affamato, la schiena e le spalle inarcate, le mostruose e possenti
zampe anteriori sollevate, gli artigli sguainati. Il lungo muso indifferente
sorrideva, gli occhi cerchiati di bianco gli davano uno
sguardo ripugnante e folle. Trenta centimetri di lingua pallida da
serpente guizzavano dentro e fuori le fauci. In quel momento fui
di nuovo sulla Ratcliffe Highway, mentre vedevo la tigre venirmi
incontro e avevo otto anni. La stessa impossibilit. Solo che questa
volta ero terrorizzato.
Clack, clack, clack - gli artigli della bestia sul legno. Urlai a John:
Per l'amor di Dio, il drago!. John si volt e grid con tutte le sue
forze, e dopo fu solo follia.
Ci precipitammo a babordo. Clack, clack - gli unghioni, dietro
di noi, raspavano sulle assi in cerca di appigli. L'equipaggio era in
panciolle, e non avrebbe potuto esserci immagine pi serena, ma
poi irrompemmo sul ponte con il drago alle calcagna e si scaten
l'inferno. La bestia correva forsennatamente, e noi con lei. La nave
si trasform in un palcoscenico di marionette saltellanti che urlavano
e scappavano sotto il cielo stellato che ancora ruggiva. Tim
salt sulle raffinerie. Joe e Bill avevano trovato riparo sull'argano.
Quattro o cinque uomini si lanciarono a capofitto sulle scale di
boccaporto che portavano al castello di prua, tutti noi altri
sfrecciavamo da una parte all'altra nella confusione pi assoluta. Il violino
di Simon rotol sul ponte. Gli uomini erano ubriachi, il drago
era libero. L'animale scivol sulle tavole bagnate e and a schiantarsi
contro un fianco della nave, si ritrasse come una tartaruga, si
volt di scatto e caric a testa bassa un gruppetto di marinai che
si volatilizz all'istante. John Copper, Felix, Henry Cash, Yan. Yan
lanci un urlo profondo, gutturale e atterrito. Rainey ululava da
qualche parte, come il vento. Skip apparve da dietro l'argano, gli
occhi spiritati. Comeragh mi afferr per una spalla. In piedi, ragazzo
disse. Vieni con me.
Dan Rymer, ubriaco fradicio, con un sorriso da Babbo Natale,
era in piedi su un barile e muoveva le braccia come se stesse dirigendo
un'orchestra, il cappello di traverso, i riccioli sporchi e
bagnati. Qui! latrava. Qui! Da questa parte!
Restai al fianco di Comeragh. Era un uomo buono, assennato.
Da quella parte, Jaf! url.
Non avevo idea di cosa stessi facendo. Le lunghe gambe di
Comeragh sfrecciarono dall'altra parte del ponte.
Il drago mi puntava. Quasi mi sfracellai la testa quando andai a
sbattere contro Billy Stock che, come me, cercava di fuggire. Sentii
la voce lamentosa di Tim che chiamava il mio nome e Skip che
singhiozzava. Non ho idea di quel che accadde esattamente, c'eravamo
noi che correvamo da una parte all'altra, urlando, e il ticchettio
degli artigli dappertutto. Ma un attimo dopo stavo correndo
alle spalle di Comeragh e c'era la gabbia con la porta spalancata,
e l'album di Skip a terra, alcune pagine piegate. Comeragh disse:
Arrampicati sul tetto e tieniti pronto a chiudere quando lo spingiamo
dentro. Obbedii. Improvvisamente tutto mi fu chiaro. Non
riuscivo a vedere oltre l'argano, non sapevo cosa stava succedendo,
sentivo solo urla e grida e tonfi. Tremavo, mi battevano i denti e
una voce flebile nella mia testa disse: Brutta storia, brutta, brutta
storia, non sei pronto. Poi, d'un tratto, il drago mi si par davanti,
il muso melmoso sollevato, buchi neri al posto delle narici schiacciate
e delle orecchie, e gli occhi scuri, le sue perle, astuti, cerchiati
di rosa. Qualcosa dentro quegli occhi mi fece salire lo stomaco in
gola. La bestia schiocc la lingua, poi spalanc la bocca cavernosa
e la richiuse, si alz sulle zampe posteriori e poggi le anteriori sul
tetto della gabbia. Ero alla sua portata. Le zampe erano spessi tronchi
rugosi, vecchi come il mondo. Una lunga lingua gialla e guizzante,
una gola vasta e grinzosa, larga come un'asse per lavare. Mi
fiss, e non fu come incrociare lo sguardo di un cane o di un gatto,
e nemmeno di una tigre. Nei suoi occhi non vi era nulla che fossi in
grado di comprendere, n piet, n ferocia. Era un'anima fredda,
quella che avevo davanti. Mi avrebbe ucciso, dilaniato. Ma niente
di tutto questo contava. Io non contavo pi di un germoglio verde
che spunta dal terreno e viene addentato da una pecora al pascolo.
Apparve Comeragh, l'arpione a mezz'aria. Il drago fu rapido.
Si volt di scatto, come un pesce, l'arpione tracci un'ampia
traiettoria e atterr rumorosamente all'interno della gabbia, e un
attimo dopo Comeragh era a terra sul ponte e la bestia gli correva
incontro schioccando le mascelle e sbavando. Comeragh cercava
di indietreggiare, ma i tacchi degli stivali non avevano presa sul
legno bagnato. Si mise a scalciare, ma non serv a niente; la bestia
spalanc l'ampia bocca da coccodrillo e gli affond i denti nella
gamba, poco sotto il ginocchio, e lui cacci un urlo potente. Il
drago scroll la testa, lo scaravent all'indietro, poi si scagli tra
i marinai che ululavano e schizzavano in tutte le direzioni come
rimescolati in un pentolone, e si lanci a inseguirli. Saltai gi dalla
gabbia, vidi Abel Roper posare un ginocchio a terra accanto a
Comeragh, sentii Comeragh imprecare tra i denti. Correvo con gli
altri. Adesso il mostro si stava arrampicando sul ponte di babordo.
E poi, all'improvviso, tutto fin, come tutto finisce sempre, quando
una piena di odio, un'ondata impetuosa di rancore scaravent la
creatura fuoribordo. Gli uomini si riversarono dai boccaporti e gi
dalle pertiche in un'ondata urlante, tonante, a cui mi unii esultando.
Eravamo una legione. Lo accerchiammo, non ebbe scampo.
Qualcuno apr il parapetto della nave in modo che potessimo scagliarlo
di sotto e il drago precipit, le zampe divaricate, grottesco,
un folle che sgambettava nel vuoto, scalciava nel vento - e infine
un'esplosione, un buco nell'oceano nero, l'ennesima offerta agli
abissi.
Sparito.
Un grido di giubilo si lev nell'aria. Ci affacciammo. Doveva
essere affondato un bel po', perch rifiatammo prima che il suo
testone spuntasse dall'acqua. Un altro evviva. Si immerse di nuovo,
intenzionalmente, per riemergere poco dopo dimenando la grossa
schiena marcata, quindi ruot su se stesso in un movimento aggraziato
e si allontan a nuoto, le zampe anteriori che pagaiavano,
diretto a nord-ovest, nel buio, sparendo per sempre alla vista.
Tim era al mio fianco. Dan Rymer, dietro di noi, ci mise un braccio
sulle spalle. Ecco la nostra fortuna che se ne va, ragazzi disse
piano, con l'alito che sapeva di birra. Ecco la nostra fortuna che
se ne va a nuoto.
Come ha fatto a uscire? rugg il capitano.
Skipton! Rainey afferr Skip per le spalle. Sei stato tu, vero?
Sei stato tu, vero? disse Skip, un sorriso inebetito in faccia.
Ti ho visto davanti alla gabbia. L'hai fatto uscire tu, vero?
L'hai fatto uscire tu, vero? ripet Skip.
Rainey lo mand a gambe all'aria colpendolo con forza in pieno
viso.
Il signor Comeragh ha una brutta ferita lo inform Sam
Proffit, apparendo accanto al capitano. Perde molto sangue.
Idiota! Lo stivale di Rainey si abbatt sul fianco di Skip.
Quella cosa avrebbe potuto uccidere qualcuno. In piedi! In piedi,
figlio di puttana!
Skip si rialz a fatica, coprendosi gli occhi con una mano. Il
sorriso ebete gli increspava ancora le labbra.
L'espressione del capitano era esageratamente calma, ma dentro
ribolliva di rabbia. Signor Skipton disse, ha messo a repentaglio
la vita dell'intero equipaggio.
Skip rise, un suono aspro, forte, che proruppe dalla gola come
un'esplosione. Nello stesso istante il sangue prese a colargli dal
naso e a gocciolare sul ponte.
Le ha dato di volta il cervello, signor Skipton? tuon il capitano.
Si rende conto di cosa ha fatto? Avrebbe potuto ammazzare
qualcuno!
Skip si port le mani al naso per fermare il sangue.
Allora! lo esort il capitano. Che diavolo ti  preso?
Niente rispose Skip.
Niente? Niente? Tu sei un pazzo. Avremmo dovuto lasciarti a
Citt del Capo.
 stato... disse Skip.
Comeragh arriv zoppicando, poggiato ad Abel Roper. Le sue
condizioni non sembravano molto gravi, ma le brache erano inzuppate
di sangue.
Signor Comeragh lo inform il capitano, questo svitato ha
liberato il drago.
Perch? chiese Comeragh, fissando Skip.
Perch me lo ha detto lui.
Rainey lo colp di nuovo al volto.
Hai una vaga idea del valore di quella creatura? disse il capitano.
Valore? Valore? gli url in faccia Skip.
Proctor sbatt le palpebre e la voce si fece pi acuta. Siamo
stufi di te, signor Skipton. Hai mandato a monte la spedizione. Ce
l'avevamo fatta! Avremmo mostrato al mondo una nuova meraviglia.
Signor Rainey! Lo metta ai ferri!
Sar fatto, signore.
 strano come a volte le cose cambino in un istante. Skip scoppi
a piangere, e d'un tratto non era pi un ragazzino sfuggente e
irritante ma un moccioso che frignava e voleva la mamma. Il naso
gli colava, i singhiozzi gli bloccavano il respiro.
Una brutta ferita disse Abel, indicando la gamba di Comeragh.
Quanto brutta? sbott Rainey.
Molto, molto brutta.
Oh, dannazione! Gli occhi di Rainey sembravano vuoti. Stupido
squilibrato, bisognerebbe punirti come si deve.
Che  successo? chiese Dan, la voce calma nonostante tutto.
Che  successo, Skip?
Comeragh si accasci sul ponte. Abel gli sfil delicatamente gli
abiti inzuppati di sangue. Si  gonfiata, signore disse, voltando la
testa verso il capitano. La cosa mi preoccupa.
La gamba di Comeragh somigliava a una grossa salsiccia.
Credo sia il caso di inciderla, sembra il morso di un serpente.
Quella bestia deve avergli avvelenato il sangue.
Fa un male cane disse Comeragh digrignando i denti.
Non si preoccupi, signore disse Abel, la voce leggera. Adesso
la portiamo sottocoperta, le sfiliamo lo stivale e in men che non
si dica torner come nuovo. Sam, dacci una mano.
Credevo che i miei ordini fossero chiari disse Dan. Nessuno
doveva avvicinarsi alla bestia, a eccezione del sottoscritto e di Jaf
Brown. Chi ha autorizzato questo ragazzo?
Nessuna risposta. Ero stato io. Skip mi aveva chiesto di poter
disegnare davanti alla gabbia.
Autorizzato? Proctor si volt, indignato. Nessuno lo ha autorizzato!
Signor Rymer, era suo dovere far sorvegliare un animale
cos prezioso.
Se avessi avuto un uomo a mia completa disposizione ventiquattr'ore
al giorno, lo avrei fatto rispose Dan. In ogni caso, un
ordine  un ordine e andrebbe rispettato.
Proctor gir sui tacchi, fece qualche passo e si ferm davanti a
Dan. Signor Rymer inizi, l'animale era sotto la responsabilit
sua e dei suoi ragazzi. Sar lei a spiegare al signor Fledge come
sono andate le cose. Per quanto mi riguarda, ringrazio Dio che
quella creatura sinistra non sia pi sulla mia nave. E tu, Skipton,
va' al diavolo. Portatelo di sotto!
Henry Cash e Gabriel condussero Skip al boccaporto, mentre
lui piangeva e si puliva il naso con la manica della giacca. Il capitano
raggiunse a grandi falcate il cassero di poppa, dove rimase
immobile a guardare il mare d'Oriente per pi di un'ora.
Mattino presto. Un'immensa volta di nuvole copriva il cielo a
ovest, nera, grigia ardesia e bianca. Mare grosso, grigio scuro. Sul
cassero di poppa il capitano e il signor Rainey. Billy Stock sulla
coffa. Wilson Pride ammorbidiva le gallette in cucina, Joe Harper
riparava il violino di Simon, Felix Duggan sbadigliava, Yan a cavalcioni
di un pennone, un coltello in bocca e una fune in mano.
La prima cosa che Dan ci disse fu che Comeragh stava ancora
male. Aveva perso molto sangue, anche se l'emorragia si era
arrestata. Abel gli aveva inciso la gamba gonfia. Adesso per l'ufficiale
aveva una brutta febbre. Sam lo stava tenendo d'occhio.
Si rimetter? chiesi.
Credo di s. Dan sembrava stanco. Devo scrivere un rapporto.
Sapete cosa mi ha detto Skip?
Cosa?
Mi ha detto che voleva portarlo a fare una passeggiata sopra il
ponte.
Ges.
Qui, cagnolino disse Tim, ridendo.
Non preoccupatevi disse Dan, ne uscirete entrambi bene da
questa storia. Dopotutto, non pensavamo neppure di trovarla una
bestia simile, no? Siete stati in gamba. Far in modo che il signor
Fledge venga a saperlo.
Ci mand a pulire la gabbia. La porta spalancata sul vuoto mi
rattrist. C'era un solco lungo e profondo tra la paglia, squame
nere qua e l. Era un drago sregolato, aveva fatto i bisogni dove
capitava.
Non ci crederanno mai che l'avevamo catturato disse Tim, e
rise. Non ci creder mai nessuno.
Jamrach s dissi, raccogliendo l'album di Skip. E anche il
signor Fledge. Organizzer un'altra spedizione.
Tu credi? Tim si appoggi alla ramazza. Che faresti, nel
caso?
Ci ho riflettuto risposi, sfogliando le pagine. Draghi, demoni,
sbarre. Dipende. Decider dopo che sar tornato a casa.
A casa ripet Tim con aria sognante. Sembra un miraggio.
Oh, vorrei tornare sulla Ratcliffe Highway,
la Ratcliffe Highway al di l del mare...
Non diventeremo mai ricchi, noi due dissi, infilandomi l'album
in tasca. Ci stava alla perfezione.
Tim rise. Il denaro non mi interessa. Riprese a spazzare. Ero
certo che sarei morto. Pensavo: al diavolo, se riesco ad andarmene
da questa maledetta isola e a tornare a Londra, non mi schioder
pi da l - Ges Cristo, che puzza! - ed  quello che far. Non mi
imbarcher pi, Jaf, ma tu s, io lo so. Non fa per me. Sono l'uomo
di famiglia, adesso. Torner a casa, lavorer per Jamrach e far
felice la mia cara e vecchia mamma.
Avrai sempre delle storie avvincenti da raccontare dissi.
Sbuff. Nessuno creder...
... che abbiamo visto dei draghi che si nutrivano di un loro
simile su un'isola finii per lui.
Ci sai fare con le parole, Jaf.
Chiss quanto pu nuotare mi chiesi.
Un bel po', credo rispose Tim. Non che lo sappia aggiunse
sospirando. Povero Skip. Rinchiuso l sotto. Non pu farci niente
se  matto.
Pensai al drago che nuotava coraggiosamente in pieno oceano,
diretto a ovest, verso casa, le zampe spesse e arcuate che camminavano
sotto il pelo dell'acqua. Quanta strada aveva percorso? Centinaia
di miglia.
Probabilmente era gi morto. Tutta quella forza bruta e quella
potenza, perdute per sempre. Era soltanto una creatura mortale.
Nel serraglio di Jamrach avevo visto morire numerosi animali. Era
sempre uguale: un leggero affievolimento, e si spegnevano. Avevo
conosciuto una sola persona che era morta: il padre di Tim, ma in
quel caso era come se una vecchia sedia ferma per anni nello stesso
punto, fosse stata buttata.
Credi sia morto? domandai.
Forse. Rovesci un secchio di acqua sporca sul ponte. Non
ne ho idea.
Preferivo pensare che fosse in grado di nuotare per giorni e giorni,
sempre verso ovest, fermandosi a riposare ogni tanto su una
piccola lingua di terra e a cibarsi di pesce, per poi tornare a nuotare
fino al momento in cui si sarebbe trascinato sulla spiaggia della sua
isola. Casa.
Non vedremo mai pi una balena sentenzi Dag Aarnasson.
Nove rintocchi, l'aria ancora calda e immota. L'oceano aveva un
aspetto inquieto.
Cosa te lo fa credere?
Fece una smorfia. La maledizione del drago. Cos dicono.
In pieno oceano potrei credere a qualunque cosa mormorai.
A ogni modo, adesso non c' pi.
Gi. John Copper, fradicio di sudore. Che ne dite allora di
non nominare pi quella maledetta bestia?
Billy, sulla coffa, lanci un urlo. Il capitano tuon: Ohi, marinai!.
Sentii il rumore di piedi che correvano.
Il volto di Tim, che fissava qualcosa alle mie spalle, assunse repentinamente
un'espressione stupefatta. Dio, e adesso? disse
con un filo di voce.
Mi girai.
A ovest, il soffitto cupo fatto di nuvole era gonfio, ribollente, ma
in un punto brillava di una luce sinistra. Da l scendeva un serpente
bianco e lungo che ondeggiava sinuoso fino a toccare la superficie
dell'oceano.
E quello cos'?
Una tromba marina rispose Dag.
Tutti a poppa! url Rainey. Gabriel, alla barra del timone!
Un lampo biforcuto squarci il ventre delle nuvole.
Veloci, veloci! Rainey ci trascin a poppa. Billy, vieni gi!
Si stava avvicinando, una visione da sogno affascinante e vorticante
che danzava sul pelo dell'acqua con velocit rabbiosa.
Issate la vela, issate la vela! url il capitano.
Che strano dover correre da una parte all'altra a tirare funi
quando vorresti solamente restartene in silenzio e guardare. Avevo
visto molte cose prodigiose da quand'eravamo partiti, ma mai
niente del genere. Sembrava quasi ci stesse venendo incontro, ma
che a un certo punto, a circa un miglio dalla nave, si fosse fermata
per studiarci. Ed era come se la nuvola stesse risucchiando il mare
attraverso una colonna turbinante di nebbia luminosa.
Mollate la mura principale e la scotta! tuon il capitano.
Un bagliore portentoso, che somigliava a un fuoco, nel cielo alle
sue spalle.
Linver, chiudi quella bocca e mettiti al lavoro!
L'aggirammo. Adesso la tromba si trovava sul lato di sottovento.
Ebbi un solo istante per guardare: c'era una turbolenza alla base
della colonna, acqua rischiarata, come solcata da un'imbarcazione
livida. Ma subito fu una colonna d'argento su un plinto d'argento
che saliva in alto, sempre pi in alto, come il gambo della pianta
di fagioli della favola, come l'albero del mondo che unisce la terra
al cielo. Quanto era alta? Non lo so. Mostruosa. Tutto, l, era mostruoso.
Mollate le drizze della vela di gabbia!
Arriv una seconda tromba marina, sempre da ovest, una meravigliosa
colonna perlacea con quella che sembrava una nuvola
pallida al suo interno, e poi ne arriv una terza, pi larga in cima,
come la campana di una tromba, che si affusolava in un punto
sull'acqua e somigliava a un fuoco grigio. Entrambe si unirono alla
prima. Ondeggiavano in tre, sinuose, vorticando gloriosamente sul
lato di sottovento. Bellezza allo stato puro. Non avevo mai visto
nulla di tanto stupefacente in vita mia. Potrei quasi dire che soltanto
quello valeva tutto ci che stavamo passando. Si esibirono
in una grandiosa danza di corte, tre fanciulle morbide che s'intrecciavano,
avanzando, indietreggiando, piegando il capo e inchinandosi,
stringendosi in cerchio per separarsi un istante dopo, abili ed
eleganti in ogni movimento come ninfe e fate, ma pi potenti di
Ercole. E nel frattempo noi correvamo da una parte all'altra per
riparare i pennoni e le coffe mentre gli alberi, sferzati da un vento
impetuoso che cresceva, scricchiolavano e cigolavano.
 una vendetta, ecco cos' disse Billy.
Senza dubbio convenne seriamente Felix.
Non diciamo stronzate disse Tim.  solo una bufera.
La bordeggiammo con estrema cautela. Il cielo a occidente era
tumido e nero, pieno di tumulti interni. Giungeva un canto distante
e aspro. Il volto del capitano era teso, e la cosa mi preoccupava.
I fulmini squassavano le nubi. Rainey urlava ordini a destra e a
manca, noi sfrecciavamo di qua e di l come spettri, turbati e agitati
sotto una luce sinistra mentre il cielo lampeggiava silenzioso ogni
pochi secondi, illuminandoci i volti.
Ce l'avevamo quasi fatta quando la danza cess. Le tre colonne
si fermarono, vibrarono delicatamente come per raccogliere le
forze e poi, una dopo l'altra, in perfetta armonia, si spostarono
descrivendo un arco ampio e regolare e tornarono a raggrupparsi
sul lato di sottovento, dove senza ulteriori indugi, la pi giovane
- e, per cos dire, la pi slanciata - si stacc dalle altre e ci venne
incontro, con furia. Giunse con il rombo del temporale a una velocit
inconcepibile, passando a non pi di trenta metri dalla poppa
e sollevando un'onda che ci fece oscillare impetuosamente e inzupp
i ponti. Il vento ci sballottava. Le vele tuonavano. Un grosso
lampo frastagliato lacer il cielo a occidente. La seconda tromba ci
raggiunse sulla stessa traiettoria della sorella mentre ci davamo da
fare per tenere la nave, e cominciammo a vorticare. I ponti si inclinarono.
Con il secondo pilastro d'acqua vennero il fragore di una
montagna che frana e quello delle casse da marinaio e delle scatole
che rotolavano con violenza nel ventre della nave, il fracasso delle
pentole e delle brocche nella cucina, gli ululati del sartiame. E capitomboli
in ogni dove, tra noi dell'equipaggio.
La terza ci diede il colpo di grazia. Mentre contrastavamo le
battistrada, lei aveva accumulato potenza, attirando il cielo furioso
in un imbuto spesso, un giglio gigantesco e violaceo. Le prime due
si allontanarono in fretta, portandosi dietro il nubifragio. Improvvisamente
eravamo fermi, boccheggianti e ubriachi. Poi il cielo si
illumin e la vedemmo, con una densit, una gravit terrificante
che ci gel il sangue nelle vene.
In alto sembrava una trombetta dei morti, un gallinaccio, una
cornucopia dalla quale le nuvole ammassate della volta erano fuoriuscite
come schiuma. La colonna era una proboscide possente,
grigia, avviluppata da lampi tremolanti, e si levava sul manto lucido
di tenebre del mare.
Mollate tutte le drizze grid qualcuno, ma non c'era tempo.
Caric. Preceduta dal vento, ululante. Cambiammo rotta, la
nave vir come un pipistrello in volo. Avremmo dovuto farcela, ma
la tromba imitava le nostre manovre, giocava a Simon Dice, virando
quando noi viravamo, cambiando rotta quando la cambiavamo
noi. Avreste giurato che quella cosa avesse un cervello. E infatti 
cos. Adesso lo so. Molti marinai con cui ho avuto modo di parlare
hanno assistito allo stesso fenomeno, o quasi. Vi inseguono, non
chiedetemi come, ma lo fanno. Allora, per, non lo sapevo, e quella
caccia ostinata e decisa mi terrorizz, non solo fisicamente.
Ero pieno di un timore soprannaturale, come se a inseguirci
fosse un mostro in carne e ossa.
E lo era.
Ci venne dietro per non pi di un miglio, avanzando a tutta velocit,
ci raggiunse e colp. Fluttuai fuori dal corpo. Per un istante,
tutto fu inspiegabilmente tranquillo. Ero una paura folle, incorporea
e incosciente, una chiazza di schiuma sulla manica, un pennone
in caduta libera, un'impetuosa salamandra sulla cresta di un'onda.
Ero tutte queste cose, ma non me stesso. Ero altrove, osservavo
la scena da lontano, la sognavo. Eppure sentivo ogni cosa sulla
pelle: lo shock dell'aria fredda e bagnata che mi pugnalava la gola
e mi bruciava i polmoni, il battito distinto nel petto di un cuore
spaventato, il mare caldo come un'enorme spira luccicante, color
verde drago, una lingua che lambiva il parapetto. Un grido di dolore
agghiacciante, furioso e infantile. Di chi? Un ruggito diabolico,
urla, oggetti che si abbattevano come lance sul ponte, tutte intorno
a me.
Il mondo si capovolse, e io con esso, sballottato, sbatacchiato,
sbattuto contro le travi della tolda e le dure sporgenze delle raffinerie,
le ginocchia ferite, i polmoni incendiati. Caddi mentre il mondo
mi vorticava intorno, rotolai sul lato di sopravvento, afferrai il
parapetto e lo strinsi con forza.
Eravamo inclinati su un fianco, la parte centrale della nave a
fior d'acqua. Vidi Gabriel volare sopra il timone e Rainey scivolare
all'indietro agitando convulsamente le braccia, il volto fisso, i lineamenti
scolpiti nella pietra, ma gli occhi un serbatoio di terrore.
Vidi Wilson Pride uscire a nuoto dalla cucina, e un fiume nero e
palpitante di topi scorrermi veloce accanto. L'urlo di prima risuon
ancora, scioccante, lancinante, un urlo per un dolore insopportabile.
Ma chi era? Ingurgitai una sorsata di acqua salata, mi entr
nel naso, pizzicava. Abel, sul ponte superiore, strill: Le lance!
Le lance!, e sentii la voce del capitano, profonda e stentorea, una
sirena da nebbia attraverso una nuvola di spruzzi. Una mano mi
afferr per il colletto e mi trascin via.
Muoviti, Jaf, c' del lavoro da fare! disse Dan, spintonandomi.
Vidi una delle nostre barche trasportata via dalla corrente, e
un'altra andare in pezzi contro il capo di banda. Avanzavamo barcollando
lungo il fianco della cucina. Il mare, sotto di noi, era in
burrasca.
L'albero maestro si spezz con uno schiocco sonoro, il vento lo
sollev e lo spazz via come un ramoscello. In alto, sul cassero di
poppa squassato, alcuni uomini tenevano le ultime due lance. Non
basta, pensai. C'erano Dag e Tim abbrancati alle funi, Rainey con il
sangue che gli colava sulla fronte, il capitano con il volto distorto e
gli occhi vitrei che urlava nel vento: A poppa! A poppa!. Simon
stava tagliando le funi che bloccavano l'altra barca. Su questa c'erano
un barile d'acqua, un moschetto e un quadrante, sulla nostra un
pacco di gallette e una cesta di chiodi. Henry Cash emerse dalla scala
del boccaporto a poppa con la scatola degli attrezzi di Joe Harper.
Era fradicio, come se fosse appena uscito da una grotta sotterranea
inondata d'acqua. Gabriel salt gi dal parapetto e gli afferr
le braccia per issarlo fuori, ma Henry era intenzionato a tornare di
sotto. Inspir a fondo per poter resistere almeno un altro minuto,
spost i capelli neri che si erano appiccicati sulla fronte e sbatt le
palpebre con forza. Improvvisamente, sembrava un ragazzo.
Ancora quell'urlo. Chi era?
Signor Cash! tuon Rainey sopra il frastuono. Basta cos! A
poppa!
A poppa! Tutti gli uomini a poppa! continuava a gridare il
capitano.
Dov Sam? Rainey salt nell'acqua. Skipton  su?
S, signore rispose Gabriel.
Sam! url Rainey. Sam Proffit!
Yan, gli occhi stravolti, arriv di corsa con le bussole e le lanci
nella nostra barca.
Cash! ruggirono insieme l'ufficiale e il capitano.
Vedevo i miei compagni ruzzolare e inciampare a poppa, sul
ponte di babordo inclinato. Skip, che grazie a Dio si era liberato
dei ceppi, poteva tentare la sorte con noi; Abel Roper e Martin
Hannah; Felix e Billy; Joe Harper, che stringeva ancora in mano il
violino di Simon. John Copper procedeva a fatica tra i detriti che
galleggiavano nella cucina e i topi morti che si facevano strada sul
cassero di poppa come un banco di strani pesci. Chi stava urlando,
allora? Chi? La parete della cucina cedette. I barili si riversarono
fuori galleggiando gioiosamente verso la libert o rotolando gi
per il ponte, seminando il panico. Uno raggiunse Joe alle gambe.
Il povero violino vol di nuovo via mentre Joe piroettava sopra il
barile e atterrava pesantemente sull'acqua. Henry disse qualcosa a
Gabriel e torn di sotto.
Cash! strill Rainey in quel tumulto.
Restate vicini alla barca, ragazzi ci disse Dan.
L'albero di mezzana si spezz all'altezza della base producendo
uno schiocco debole, come di un legnetto, e si abbatt di traverso
sul boccaporto allagato. I piedi nudi, Gabriel si lanci sull'albero
e cominci a tirare con tutte le forze. Cerc prima di sollevarlo,
poi di farlo rotolare, ma non si muoveva. Il grosso Martin Hannah
corse a dargli una mano - aveva ancora, nonostante tutto, un leggero
sorriso sulle labbra, e lo stesso fece Skip, ma fu inutile. Henry
non riemerse pi. L'acqua irruppe sopra l'arcaccia, si rivers sul
ponte e turbin intorno alle scale sommerse del boccaporto, e un
cambiamento colossale ebbe luogo nel cuore della nave, quando
trecento o quattrocento barili di olio di balena si mossero insieme
con un suono da fine del mondo. Suono: il mare, il vento feroce,
le nostre voci mentre il minuscolo e fragile guscio di legno che ci
teneva sgusciava via come il palo scivoloso alla fiera delle fiere, e il
cielo si capovolgeva come sulla barca volante.
Ma stavolta non torn al suo posto.
I pennoni fendevano l'acqua. Le lance ballavano con impazienza.
Affondiamo! url John Copper da sotto, scalciando, nuotando.
Tim mi afferr per le spalle. Wilson Pride pesc un'ascia dalla
zuppa galleggiante e cominci a spaccare i pennoni, impassibile.
Gabriel cercava il violino. Dan ci spingeva. Il mondo era a pezzi.
E pezzi di nave si allontanavano come danzando. Henry Cash
era rimasto sott'acqua. Henry Cash era morto. Gabriel cercava il
violino di Simon e piangeva.
Tim mi stringeva, gli occhi che brillavano di un'eccitazione atterrita
e velatamente gioiosa. Rainey mi diede una forte manata
sulla nuca. Nella lancia disse. Avevo l'impressione di muovermi
al rallentatore, come in sogno.
Stavo uscendo di nuovo dal corpo, affievolendomi come la luce
di una lampada sul punto di spegnersi. Non presente, presente ma
assente. Voltati, Jaf. Voltati e guarda. Salvami da questa paura viscerale.
Manda via i brividi.
Le urla cessarono. Il castello di prua era sott'acqua. Ci inclinammo.
Sembrava impossibile, ma ci inclinammo ancora. Dan e
il capitano impartivano ordini come se fossimo nel mezzo di una
battuta di caccia, ordini normali, folli in quella follia, come se fosse
normale il cigolio del cassero di poppa, normale l'equipaggio bagnato
fino al midollo. E Henry Cash sotto il ponte, sott'acqua. Ammainammo
le barche e prendemmo posto. Il timone era sott'acqua.
Eravamo rimasti con due lance, poche. A bordo c'erano Rainey,
Dan e Gabriel. Yan stringeva un maiale tra le braccia. La nostra
barca si inclinava, il mare ci scagliava su e poi gi, il vento ci urlava
in faccia. Tim e io eravamo seduti al centro e remavamo perch
cos ci aveva detto di fare Dan, remavamo come forsennati con la
forza bruta che la paura ci metteva nelle braccia.
Ce ne andammo, e poi ci appoggiammo ai remi per tirare il fiato e
guardare la Lysander che si inclinava completamente su un fianco
producendo un forte tonfo e uno scricchiolio, la cima dell'albero
di trinchetto invisibile.
Le due lance si affiancarono.
Il veliero si era stabilizzato, una rupe scoscesa e appuntita in
pieno oceano, circondata da una cinta sempre pi larga di detriti
galleggianti. Le tre grandi colonne d'acqua vorticanti adesso erano
lontane; il vento era cessato, sprofondato in uno stato di incoscienza.
Un silenzio fatto del fruscio del mare riempiva il mondo.
Nessuno parlava. Sbattei le palpebre per liberare gli occhi dall'acqua
salmastra e mi guardai intorno. Dan mi cingeva la vita con un
braccio, e con l'altro stringeva Tim. Mio Dio mio Dio mio Dio
bisbigliava. Vidi il volto di Yan stravolto, occhi scintillanti e labbra
tirate sui denti, quello di Gabriel inespressivo, piatto, rigato di lacrime.
Gabriel era riuscito a recuperare il violino di Simon, e ora
lo cullava contro l'ampio petto villoso. Al nostro fianco, sull'altra
barca, il capitano aveva il palmo serrato sul capo di banda, il mento
ferocemente pronunciato, e c'erano Wilson Pride, Dag Aarnasson,
John Copper, Simon Flower e Skip, tutti inebetiti dall'incredulit
per quanto era accaduto.
Dov'erano gli altri?
Nessuno apparve sul cassero di poppa dell'alta rupe. Nessuno. Vidi
una testa in acqua, ma era soltanto uno dei nostri maiali che nuotava
coraggiosamente verso la salvezza agitando con furia le zampe.
Simon! disse Gabriel. Il tuo violino.
Grazie.
Tieni.
Lo strumento pass di mano.
Billy! url Dag, alzandosi e indicando qualcosa. Billy! Billy
Stock!
Billy Stock nuotava tra pennoni e tavole galleggianti, tra barili
che sobbalzavano e vele fradice, schiaffeggiando l'acqua con le
braccia robuste e scure, diretto verso di noi. La testa continuava
a sparirgli sotto. Ci lanciammo sui remi e gli andammo incontro
chiamandolo, allungando le braccia per issarlo a bordo. Il volto era
concentrato, finiva gi e riemergeva, concentrato su qualcosa di
invisibile a pochi centimetri dagli occhi. E non si fermava. Dan lo
afferr e lo tir sulla barca, poi, aiutato da Rainey, lo fece sdraiare
sul fondo, la faccia in gi, e cominci a colpirlo alla schiena per
liberargli i polmoni.
Avanti, buttala fuori diceva.
Billy tossiva e respirava con affanno.
Cos, bravo diceva Rainey.
Aveva nuotato a perdifiato. Era come se in acqua avesse consumato
ogni energia, e ora sulla barca non restava che un involucro
vuoto. Tossiva e respirava con affanno e starnutiva sangue dal naso.
Poi si lanci in avanti, scivolando via dalla presa di Dan, e cadde
di faccia a terra vomitando una sostanza leggera e verde. Rainey lo
afferr per la spalla e lo tir su, lo guard negli occhi. Lo sguardo
di Billy si era fatto strano: spento e inquieto, immobile e determinato.
La pelle luccicava.
Signor Stock disse Rainey, cos non va bene, comportati da
uomo, signor Stock, reagisci.
Ma gli occhi di Billy rotearono nelle orbite, divennero bianchi,
e la testa gli ciondol all'indietro sul collo esile come uno stelo.
Rainey lo mise gi, tenendogliela con un braccio.
Forza, forza, non possiamo farcela senza il nostro Billy Stock
disse.
Ma Billy non si mosse, gli occhi ridotti a due fessure bianche sul
volto scuro.
Oh, Billy mugol Rainey. Oh, figliolo.
 morto? chiese una voce acuta. Skip.
Morto rispose Dan.
Oh, Cristo disse Rainey, adagiando Billy sul fondo della barca
e, grazie a Dio, chiudendogli gli occhi. Adesso sembrava che stesse
solo dormendo.
Signor Rainey. La voce del capitano Proctor giunse chiara e
perentoria. La barca sta andando alla deriva. Faccia invertire la
rotta.
 morto? strill di nuovo Skip con voce acuta, una voce di
donna.  colpa mia? Oh, mio Dio, mio Dio,  morto per colpa
mia?
Se c' una cosa che la mia storia pu insegnare, forse  questa:
mai imbarcarsi con un matto. Ma, come mi aveva detto Gabriel,
i mari sono pieni di matti. Skip di certo lo era.  per questo che
sembrava fosse davvero colpa sua? Perch questo sembrava, anche
se lo sapevamo tutti che la liberazione del drago non aveva nulla a
che fare con quanto era accaduto in seguito.
Non  colpa tua, signor Skipton disse il capitano. Contrariamente
a ci che forse pensi, non sei in grado di controllare gli
elementi. Quindi, per l'amor del cielo, chiudi la bocca se hai
a cuore la vita. Signor Rainey, dobbiamo cercare eventuali superstiti e
recuperare pi cose possibili. Ci attende un lungo viaggio, ma possiamo
farcela.
Il cielo all'orizzonte era plumbeo. Il vento riprese a soffiare, la
pioggia si abbatt su di noi fino a trasformarsi in grandine.
 
Capitolo 10.

Che una povera mente possa contenere cos tanto ha dell'incredibile.
Vedo distintamente i miei vecchi compagni di viaggio, un'adunata
bizzarra, come ai vecchi tempi, ma i vecchi tempi sono ieri.
Siamo sul ponte inclinato, gli occhi sgranati come quelli dei bambini,
in attesa che ci dicano cosa fare. La grandine sibila sulle assi,
ci brucia gli occhi.
Henry era sotto il ponte, Billy sulla nostra lancia. Dag disse che
l'albero di trinchetto era caduto addosso a Sam, e l'acqua l'aveva
sommerso. Simon e Abel Roper avevano trasportato il signor
Comeragh di sopra e lo avevano adagiato nella lancia, ma la tromba
pi grande aveva colpito la Lysander proprio in quel momento e la
barca era stata spazzata via. Sballottata ma solida, trascinata chiss
dove, e con lei il signor Comeragh con il suo grosso naso, il suo sorriso
e gli occhi scuri. Come si sar sentito? Meglio restare sdraiati
e pregare, in attesa che il mare si calmi; forse, dopo, scoprirete di
essere ancora vivi.
Nessun altro.
Il volto di Rainey era rosso come l'inferno. Il capitano Proctor
prese in mano la situazione.  un disastro disse con voce stridula,
gli occhi socchiusi per via della grandine. Non  il primo
e non sar l'ultimo. Venne colto da un accesso di tosse, e pot
continuare solo dopo un attimo. Porteremo queste barche, e tutti
gli uomini, sulla terraferma, al sicuro. Non ho nessun dubbio, al
riguardo, nessun dubbio.
Grandine, accecante.
Oggi sono morti alcuni amici. Apr di nuovo la bocca, ma
non ne usc alcun suono, poi sospir, chiuse gli occhi, li riapr un
secondo dopo e si pass la lingua sulle labbra. Daremo una degna
sepoltura a tutti coloro che riusciremo a trovare. Lo sguardo era
fermo e calmo, ma prossimo alle lacrime. Portava ancora gli occhiali,
Dio solo sapeva come aveva fatto a non perderli. Adesso
prosegu, mettiamoci al lavoro.
Avevamo la scatola degli attrezzi di Joe, accette, ago e filo, un
quadrante, due bussole, lanterne, due rivoltelle e un moschetto, un
po' di polvere da sparo e due maiali terrorizzati. Il capitano incaric
me, Tim e John di riutilizzare le vele lacere per cucirne di nuove.
Wilson Pride, sul sartiame, stava spaccando i pennoni a colpi
d'ascia; Simon, Dan e il capitano si occupavano - maldestramente
- degli alberi. Ci sarebbe voluto Joe. Yan era di guardia. Gabriel
pescava dal mare barili d'acqua. Rainey ordin a Skip di ricavare
dei buchi sul ponte, poi scese di sotto con Dag e inizi a recuperare
le casse con le gallette. Non parlavamo di quanto era successo. Ehi,
era una giornata come tutte le altre, obbedivamo semplicemente
agli ordini. Il tabacco era sparito. Avrei ucciso per una pipa, mentre
mi pungevo le dita con l'ago fino a farle sanguinare. Se pensavo
al fumo dolce del tabacco, la cosa pi bella che esisteva al mondo,
mi sarei messo a gridare. Anche il cielo era del colore del fumo,
buio e sfumato di un blu luccicante. Ero in uno stato trasognato,
tornato bambino. John Copper stava cucendo un piccolo sudario
per Billy. La grandine aveva ceduto il passo a una pioggia leggera
e io mi ero moltiplicato: c'era Jaf che prendeva parte a una grande
avventura, Jaf che tremolava sul mare come la luce del sole, Jaf che
durante un cupo pomeriggio lavorava nel serraglio di Jamrach con
Cobbe e Bulter...
Mio Dio, Cobbe e Bulter! Gli occhi si riempirono di lacrime a
quel ricordo improvviso.
Ehi, Tim chiamai, te li ricordi Cobbe e Bulter?
Tim volt il capo e sorrise. Certo. Cobbe e Bulter.
Quelli s che erano tempi dissi.
Puoi dirlo forte.
C'era Jaf ancora sulla nave, la notte prima, quando non ero ancora
sceso dalla coffa, c'era Jaf che rimuginava sull'acqua. I miei
compagni invisibili camminavano e parlavano nella mia testa, come
se non fosse accaduto niente.
Chi sono Cobbe e Bulter? domand John Copper.
Vecchi colleghi di lavoro rispose Tim.
Apparve Skip.
Ehi, Skip dissi. Ho il tuo album.
Draghi, demoni, occhi alati, volti deformi.
Grazie disse.
Glielo porsi.
Niente matita, per aggiunsi e lui sorrise.
Il giorno vol via. Alzammo i fianchi delle barche di circa trenta
centimetri, un po' di pi a prua e a poppa, e caricammo quanta pi
roba possibile. Stivammo le gallette a poppa, lontane dagli schizzi,
avvolte in un canovaccio di tela. Acqua, un paio di barili su ciascuna
lancia.
Simon e Rainey avvolsero Billy nel lenzuolo senza tradire alcuna
emozione, quasi fosse un lavoro come un altro. Simon tenne aperto
il lenzuolo e Rainey vi adagi sopra il cadavere di Billy, poi chiuse
il lenzuolo e lo trasport sulla nostra lancia. Ci allontanammo un
po', seguiti dalla barca del capitano, e mentre la pioggia scemava
e si vedevano le prime luci del tramonto le lance erano affiancate.
Il capitano disse: Signore, affidiamo alla profondit degli abissi
il corpo del tuo servitore, William Stock, nostro compagno di
bordo. Accoglilo tra le tue braccia, o Signore, e abbi piet della
sua anima. Padre Nostro, che sei nei cieli.... Tutti recitammo il
padrenostro con un filo di voce. Addio, Billy, pensai, vedendo il
suo viso mentre vomitava nel secchio, gli occhi furiosi e lucidi di
lacrime. Un breve silenzio, poi Rainey lo lasci scivolare in mare, e
il mare lo inghiott.
L'inabissamento della nave ricordava la morte di una balena.
Da ogni ferita, dagli occhi privi di vita, dal cuore, sgorgava sangue
giallo e denso. Tutto l'olio che avevamo stivato da quando eravamo
salpati dal Greenland Dock. Vel la superficie dell'acqua, e la
Lysander vi affond dentro, lentamente, luccicante.
Sparita.
Quel momento, con tutt'intorno l'oceano, e sopra il cielo. Troppo
vasto.
Il capitano consult il quadrante. Rainey lo raggiunse sulla sua
barca, e segu una discussione sommessa. Sembravano dissentire
su qualcosa, e alla fine Rainey torn al suo posto con un'espressione
dura, succhiandosi il labbro inferiore. Il capitano decise che
ci saremmo allontanati di qualche miglio in direzione sud-est, per
passare la notte in panna; l'indomani mattina avremmo valutato
per bene la situazione. Almeno aveva smesso di piovere.
Inferite le vele, uomini.
Eravamo in sei su ciascuna lancia. Ai remi io e Tim, Dan e Gabriel,
Yan e Rainey. Sull'altra Skip, Simon, John, Dag, Wilson e il
capitano. Rainey sedeva al remo di governo. Il capitano si teneva
stretto il moschetto. Gli alberi raffazzonati facevano la loro parte.
Non so quanta strada percorremmo. Era una notte buia, e nulla era
reale. Ci mettemmo in panna da qualche parte, e io mi addormentai,
assetato. Avevamo bevuto pochissimo prima di coricarci, ma il
capitano aveva detto che l'acqua andava razionata, che dovevamo
prepararci al peggio e sperare nel meglio. Mi sentivo male, non
riuscivo a mangiare le gallette. Dormimmo a pancia vuota, desiderando
l'oblio. Molto prima dell'alba mi svegliai e in uno stato
di dormiveglia cominciai a ripetere a mente un elenco, ma ero ancora
esausto e perdevo continuamente il filo e dovevo cominciare
daccapo e cos via, all'infinito. Chi  morto? Sam Proffit. Il signor
Comeragh. Felix Duggan...
Mi sembrava importante ricordare i miei compagni uno alla volta,
elencare ci che sapevo di ognuno di loro. Sam Proffit: vecchio,
nero, occhi annacquati, piccolo di statura. Il signor Comeragh: ha
un figlioletto. Felix. Felix Duggan. Che sapevo di lui? Niente. Testa
rotonda, fa le smorfie. Sam, Felix, fatto. Il signor Comeragh.
Billy: occhi bianchi. Henry Cash: capelli lucidi e bagnati, spalle
che emergono dall'acqua, braccia che reggono la scatola degli attrezzi.
Che avremmo fatto senza la scatola degli attrezzi? Il nostro
salvatore. Non sapevo nulla sul suo conto, mai piaciuto. Pensavo
fosse un bastardo presuntuoso. Capelli lucidi e bagnati, una lontra
marina, gi per l'ennesima volta, mai sembrato cos giovane.
Chi  il prossimo? Joe. Joe Harper. L'ultima volta che lo avevo
visto stava cascando di faccia a terra dopo che un barile lo aveva
mandato gambe all'aria. Il violino di Simon che stringeva in una
mano era volato via. Dov'era finito? Dov'era il signor Comeragh?
Dov'erano Abel Roper, Felix Duggan, Martin Hannah? Pensavo,
uno dopo l'altro, ai dispersi, ancora e ancora, come se stessi contando
le pecore, affermando la loro esistenza e l'impossibilit della
loro morte.
Una lancia  una barca agile, lunga otto metri, stretta, veloce e
rostrata. Le nostre erano chimeriche, appesantite da alberi e vele,
con i fianchi innalzati, la prua rabberciata, caricate oltre i limiti.
Niente di meglio di una lancia per arrampicarsi sulle onde, ma queste
nuove imbarcazioni erano ingovernabili. Procedemmo a fatica
verso ovest tutto il giorno, fino al tramonto. La luna era a est.
Avete mai visto una cosa del genere, ragazzi? chiese Dan. Un
arcobaleno notturno.
L'arcobaleno splendeva sull'orizzonte occidentale, dipinto su
una nuvola. Sotto l'arco, il cielo era pi terso.
Speriamo sia di buon auspicio disse Rainey, una vena di sarcasmo
nella voce, come l'arcobaleno di No. La faccia era rossa,
l'espressione aggressiva. Aveva lavato via il sangue, e l'occhio sinistro
piccolo e lucente era coperto da una benda improvvisata, che
gocciolava ininterrottamente sulla pelle contusa.
E adesso, Dan? Gli strattonai la manica come un moccioso.
La voce mi usc acuta e strozzata. Il petto mi faceva male, come se
stessi per piangere, ma non c'entrava la situazione in cui mi trovavo,
c'entrava il modo con cui Dan aveva abbracciato me e Tim
quando eravamo saliti sulla lancia e anche il suo atteggiamento,
come se quello che stavamo vivendo fosse normale, il genere di
cose che capitano tutti i giorni. Non c' bisogno di preoccuparsi,
gente aveva detto, come diceva sempre. Questo  niente, ho visto
di peggio, credetemi. Non preoccupatevi, vi riporter a casa.
Aveva addirittura sorriso. Sorriso. Come se fosse tutto a posto. Mi
sentivo strano nei suoi confronti, mi ricordava mia madre, la spensieratezza
con cui diceva ogni cosa, ai vecchi tempi, quando vivevamo
a Bermondsey e sentivamo urlare e gridare dalla casa accanto.
Sentili, Jaffy, diceva, inclinando la testa e sorridendo. La vita in
tutto il suo splendore. Vieni qui, vuoi che ti canti qualcosa?
S, s, era una brutta situazione, ma ce l'avremmo fatta. Come
sempre.
E adesso? ripet Dan. Be', Jaf, come suggeriva il capitano,
adesso restiamo uniti. Andiamo dove ci porta il vento. Pane e acqua
ne abbiamo in abbondanza, se li razioniamo basteranno per
sessanta giorni. Ma molto prima incontreremo qualche altra baleniera,
 molto probabile in queste acque. E se le cose dovessero
peggiorare, raggiungeremo l'America del Sud. Nessun dubbio.
Sono barche resistenti, queste.
Rainey lo guard come sapesse che non era vero.
Non prenderci in giro, Dan disse Tim. Non siamo stupidi.
Non vi sto prendendo in giro, Tim ribatt Dan, lanciandogli
un'occhiataccia. A differenza di te, so di che parlo. Mantenete il
sangue freddo e fate come vi viene detto, e torneremo tutti a casa.
Quando la barca del capitano ci affianc, accendemmo le lanterne.
Il rancio era frugale. Ero felice di non trovarmi a bordo
dell'altra lancia. La mia era pi sicura, Dan, Gabriel e Yan erano in
gamba. Su quella del capitano c'era Skip, la faccia bianca come la
luna, inespressiva come un sasso.
Accuserete la fame, ragazzi ci mise in guardia Dan. Fateci
l'abitudine.
Un tozzo di pane raffermo e due sorsi d'acqua. Anche i maiali
bevevano, dovevamo tenerli in vita. Niente tabacco. Niente alcol.
Oh, Signore, dammi da fumare e una sorsata lenta e bruciante di
rum. Rainey, che era un forte bevitore, sudava per la mancanza dei
liquori, e di una pipa. Le mani che tremavano, lo sguardo sofferente.
Sembrava un malato che provava a ignorare il dolore. Ma era
cos per ciascuno di noi. Intontiti e ammutoliti, tutti, finch Skip,
abbassando gli occhi sulle gallette che teneva tra le mani, disse con
voce terrorizzata:  stata colpa mia.
Idiota ribatt John Copper. Tu non c'entri niente.
Sono stato io piagnucol Skip. Ho fatto una cosa orribile.
Il naso gli colava.
Sar disse il capitano con fermezza, ma adesso non ha pi
importanza. Mangia.
Ho ucciso il signor Comeragh. Mi piaceva il signor Comeragh.
Li ho uccisi tutti io!
Basta! abbai il capitano.
Skip abbass la testa, sbocconcellando una galletta.
Billy lo pensava disse dopo una breve pausa.
Pensava cosa? chiese Dag.
Che fosse colpa mia.
Be', Billy non distingueva il culo dal gomito, no? disse Tim.
Basta!
Saltellavamo su una distesa di onde scintillanti, fianco a fianco,
ruminando come bovini. Soffiava un vento pungente. Lo stridore
delle mascelle mi arrivava dritto al cervello, assordante, un clicchettio
di ossa. Il nostro maiale, legato tra Gabriel e Yan, era una
bestia vecchia e irsuta con lo stomaco tondeggiante, immobile e
rassegnato. Lo invidiavo, avrei voluto essere come lui, un animale
che non sa nulla e non deve pensare al futuro.
Un gran chiacchierone, Billy Stock, vero? disse Tim a nessuno
in particolare.
Gi risposi dopo un po', proprio cos.
In un momento imprecisato di un'alba burrascosa ci svegliammo
uno dopo l'altro, bagnati dalla testa ai piedi, sbadigliando e
grugnendo dalla pancia della barca. Il vento aveva soffiato tutta la
notte, e il maiale aveva cacato. Dopo la consueta razione di gallette
e acqua, salpammo. Grazie a Dio non era facile governare quelle
lance, dovevamo darci da fare senza sosta. Meglio affaccendati
che inoperosi. Qualcuno doveva occuparsi del remo di governo.
Qualcuno doveva riparare, martellare, cavare l'acqua dal fondo.
Qualcuno doveva montare la guardia. Eravamo sovraccarichi, le
onde non ci davano tregua. Provammo a prendere qualche pesce,
ma ci mancava l'occorrente. Avevamo pezzi di legno della nave affondata.
Gabriel si mise a lavorarne uno per ricavarci una fiocina.
La fame e la sete arrivarono improvvise. Il mondo pu dividersi,
pu sdoppiarsi come la vista. E come me. Ero qui, gli occhi sgranati,
spinto alla follia dal silenzio, a fissare il cielo, il mare grigio
e cupo, le sbavature violacee delle nuvole, le onde. Il resto della
mia vita era un sogno. Il viaggio procedeva tranquillo, prudente e
armonioso. Rainey e il capitano continuavano ad assillarci perch
non ci lasciassimo andare: ci radevamo con i pugnali, ci sfregavamo
i denti, tenevamo in ordine i capelli, e pregavamo notte e giorno.
Era Dan a recitare le preghiere. Se la cavava anche con quelle.
Ges Cristo, Nostro Signore, morto in croce per noi. La voce
passava da una barca all'altra, calma ma potente. Abbi piet di
noi in questi tempi nefasti. Dodici anime alla deriva su questo Tuo
grande oceano implorano il Tuo aiuto. Mandaci, o Signore, un veliero.
Amen. E adesso recitiamo il padrenostro...
Dodici uomini mormoranti, le mani giunte, le teste chine.
I giorni passavano, ma non aveva senso portare il conto. Skip
aveva detto che il tempo scorreva in modo strano, ed era vero.
Era un sogno che durava un attimo e tutta la vita. Oggi, quando ci
ripenso, ho come l'impressione di aver vissuto un'altra esistenza,
tanto tempo fa, di esserci nato e cresciuto e morto.
Svegliati, Jaf!
La mano di Dan tremava, gli mancava l'alcol.
Stavi sognando disse. Cos'era? Qualcosa che ti inseguiva?
Scossi la testa. Una borsa d'acqua nel petto. Una diga di lacrime.
Sogni. Il drago, pi grande che mai, passeggiava sul ponte della
Lysander sulle zampe posteriori, come un uomo. Sbattei le palpebre
per liberarmi delle gocce d'acqua sulle ciglia. La prima cosa
che vidi fu Rainey, gli occhi furenti, sputare del muco grigio in una
mano. La faccia giallo-verde, putrida. Mi guardai intorno, ma la
lancia del capitano non c'era.
Sono spariti! urlai.
No no no. Gabriel, fermo al remo di governo. Eccoli.
Le onde rotolavano formando avvallamenti. La barca del capitano
appariva e scompariva, a volte per lunghi minuti. La stavano
svuotando dell'acqua che si era riversata dentro, come noi. Non
meno di tre uomini impegnati in quel lavoro, eppure tutto il carico
galleggiava, incluso il maiale. Povera bestia, mi faceva pena. Dio
solo sapeva cosa gli passasse per la testa, in quel momento la vita
doveva sembrargli piuttosto strana. Di conseguenza tutti quanti -
maiale compreso - eravamo imbevuti di sale. Formava sottili patine
sulle labbra secche e gli occhi arrossati, si depositava sugli abiti
luridi in disegni intricati come sedimenti su una roccia. Creature
d'acqua, ecco cos'eravamo. La pioggia che andava e veniva non faceva
alcuna differenza, se non per il fatto che la barca si riempiva
pi velocemente, costringendoci a svuotarla senza tregua, i muscoli
in fiamme, tutti allo stesso ritmo. Sgobbavamo fino a quando era il
nostro turno di coricarci, dormivamo sull'acqua, ci svegliavamo e
riprendevamo a vuotare la barca. Urlavamo, frastornati. Nella mia
mente, sempre, un letto caldo e un fuoco. L'odore di birra, di sudore
e della cipria delle ragazze. Il rancio, gallette e acqua. Tim sempre
al suo posto, distaccato, indecifrabile, a volte persino sorridente,
mentre i mari e i cieli salivano e scendevano. Ogni giorno uguale al
precedente. Spinti dal vento. I nostri volti vedevano solo altri volti,
giorno dopo giorno, fino al punto di non riconoscerci pi. Eravamo
una persona sola, una creatura bizzarra e grintosa che si leccava le
labbra inaridite e fissava l'orizzonte con occhi strabuzzati e irritati.
Un giorno il cielo mut e, a pomeriggio inoltrato, il tempo si
rasseren. Le barche si affiancarono.
Ges Cristo disse Tim, guardateli.
Noi non stiamo meglio gli feci notare.
In che condizioni  il vostro pane? url il capitano dall'altra
barca. Il nostro  zuppo.
Inevitabile rispose Rainey. Anche il nostro, ma non tutto.
Qui  quasi tutto bagnato disse il capitano. Ve la cavate, l a
bordo?
S, capitano, siamo tutti in forma smagliante.
Dobbiamo asciugare il pane.
Wilson Pride se ne stava gi occupando, sparpagliandolo pazientemente
su un vecchio canovaccio, il volto impenetrabile.
Lo avete ancora il maiale?
Certo. E voi?
S.
Il loro maiale adesso aveva un nome. Napoleone, abbreviato in
Napo. Un'idea di John Copper.
Non avevo fame. Avvertivo una strana sensazione nelle budella,
ma non era fame. La razione di gallette era stata sufficiente, ma la
bocca e la gola si stavano scorticando. Quella sera, la nostra prima
sera di pace dopo secoli, il capitano ci concesse una razione supplementare
di acqua. Fu meraviglioso, quel goccio d'acqua in pi.
Calda, giacque a lungo sulla lingua, uno stagno immobile. Provai a
trattenerla, ma alla fine la bocca l'assorb.
Tutto bene, Skip? gli chiesi.
Un ghigno sgraziato gli increspava le labbra. Annu una sola volta,
con decisione.
Veleggiamo a una velocit eccellente annunci il capitano, con
entusiasmo. Al centro della fronte aveva una grossa piaga rossa,
come un terzo occhio. Siamo in piena zona di pesca alla balena.
Adesso  solo una questione di tempo, uomini. Nel frattempo... il
lavoro non manca.
Ci mettemmo a riparare le falle con gli attrezzi di Joe Harper e
ad asciugare il carico.
Il sole precipit nel mare.
Scivolai nel sonno, al buio, e mi risvegliai nel sale. Maledetto
sale. Sale nel pane. Gallette salate, roventi sotto il sole. In file
ordinate, come merci sul banco di un mercato. Mi riportarono
alla mente Watney Street, i mercanti in piedi, al freddo, avvolti
nelle sciarpe pesanti. Mi lecco le labbra, e sento il sale. Mi lecco
le braccia: sale. Ovunque. Sbavavamo un po' quando parlavamo,
martoriando bocche e gole con pazienza rabbiosa per produrre
un po' di saliva. Arriv un branco di delfini, una danza di fianco
alle barche. Avrei voluto avere con me il mio vecchio cannocchiale,
ma era affondato con tutto il resto. Ci fecero compagnia per
due o tre giorni, creature scintillanti e gioiose che intorbidavano e
facevano schiumare l'acqua creando arcobaleni, ma non riuscimmo
a catturarne neppure uno. Quei musi senza occhi ridevano,
e dopo un po' io e Tim iniziammo a ridere con loro, e la cosa
and avanti per cos tanto tempo che Dan ci intim di chiudere
le nostre fottute bocche o ci avrebbe gettati in mare, ma questo ci
fece ridere ancora di pi. Avevo una piaga nell'incavo del gomito
sinistro, e un'altra si stava formando sulla nuca, ma cercavo di
non grattarmi. Ridemmo cos a lungo che Rainey, che aveva avuto
conati di vomito tutto il giorno e sembrava infelice, disse: Dan,
li faccia smettere, e Dan fece cozzare le nostre teste, ma senza
troppa forza. A ogni modo ci calmammo, anche se dovevamo
evitare di guardarci per non scoppiare di nuovo a ridere. Ricevemmo
la nostra razione di acqua. Inutile. Avevo la lingua accartocciata,
si asciugava nel momento stesso in cui la bagnavo un po', formicolandomi
alla radice e in fondo alle guance, come se avessi mal
d'orecchi.
Oh, Dio dissi. Perch diavolo ho deciso di imbarcarmi per
questo viaggio?
Per stare con me rispose Tim. Perch c'ero io, ecco perch.
Era vero. Be', non potevo permettere che ti prendessi tutta la
gloria ribattei.
Tutta la gloria! Tim fece un verso rauco. Tutta la gloria! Ah
ah ah ah ah ah ah!
Perch non possiamo mangiare il maiale? chiesi a Dan.
Lo teniamo da parte.
Per quando?
Per quando sar il momento.
E sarebbe?
Quando arriva.
Rimasi in silenzio per un istante, poi: Vale a dire?.
Gabriel, che stava tentando di ricavare una fiocina da un pezzo
di legno troppo corto, sbuff ridendo.
Chiudi il becco, Jaf disse Dan.
Il capitano ordin di affiancare le barche. Era bello rivedere i
loro sporchi grugni salati. Il volto squadrato e le guance flaccide
del capitano; gli occhi neri e duri di Wilson Pride; Simon Flower
con i lunghi capelli castani che gli scendevano sulle spalle come
serpenti; Dag, pallido come un fantasma; John Copper con gli occhi
infiammati e il naso che colava. E Skip, seduto a poppa, le braccia
strette al corpo, che dondolava come un pendolo. John Copper
gli sedeva accanto. Sto impazzendo disse.
John sta scoprendo quant' dura la vita. Il capitano Proctor
fece un sorriso fiacco.
I cognomi erano stati aboliti. Adesso eravamo semplicemente
John, Tim e Simon, a parte Rainey e il capitano, ovviamente, che
continuava a essere il capitano.
 colpa sua disse John, puntando il pollice alle proprie spalle,
verso Skip. Mi fa diventare matto. Mi sveglia di notte per dirmi
che c' un gufo seduto sul capo di banda, ma quando guardo non
c' nessun dannato pennuto.
Ridemmo.
C' qualche problema, Skip? chiese Tim.
Skip si limit a scrollare la testa.
Quando arriver questa nave, capitano? Gabriel stava lucidando
la punta della fiocina. Avremmo gi dovuto incrociarla,
no?
Magari lo sapessi. Forse domani, o tra dieci minuti. Per quanto
ne sappiamo, potrebbe arrivare tra una settimana, o anche di pi.
Oppure mai intervenne Simon.
Oppure mai, esatto. Il capitano lo fulmin con lo sguardo.
Secondo i miei calcoli, per, seguendo questa rotta arriveremo in
Cile. Quindi, se non dovessimo avvistare navi, fra circa tre settimane
attraccheremo sulle sue coste. Tempo permettendo, ovviamente.
Si guard intorno, e ci sorrise in maniera incoraggiante.
Tre settimane ripet Simon, afflosciandosi.
Una bazzecola disse secco Rainey.
Simon aggiunse il capitano, soffocando uno sbadiglio, nel
corso della tua esistenza, tre settimane sono una goccia d'acqua
nell'oceano.
 la testa disse John. Se solo mi passasse questa emicrania.
Dove ti fa male? chiesi. Ce l'ho anch'io.
Dappertutto.
A me dietro gli occhi.
 terribile disse Skip con voce improvvisamente triste. Io
non ce la faccio.
Che vuoi dire, Skip? chiese Dan. Devi farcela. Non hai altra
scelta.
Lui ce la fa intervenne John. Sono io che sto impazzendo.
Anche a me fa male la testa ribatt Skip.
E a me gli fece eco Yan.
 il sole disse Rainey, la voce affilata come un rasoio.
Esatto. Il capitano socchiuse gli occhi e scrut il cielo azzurro
e limpido. Il sole tramonta tra un'ora e mezza.
Sono passati dieci giorni disse Dag.
Nove. Una rara parola di Wilson.
Dieci.
Nove.
Dieci disse Simon, chiudendo gli occhi.
Se contiamo anche il giorno sulla nave.
 la sete disse Rainey, la voce rotta come quella di uno scolaretto,
sconcertante in un uomo della sua stazza. Provai a parlare,
ma avevo la bocca riarsa.
Acqua disse Tim. Dev'essere ora.
Il mio sorso d'acqua. Argento sulla lingua.
Il capitano guard prima il cielo, poi il fondo della barca. Napo,
disteso su un fianco, boccheggiava per il caldo. Credo, invece, che
sia ora di uccidere un maiale.
Il nostro maiale non aveva un nome, un'anima impassibile che
non reag in alcun modo quando Napo cominci a strillare. Non
c' animale che strepiti pi di un maiale. Uno squisito terrore. Wilson
lo trascin via dal suo cantuccio e lo sdrai su un fianco. La
bestia distese le zampette puntute, zoccoli che scalciavano spasmodicamente,
tac, tac, tac. Mentre Wilson lo teneva fermo, Simon e
Dag tentavano di afferrargli le zampe e di schivarne i calci. Ebbero
il loro bel daffare per legarlo, ma in pochi minuti lo immobilizzarono.
Wilson gli recise la gola. Il maiale si dimenava mentre il sangue
defluiva nel secchio che John Copper gli aveva messo sotto la gola,
e strillava, urla atroci, ripugnanti, laceranti. Il sangue riemp il secchio
e trabocc sul fondo della barca.
Yan, passami l'altro secchio disse il capitano Proctor.
L'odore mi diede alla testa, l'odore della bottega del macellaio
a due porte di distanza dalla nostra vecchia casa di Watney Street.
L'odore di sangue e salamoia alle prime luci dell'alba, le teste dei
maiali nel barile. Il capitano vers parte del sangue nel secondo
secchio, vi immerse una tazza di latta e, dopo una breve esitazione,
la porse a Rainey, al suo fianco. Il primo ufficiale ne studi il contenuto,
chiuse gli occhi e bevve. Il capitano riemp un'altra tazza e la
pass a John Copper, sull'altro fianco.
Senza esagerare, John disse Proctor. Solo un sorso.
Le tazze passarono di mano in mano in entrambe le direzioni e
bevemmo tutti, a eccezione di Gabriel, che aveva conati di vomito.
Non posso disse. Gli occhi lacrimavano.
Tranquillo, Gabriel lo rassicur Dan. Non sa di niente.
Non sapeva di niente, ma era salato e caldo.
Lo so ribatt Gabriel, chiudendo gli occhi. Datemi un minuto.
Skip bevve come se stesse degustando un buon vino, titubante,
concentrato. Tenne gli occhi chiusi.
Il maiale agonizzava.
Per l'amor del cielo, ammazzatelo! esclam John Copper.
Ammazzalo tu rugg Simon.
Oh, altroch se lo faccio rispose John, ma quando sollev l'ascia
con la mano che tremava, dopo essersi fatto strada a tentoni, il
maiale era gi morto.
Wilson butt gi un paio di sorsi, poi si mise all'opera. Ci vorrebbe
una lama migliore disse.
La tazza fece un altro giro.
Il sangue stava gi cambiando colore, addensandosi come roux(4).
Il mio corpo fremeva di gioia. Non avevo mai avuto cos tanta fame.
Wilson asport le zampe e la testa del maiale, incise la schiena scura
e irsuta e infil le grosse mani carnose sotto i due lembi. Diede
uno strattone e due larghe strisce di pelle vennero via con un suono
straziante. Dag le appese sulle vele affinch l'aria di mare le salasse.
Accenderemo un fuoco qui disse Rainey.
Skip! John! Date una pulita. Muovetevi! ordin il capitano.
Si misero a buttare fuori il sangue. Sangue nel mare, sale nel sangue.
Skip aveva gli occhi sgranati, e dal labbro inferiore, al centro,
gli colava un filo di bava. Le frattaglie erano in un secchio, polpose
e lucenti, grigie e rosa. Puzzavano di merda. Il fegato era a forma
di ala, venato di grasso. La vescica, una specie di palloncino floscio,
era come decorata da piccoli disegni. Wilson la chiuse a un'estremit
con un pezzo di corda e spruzz fuori il piscio per lavare via
il sangue dalla barca. Finalmente accendemmo il fuoco, sopra la
cassetta degli attrezzi di Joe Harper, lontano dal bagnato, usando
il legno recuperato dalla nave. L'avevamo lasciato al sole ad asciugare,
ma era ancora umido. Contro ogni pronostico, Wilson era
riuscito a salvare una manciata di fiammiferi. Solo Dio sapeva dove
li avesse conservati. Probabilmente su per il culo, disse Tim. E allora?
L'importante era che potessero accendere un fuoco. Adesso
che avevamo qualcosa da fare e avevamo bevuto, eravamo di nuovo
di buonumore. In bocca risentivamo la saliva, densa e collosa. Dan
fischiettava.
Alimentavamo le fiamme con degli stracci.
Che combinate, ragazzi? disse Dan, facendosi largo a gomitate.
Non sapete accendere un fuoco? Dovreste imparare,  molto
utile. Guardate me.
Dall'altra barca ci passarono una spalla, una zampa, alcune costole.
Le infilzammo su pugnali e spiedi e le avvicinammo al fuoco.
Il grasso che colava faceva crepitare le fiamme, ravvivandole. Cuocemmo
ogni pezzo il pi a lungo possibile, ma non stavamo pi
nella pelle. Il profumo era paradisiaco. Anche sull'altra lancia avevano
acceso un fuoco, e infilzato la testa del maiale, privata degli
occhi, su uno spiedo. Il sole era al tramonto ma i fuochi erano caldi
e piacevoli, con il fumo che si levava in volute sopra le barche. Tra
le nostre vele pendevano due strisce di cotenna, splendide, marmoree,
carne e grasso, rosa e bianco,
Le orecchie si arrostirono in un attimo. Wilson le tagli.
Chi le vuole? chiese.
Dividile a met e dalle ai ragazzi rispose il capitano. Skip,
John, Tim e io. Skip pianse quando ricevette la sua parte, che inizi
a masticare con il moccio al naso. Mio Dio, l'orecchio di un
maiale  cibo degno degli di. La carne  stopposa, potete succhiarla,
masticarla e rosicchiarla all'infinito. Poi arriv la coda,
che and a Sam, poi una zampa, e quando finalmente affondai
i denti nel prosciutto era crudo nel mezzo e duro. Un supplizio
per le mascelle, peggio ancora di quello provocato dal sale nelle
piaghe che eruttavano come vulcani sulle mie gambe. Eccezion
fatta per la cotenna e qualche striscia di carne appesa a essiccare,
mangiammo tutto, anche le budella. Un'esperienza meravigliosa.
Il capitano ci concesse una razione supplementare di acqua, solo
per quella sera, per festeggiare il sacrificio del maiale e il decimo
giorno sulle lance.
Ce la siamo cavata egregiamente disse, la voce di nuovo tonante.
Egregiamente!
Abbiamo cibo e acqua a sufficienza, il morale  alto, Dio ci salver,
ne siamo certi.
Ci invit a recitare una breve preghiera di ringraziamento.
Eravamo rilassati come grossi gatti satolli. C'era la luna. L'oceano
era incantevole. Simon suonava il violino. Cantavamo The
Black Ball Line, Santy Anno, Lowlands Low. Yan cant un pezzo
delle sue parti, Dag fece altrettanto. John si esib nella versione pi
oscena che avessi mai udito di My God How th Money Rolls in
e tutti insieme attaccammo Blood Red Roses, una canzone buona
per qualsiasi stato d'animo. Ha una strofa giusta per ogni occasione.
Quando la tempesta infuriava e il vento galoppava urlavamo a
squarciagola:
Abbiamo impegnato scarpe e stivali
state gi, rose rosso sangue, state gi!
Ma a Capo Hom i venti soffiano glaciali.
State gi, rose rosso sangue, state gi!
E quando eravamo contenti e con lo stomaco pieno, proprio
come adesso:
Oh, la mamma mi ha scritto, lacrime amare,
state gi, rose rosso sangue, state gi!
Figlio mio adorato, torna a casa dal mare.
State gi, rose rosso sangue, state gi...
... malinconici, con gli occhi umidi, pensavamo alle nostre madri,
o alle madri che non avevamo conosciuto, o a quelle che non
c'erano pi. Persino il ricordo di casa, di Ishbel e di mia madre mi
rendeva felice. Ci mancava solo il tabacco.
Domani, forse, un veliero.
E invece niente. Non l'indomani, n il giorno dopo, n quello
dopo ancora, e avanti cos.
Un tempo questi mari pullulavano di baleniere disse Rainey.
Ora il vento soffiava da nord. Mangiammo la carne marmorea
della cotenna finch si color di una strana sfumatura verde e il
capitano disse che era meglio non rischiare, e allora la gettammo in
mare e tornammo alle gallette salate e all'acqua calda. Il sapore e il
profumo del maiale ci erano rimasti impressi, il sangue caldo che
scivolava gi per la gola, gli umori. Avevo appena bevuto, ma ero
pi assetato che mai, la bocca un antro miserabile e rumoreggiante.
Navigavamo sempre verso est, verso l'America del Sud. Un gran
parlare di isole. Avrebbero dovuto esserci delle isole. Spesso, il capitano
e Rainey si riunivano davanti al quadrante e mormoravano
qualcosa.
C'era un tempo diceva Rainey in cui non potevate navigare
per pi di qualche giorno senza incrociare un'altra baleniera.
Avrebbero dovuto esserci isole e navi.
Parole sante ribatt Gabriel. La caccia alla balena  fuori
moda.
Jaf. La voce di Tim, piatta. E se fossimo finiti in un altro
mondo?
Ci sarebbero comunque delle isole.
E se fosse un mondo senza isole? Un mondo fatto solo di un
oceano sterminato?
La quarta notte dopo l'uccisione del maiale cominciai a pensare
che forse Tim aveva ragione. Eravamo finiti davvero in un altro
mondo, che scorreva parallelo al nostro e c'era sempre stato, ma
invisibile. Fatto solo di oceano. Non poteva essere il nostro mondo.
Lo sapevano anche i bambini che il Pacifico era pieno di isole.
Dov'erano le baleniere? A che servivano le bussole e il quadrante
e i calcoli e i colloqui del capitano con Rainey se non riuscivano a
portarci, in un tempo ragionevole, su una di quelle isole o in un
territorio di caccia?
John Copper ci svegli urlando nel sonno. Pensava, disse, di
avere creature orribili con i denti aguzzi che gli strisciavano sulle
braccia e su tutto il corpo.
 stato lui! disse rabbrividendo, come se qualcuno gli avesse
rovesciato addosso una secchiata di pesce crudo. Mi tocca mentre
dormo. Mi sta facendo impazzire.
Questa volta non c'entro ribatt Skip.
E invece s disse Simon. Ti ho visto.
Non  vero.
Questo dannato mal di testa gemette John.
Skip, ci stai innervosendo. Proctor si pass una mano sulla
faccia. Per l'amor di Dio, ragazzo, cerca di collaborare.
Wilson Pride prese la parola. Dovrebbe trasferirsi per un po'
sull'altra lancia disse. Non  giusto e non  saggio che resti su
questa.
Hai ragione convenne il capitano. Yan, cambia posto con
Skip.
Oh, Dio. Gabriel si sdrai e si copr gli occhi.
Chiedo scusa, capitano, ma non credo sia una buona idea disse
Rainey.
Perch no? Per come si stanno mettendo le cose, se resta qui
finir col farsi ammazzare. Ci serve una tregua.
Molto bene, signore ribatt duramente Rainey, ma non risponder
delle sue azioni.
Non ce ne sar bisogno, signor Rainey disse il capitano. Il
ragazzo pu badare a se stesso. Skip, spero tu abbia sentito tutto.
Vedi di controllarti.
Signors, capitano disse Skip con voce nasale e spenta, alzandosi
e incamminandosi a passo malfermo verso di noi.
Skip disse Rainey, tocca uno solo di noi, anche solo una volta,
e ti scaravento in mare personalmente. Sono stato chiaro?
 tutta colpa mia mormor Skip. Ho ucciso il drago.
Non l'hai ucciso tu il drago! ringhi Rainey.
S, invece. L'ho fatto uscire io dalla gabbia.
E chi ti dice che sia morto? intervenne Tim. E se fosse riuscito
a tornare a casa? Magari in questo momento se ne sta seduto
sulla sua isoletta, con i nipotini sulle ginocchia, a raccontare la sua
incredibile avventura a bordo di una nave di svitati.
Siediti, Skip gli ordin Dan. E tieni la bocca chiusa.
Rainey si busc un brutto raffreddore. Gli occhi lacrimavano
in continuazione, il naso gocciolava come un rubinetto. Tra un
po' comincer a tossire disse, mi prende sempre al petto. Farete
meglio a starmi lontani.
Come se fosse facile.
Ricordate, gente disse Dan, distribuendo acqua, ogni giorno
che passa  un giorno in meno che ci separa dalla salvezza.
Ben detto, per Dio convenne Rainey, pulendosi il naso con la
manica.
Bevemmo un po' e ricominciammo a buttare fuori l'acqua, finch
Dag url che c'erano dei pescecani tra le barche. Pinne
luccicanti, tre, quattro, andavano e venivano. Gabriel afferr la fiocina.
Tutto inutile. Non riuscivamo ad avvicinarci a sufficienza. Facemmo
del nostro meglio per stargli dietro, ma circa un'ora dopo si
diressero a ovest, uno dietro l'altro, e sparirono. Cal la notte, nerissima,
niente luna, niente stelle. C'era Tim di guardia. Poi tocc a
Dan. Io dormii. Quando mi svegliai, Rainey tossiva nervosamente
e stava parlando con Gabriel.
La barca  sparita, Jaf disse Tim con voce incredula.
Che vuoi dire?
Che  sparita.
Cosa? L'altra barca?
S.
Come?
Quando  spuntato il sole, non c'era pi.
Mi misi seduto. Il cielo era terso. Skip si svegli e si alz lentamente.
Nessuno parlava. Non potevamo fare niente. Bevemmo
un sorso d'acqua. Rainey sput fuori la sua razione, e nel farlo per
poco non fin in mare.
Stenditi lo esort Dan.
Com' possibile che sono spariti? chiese Skip con voce perplessa.
Cercavo di non pensarci.
Credo che seguir il tuo consiglio disse Rainey, battendo gli
occhi. La fronte era rosso-fuoco, imperlata di sudore.
Dove sono andati?
Zitto, Skip. Gabriel gli mise una mano sulla spalla.  una
domanda inutile, nessuno conosce la risposta.
Gabe, passami il tuo pugnale dissi. Voglio tagliarmi le unghie.
Attento a non mozzarti le dita, ragazzo scherz lui, e me lo
diede.
Non possiamo andare a cercarli disse Dan. Non c' niente
da fare.
Il quadrante ce l'hanno loro ricordai, mettendomi al lavoro
sulle unghie.
E i fiammiferi aggiunse Skip.
Nessun problema. Navigheremo a vista. Dan sorrise coraggiosamente.
Valparaiso, arriviamo.
Il violino ci sarebbe mancato. Mi concentrai sulle unghie, con
la voglia di piangere. I nostri amici erano chiss dove, le loro facce
mi balenavano davanti, il capitano grosso e saggio, il volto elegante
e affilato di Yan, Simon il pensatore, lo stoico Wilson, i capelli
bianchi come il formaggio di Dag. E il povero John Copper che si
mordicchiava sempre le labbra. Li avrei pi rivisti? Ma non erano
morti, non come gli altri, e adesso dovevo ricordarli di nuovo, perch
dimenticare  come uccidere. Posai il pugnale. Ero accecato
dalle lacrime. Billy Stock, Henry Cash, Martin Hannah, Abel
Roper, Joe Harper, il signor Comeragh, Felix. Chi altri? Sam. Come
avevo fatto a dimenticare Sam? Se chiudevo gli occhi era l, al mio
fianco. Se chiudevo gli occhi, ogni cosa era l: Ishbel, il camino di
Meng con le pipe di schiuma, l'angolo di Watney Street.
Navigammo a vista tutto il giorno e quello successivo.
Secondo te quanto manca al Cile? chiese Tim.
Dan rise. Non molto.
Almeno due settimane disse Gabriel.
Rainey si era strappato la camicia e, ancora addormentato, stava
grattando nervosamente le tre piaghe rosse, grosse come scellini,
che avevano formato un triangolo sul suo petto glabro.
Pioveva. In mare, la pioggia sembra vernice che cola. Il cielo si
imbratta. Le ombre danzano, corrono lungo l'orizzonte curvo, assumono
varie forme. Il cielo, a est, era una tavola d'ardesia lucida che
ci illuminava come un dio. Rainey dormiva sotto la pioggia. L'acqua
leniva il dolore provocato dalle piaghe. Alzavamo le facce e la pioggia
ci cadeva negli occhi, lavava via il sudore, e sembrava cantasse,
un coro di milioni di voci in perfetta armonia. La lancia cominci a
saltare e impennarsi. Grosse onde rotolavano sotto lo scafo.
Arriva. Ammainate le vele ordin Dan.
La burrasca infuri fino alla notte successiva. Non potevamo
contrastarla in alcun modo. Restammo sdraiati, abbracciati, sul
fondo della barca. Quando si fece buio ciascuno di noi strinse qualcosa,
un pezzo di stoffa, una mano, una spalla, un gomito. Ogni
pochi minuti i fulmini illuminavano il cielo e i nostri volti spettrali,
gli occhi sgranati e impietriti.
All'alba del terzo giorno il vento cess e il mare si calm. Issammo
di nuovo le vele. Stavamo navigando da meno di un'ora
quando udimmo un suono, simile a uno sparo, provenire da molto
lontano. Tim, che era di guardia, url: Sono loro! Sono loro!.
Scattammo in piedi e ci mettemmo a fissare il mare abbagliante.
Non vedevo niente.
Eccoli! esclam Gabriel. Li vedo!
Poi la vedemmo tutti quella macchiolina scura, lontana, molto
lontana, a ovest. Rainey estrasse la rivoltella e spar un colpo in
aria. In risposta, un urlo fioco.
Esultammo fino a sentir male alla gola.
Impossibile disse Dan, stringendomi le spalle con mani tremanti.
Sebbene sorridesse come un folle, sembrava spaventato.
Gli occhi azzurri e sbiaditi non vacillarono mai mentre fissava, con
qualcosa che somigliava al terrore, la barca in avvicinamento, e improvvisamente
pensai che l'avremmo trovata piena di cadaveri che
continuavano imperterriti nelle loro faccende, ogni centimetro di
pelle torturato dalle piaghe, gli occhi terrificanti.
Signor Rainey! grid il capitano.
Adesso vedevamo i loro volti, le loro vecchie facce familiari: il
capitano Proctor, Wilson Pride, Yan, Simon, Dag e John. Sorridevano
tutti.
Rainey si ricompose e url che stavamo tutti bene e che l'umore
era alto.
Ero di guardia il giorno in cui qualcosa colp la vela e cadde sulla
barca.
Un pesce. Poi un altro, E un altro ancora.
Un diluvio.
Un mucchio di pesci. Creature meravigliose, piccole come un
dito o lunghe un piede, lampi argentati che saltavano in mare e volavano
come berte, rasentando la superficie dell'acqua, toccandola
di tanto in tanto solo per staccarsene un istante dopo. Sulla testa,
dietro le orecchie, avevano ali come quelle di un uccello, e altre
due vibravano sulla coda, pi piccole e a forma di pinna. Una decina
circa atterr sulla nostra barca - tutti pescetti, a eccezione di
tre o quattro esemplari pi grossi. Li divorammo, crudi. Era come
mangiare il mare.
Visto? La provvidenza disse Dan, estraendo le lische conficcate
tra i denti.
La provvidenza! rise Gabriel. La provvidenza  assai volubile.
Sar ribatt Dan. Per ora  dalla nostra parte. Rainey, tutto
bene?
No, maledizione, non sto affatto bene. Ti sembra che stia
bene?
Aveva gli occhi fuori dalle orbite. Da quando avevamo mangiato
il secondo maiale soffriva di mal di testa lancinanti e passava gran
parte del tempo a grattarsi la fronte e dietro le orecchie. Ormai era
Dan il nostro comandante. Era trascorso un mese. Caldo improvviso
di giorno, freddo la notte.
Non credo di poter resistere ancora a lungo disse Gabriel con
aria trasognata.
Mi sento la faccia strana dissi, sputando.
Non ha niente che non va, Jaffo mi rincuor Tim.
No.
S, invece. Non ha niente che non va, lo sai. Aveva un sorriso
curioso, rigido.
S ribattei. Una bava amara e vischiosa, un sapore disgustoso
e fetido di melma, simile a quella che scorreva nelle fogne di
Bermondsey, mi aveva incollato la lingua al palato.
Oste disse con enfasi, una caraffa di quello buono!
Avrai presto la tua razione ribatt Dan.
Se avessimo avuto la saliva, ci sarebbe venuta l'acquolina in bocca.
Ricordi quando prendemmo quel pesce sotto il Tower Bridge,
Jaffo?
S, c'era anche Ishbel.
Fritto con una noce di burro disse Tim.
Ishbel... chiss che sta facendo, adesso.
Si star lavando i piedi.
Il pensiero di Ishbel intenta a lavarsi i piedi mi riemp di gioia.
Dici?
Oh, s. E ci pensa.
Sarebbe venuta, se avesse potuto.
Lo so.
Rainey venne colto da un violento accesso di starnuti, uno dietro
l'altro.
Ha un piede nella fossa disse Tim.
Cos sembrava.
Sar il primo dissi.
Probabile.
Sbadigliai fino a bagnarmi gli angoli degli occhi. Si asciugarono
all'istante. Nessuna nuvola.
Ho difficolt a deglutire dissi. Continuo a provarci.
Non farlo disse Dan.
Voglio scendere da questa... questa... disse Gabriel, sospirando
forte. Sono stufo marcio di tutto questo maledetto...
Rainey si addorment e cominci a russare.
Non gli resta molto disse Dan. Poveraccio.
Manca poco al tramonto disse Skip.
Dove sono gli altri?
L.
Una nave grigia, un fantasma che non ci molla con a bordo le
nostre ombre, gli occhi cavi,
Dan svegli delicatamente Rainey. La barca del capitano si avvicin,
i volti di Yan e John e Simon e Wilson e Dag. La faccia larga
di Dag era del colore del teak, i capelli bianchi come formaggio
Lancashire, i favoriti ispidi e incolti. Il capitano e Rainey distribuirono
le razioni di cibo e acqua.
Gnam gnam disse Tim.
Volevo prendere una gallina e mi  toccata un'oca cant Gabriel.
I tagli sulle labbra si erano aperti e la fronte luccicava.
Bevi. Dan si bagn le dita e mi fece cadere alcune gocce d'acqua
tra le labbra. La lingua si stacc dai denti.
Mi tuffo disse Skip.
Fossi in te non lo farei consigli Dan. Se il sale ti entra nelle
piaghe, saranno dolori.
 MEMORIE DI UN CACCIATORE DI DRAGHI ^
Non fa nessuna differenza ribatt Skip. Sono gi ricoperto
di sale dalla testa ai piedi. L'importante  che l'acqua sia fredda.
Vengo con te disse Tim.
Non allontanatevi dalla barca disse Dan.
Si immersero piano nell'acqua fredda, le teste che galleggiavano
vicine. Era divertente. Non sapevano se lamentarsi per il sale che
bruciava o sospirare di piacere man mano che l'acqua raffreddava
il sangue. E allora ridevano, guardandosi, ridacchiavano come
bambini.
Com'? chiesi.
Avrei voluto raggiungerli, ma avevo la sensazione che se avessi
lasciato la barca non sarei pi riuscito a risalirci, cos mi limitai a
sporgermi e a far ciondolare le mani dal bordo. Anche Gabriel si
cal lentamente in acqua. Doveva per forza, disse, stava bruciando.
Io no, disse Dan. Il sole tramonter a breve, e allora s che sentiremo
freddo.
Le barche si affiancarono. Immediatamente dopo giunse l'urlo
di Skip: c'erano conchiglie sulla chiglia, grid, a centinaia. Cominciarono
a strapparle, a spaccarle, a divorarne i frutti crudi. Cal
il buio, improvviso come sempre, e mentre le lanterne venivano
accese gli unici suoni che si udivano erano i tonfi in acqua e le urla
di eccitazione. Entrambe le barche ne erano ricoperte. Passammo
i secchi, e quando furono pieni e sulle chiglie non era rimasto attaccato
pi niente erano tutti e tre troppo stanchi, e per quanto si
sforzassero di sollevare un ginocchio o di issarsi con un braccio,
come i gattini quando salgono una rampa di scale, patetici e buffi,
non riuscivano a tornare a bordo. Ridevamo mentre li tiravamo
sulla barca come il carico di una rete, mangiando balani o littorine
o qualunque cosa fossero. Carni eccellenti, soffici e succulente,
strappate ancora vive dal peduncolo bianco che le incollava al
guscio scuro. Avevamo deciso di conservarne qualcuna, ma le mangiammo
tutte. Rainey non le tocc, disse che non gli andavano a
genio. Non gli andavano a genio! Se mi avessero offerto un verme,
l'avrei assaggiato.
Forza lo spron Dan, ti faranno bene. Provane almeno una.
Voglio dormire disse il poveretto, appoggiando la testa al
capo di banda. Incroci le braccia sul petto e chiuse gli occhi.
Si dicono cose bislacche quando non si possono sprecare le parole.
Ogni parola era sacra, preziosa, carica di significato.
Quell'acqua era dolce e fresca gracchi Rainey.
Aveva un'aria strana, le guance e il collo erano gonfi. Dan stava
preparando la bocca per parlare. Mosse la lingua e le labbra pi
volte prima di riuscire.
Matto disse. Dio misericordioso.
Un vento da nord ci sospinse per un po', ma cess. Dio solo sa
da quanto strisciavamo come lumache sul pavimento dell'oceano
che sembrava essersi misteriosamente svuotato di ogni forma di
vita. Gli uccelli erano spariti - mi mancavano i loro versi striduli. E
cos i pesci, raramente ne vedevamo spuntare in superficie.
Quanto, ancora? chiese John Copper. Acqua.
Il capitano deglut rumorosamente. Un'ora rispose.
Non  possibile!
Il capitano annu.
Yan si sporse dal capo di banda e fece scorrere la mano in mare.
Mormor qualcosa, raccolse dell'acqua nel palmo chiuso a coppa
e la port alle labbra.
Proctor scosse la testa. Non mandarla gi.
Aspetta disse Dan. Solo un'ora.
Non ce la faccio. John raggiunse Yan.
Ma se non la inghiottiamo... inizi Tim.
No.
Yan e John si leccarono le labbra. Quello scintillio bagnato che
ci mandava fuori di testa.
Bevete il piscio disse Dan con voce impastata.  meglio.
Ci avevo pensato, ma volevo aspettare di stare davvero male.
Ne avevo anche scherzato, con Tim e Skip. Ma prima avremmo
avvistato una nave, dicevamo, o un'isola ricca di ruscelli. Un'isola,
una nave, una visione, un angelo, il diavolo in persona, qualsiasi
cosa, vi prego, aiutateci.
Ragazzi, ragazzi, ragazzi sentii Dan, lontano. Sono orgoglioso
di voi. Quando torneremo a casa, mi sperticher in lodi nei vostri
confronti. Ma dovete resistere ancora un po'. Tenete duro.
Ma ormai mi ero convinto che fossimo tutti impazziti. Eravamo
fuori dal mondo, come dentro un sogno, dove le paure potevano
far male e nulla era impossibile. Mi voltai, per non vedere John e
Yan che bevevano l'acqua del mare, gli spasmi quando il sale si
sarebbe depositato sulle loro ulcere.
Sciocchezze sentii dire a Rainey. Fintanto che non viene ingerito,
un sorso d'acqua salata non provoca danni.
Chiusi gli occhi. Tenebre sugli abissi. Volevo sentire Sam cantare.
Se mi fossi concentrato, ce l'avrei fatta. Il suono della sua voce,
che somigliava al ronzio di una zanzara, a volte era intollerabilmente
puro. Lasciai che intonasse, nella mia mente, i suoi vecchi inni:
Dio cammina sulle acque, Dio cammina.... E continu a cantare,
ancora e ancora, fino a quando, confondendosi con il ritmo delle
onde, i versi cambiarono. Dio dacci una nave, Dio dacci la pioggia,
Dio dacci la manna, Dio questo, Dio quello. Parole parole parole.
Nel mio cuore c'era solo un vuoto sofferente, come una gengiva
rimasta senza dente, quello e il cielo vuoto, e il mare, e l'eternit, e
una presenza per nulla rassicurante.
Solo un sorso, allora. Uno solo.
Dan mi avvicin la tazza alle labbra.
Un sorso, trattieni, sputa.
Bocca bagnata, per un secondo.
Non inghiottire.
Non male, meglio del piscio. Il piscio arriv poco dopo. Pessimo,
ma almeno potete mandarlo gi. Peggio di quanto mi aspettassi,
e dire che aveva anche un bell'aspetto, come se fosse dolce,
e invece... Sapeva di piscio rimasto un giorno intero in un vaso da
notte che qualcuno ha dimenticato di vuotare. Un sapore aspro,
amaro, antipatico, pensai, sebbene a qualcuno sembrava non importare.
Forse il loro piscio era migliore del mio. A ogni modo non
serv a nulla, anzi s, ma per poco. Un finto sollievo, come quando
si beve un liquore forte: la gola si bagna, ma alla lunga avete pi
sete di prima. Per questo non l'ho mai fatto diventare un'abitudine,
anche se qualcuno vi dir certamente il contrario. Il piscio di
Tim era dorato, logico, e lo bevve con gusto. Dolce come il miele,
senza dubbio. Tim nero di sporcizia sotto i capelli biondi, i favoriti
un po' pi scuri che gli invadevano il volto dalle orecchie, le occhiaie
tonde e scure. Sai una cosa, Jaf? disse. Credo che la testa
cominci a giocarmi brutti scherzi.
Capisco.
E a te?
Annuii.
Di' a Simon di suonare qualcosa.
Simon. Ehi, Simon.
Simon muoveva la mano avanti e indietro sulle corde, un motivo
allegro. Era bravo, Simon. Un musicista sopraffino. Poteva farvi
piangere, o sorridere. Ma era inutile, quel povero violino, una voce
che si alzava contro l'immensa cascata alla fine del mondo, dove la
nostra barchetta precipitava per l'eternit. La bocca di Rainey era
completamente gialla. Eppure lui continuava a riempirla di acqua
salata, perch non poteva farne a meno. L'importante  non mandarla
gi ripeteva. Lo faceva pi spesso di tutti gli altri, pi di
quanto avrebbe dovuto, e questo  il motivo per cui deper cos velocemente,
credo, questo e il terribile raffreddore che lo aveva colpito
poco dopo la partenza. Mi spaventava vedere un uomo tanto
forte e grosso, un uomo che avevo temuto, spegnersi a quel modo.
Non riusciva pi a deglutire. La gola si stava chiudendo. Il volto
si tendeva e si contorceva per gli spasmi. I piedi erano gonfi come
vesciche. Andai a sedermi al suo fianco. Quello spostamento mi
diede le vertigini, e per una manciata di secondi nuvole grigie mi
si addensarono davanti agli occhi e il cuore prese a battere all'impazzata.
Non sapevo che dirgli. Non lo conoscevo neppure. Mi era
sempre sembrato un uomo difficile, e almeno sotto quell'aspetto
non era cambiato. Gli angoli degli occhi erano bagnati di lacrime,
luccicanti tra le rughe.
Il vento cess. Ogni tanto qualcuno parlava, ma dimenticavo
immediatamente le parole. Ogni tanto ricevevo la mia razione. Mi
toccavo di continuo il mento per controllare se mi stesse crescendo
la barba, ma niente. Solo il capitano si radeva ancora. Rainey era
irsuto come un vecchio cane, un profeta del Vecchio Testamento
affascinante e spaventoso, con lo sguardo tormentato. A poco a
poco il sale ci prosciugava. Pesci in salamoia, ecco cosa eravamo,
pesci in salamoia con grossi occhi spalancati, fissi al cielo, lucidi.
Le ossa del cranio e della faccia visibili sotto la pelle riarsa e sottile.
I capelli lunghi arricciati sulle spalle. I corpi scuri e segnati, gli arti
nodosi come rami, gli abiti putridi.
Le vele si sgonfiarono. Albe e tramonti passavano. Bisognava
andarci molto cauti con l'acqua, dicevano, non si sa mai.
Non baster, vero? disse Simon con naturalezza.
S, se facciamo attenzione.
Piover presto.
La pioggia non ci aiuter.
Quando arriveremo in Cile? chiese Dag.
Il capitano sospir. Dipende dal tempo. Venti giorni, forse.
Nessuno parl. Venti giorni.
Non temete disse il capitano, non  ancora il momento di
ridurre le razioni. Ma se non dovessero esserci novit nei prossimi...
sei giorni... Esit per un istante, come se avesse preso quella
decisione sul momento ... potremmo essere costretti a farlo.
Ma non ce la faremo mai con meno acqua protest John
Copper.
Skip si prese la testa tra le mani e cominci a gemere.
Che ti prende? gli domand qualcuno.
Lui continu a scuotere la testa e a piagnucolare, una nenia ronzante
mentre dondolava avanti e indietro.
Lasciatelo in pace. Se frignare ti fa star meglio, Skip, fa' pure,
ma non disturbare gli altri.
Ho ucciso il drago disse Skip, guardandoci. Ecco perch sta
succedendo tutto questo.
 matto.
Rainey si alz dal fondo della barca, pos le mani sul capo di
banda e guard nel vuoto. Era un mattino rovente e il sole era
quasi allo zenit.
Copriti la testa disse Dan, ma Rainey lo zitt con un gesto
deciso della mano.
Shh!
Che succede?
Ascolta!
Niente.
Cosa?
Non lo senti?
Non sento un accidente.
E tu, Jaf?
Scossi la testa. Quel movimento diede vita a un ronzio nel mio
cervello.
Ascoltavamo tutti.
Povera bestia disse Rainey, gli occhi lucidi di lacrime. Povera
bestia.
Dov'? chiese Skip. Dov'?
Dove altro avrebbe potuto trovarsi la povera bestia, se non in
mare? Non era con noi, sulla nostra barca. E neppure in quella del
capitano, dove la situazione era tranquilla. Cosa sentiva Rainey, in
mare o nell'aria?
Ora piangeva. Mio Dio, mio Dio, mio buon Dio preg, fa'
che tutto questo finisca.
Dopotutto, Rainey era soltanto un uomo. Un uomo che fino a
un certo punto era stato molto forte, e che adesso stava crollando.
Dan lo aiut a stendersi e gli asciug il volto. Hai ingoiato acqua
di mare gli disse. Non farlo pi. Prendi. E gli diede la propria
razione d'acqua, tenendo per s poche gocce, da bere pi tardi.
Smettila con l'acqua di mare. Ti uccider. Fa' come ti dico, e ti
rimetterai.
S disse Rainey. Batteva i denti.
Tieni duro. Dico sul serio. Rinunci a lottare, e sai che succede?
Domani mattina avvistiamo una nave all'orizzonte.
Una tempesta si abbatt da sud-ovest e tutti - a eccezione di
Rainey - tornammo a svuotare le barche dall'acqua. Il primo ufficiale,
seduto accanto al punto in cui si trovava il remo di governo prima
che la burrasca lo strappasse dallo scafo, piangeva stoicamente e
fissava... cosa? Una scarica di fulmini. Il cielo brontolava. Se muore,
pensai, potremmo spartirci la sua razione. Distolse lo sguardo
dal mare, con le lacrime rimaste senza risposta. Si sdrai sul fondo
della barca, parlando tra s. A volte rideva allegramente, altre piangeva
come un neonato e chiamava la madre. Era terribile vedere un
uomo cos grosso ridotto in quello stato. Maria! urlava. Maria,
Maria bofonchiava.
Sua moglie spieg Gabriel.
S, certo, tutti pensiamo alle nostre signore disse Dan. Sei
sposato, ragazzo?
Gabriel annu.
Nel tardo pomeriggio, poco prima del buio, Rainey si mise seduto,
si asciug gli occhi e si pass la lingua debole e collosa sulle
labbra viscose. Bene disse, eccoci qui.
Eccoci qui ripet Gabriel.
Tim infil una mano tra le mie. Il cielo pronunci, alzando lo
sguardo.
Era l'attimo prima della notte. Luccicava.
Da dove viene, signor Rainey? chiese Skip.
Rainey lo guard, riflettendoci un istante, poi sorrise lentamente.
Norwich rispose.
Tim inizi:
L'uomo sulla luna  sceso troppo presto
e fino a Norwich  arrivato.
 andato a sud e si  scottato la bocca
perch un porridge di piselli freddo ha mangiato.
Lo mangiate il porridge, a Norwich? chiese Skip.
Rainey rise fino alle lacrime, che gli rigarono il sudiciume sulle
guance. Non pi di quanto mangino gelatina a Delhi rispose.
Scoppiammo tutti a ridere. Ai nostri compagni sulla barca del
capitano doveva sembrare che ci stessimo divertendo come ai vecchi
tempi. Fu allora, mentre ridevamo, che Rainey sbatt la schiena
contro il capo di banda, come se fosse stato scaraventato l da
una mano gigante e invisibile. Poi impazz. Cominci a colpirsi e
a dimenarsi, piegando e scuotendo la testa con una veemenza tale
da spezzarsi il collo, la bocca aperta, la lingua che guizzava dentro
e fuori, gli occhi serrati con forza, scalciando, muovendo convulsamente
le braccia. Mi sentii male. Non ce la facevo a vederlo in
quello stato, si stava ammazzando davanti a me, e ogni volta che
picchiava la testa contro le tavole chiudevo gli occhi, come viene da
chiuderli quando si sente battere un martello.
Dan e Tim gli corsero incontro, inutilmente.
Gli occhi rotearono nelle orbite, bianchi, sporgenti. Poi ogni
barlume scomparve e Rainey si ferm, cadavere.
 Note.
4. Addensante per salse e minestre, ottenuto mescolando farina e burro. (N.d.T.)


Capitolo 11.

Non avevo mai visto morire nessuno prima di Billy Stock. Animali,
tanti. Mai una persona, per, qualcuno che conoscevo, come
Billy Stock, e ora il signor Rainey.
Le barche si affiancarono. Cucimmo Rainey nei suoi abiti, Skip,
Gabriel e io, senza dire una parola. L'ultima immagine del suo volto:
labbra aperte, fronte aggrottata, nascosto per met dall'ombra
del sudario. Pelle blu. Gabriel chiuse il lenzuolo sul cadavere, cu-
cendolo con i suoi aghi d'osso. Il capitano recit una preghiera.
Dan e Tim fecero scivolare il fagotto nell'oceano.
Oh, Signore, undici anime alla deriva...
Sulla nostra barca Tim, Dan, Skip, Gabe e io. Sull'altra il capitano,
John Copper, Wilson Pride, Dag, Simon, Yan.
Dan ci disse: Non faceva che bere acqua di mare. Di nascosto.
 morto per questo. Voi non fatelo, ragazzi. A Valparaiso brinderemo
con dell'ottimo vino.
Era l'ora della razione quotidiana. Una tazza d'acqua, un pugno
di gallette. Cercavo di farle durare il pi a lungo possibile. Non ero
affamato come all'inizio, adesso era diverso. I crampi erano spariti,
ma qualcosa era rimasto, come uno spettro, una sensazione simile
a quella che, credo, si prova quando vi amputano le gambe, ma vi
sembra di averle ancora, e sentite che prudono, si contraggono,
fanno male e tutte le altre cose che fanno le gambe. Sminuzzai una
galletta e succhiai le briciole dalle dita. Ero bravo. Ero giudizioso,
mi dicevo, non come Skip che trangugiava la sua razione in cinque
minuti e poi, come un cane, guardava me mangiare la mia. Anche
Tim era veloce. Di solito, dopo averla finita, si attaccava al cuoio
del suo remo e lo rosicchiava e succhiava beatamente per un paio
d'ore.
Com'? gli chiesi.
Buono.
In questo modo il tempo trascorreva un po' pi piacevolmente.
I miei occhi vagavano irrequieti, in cerca di cibo. Legno. Perch
no? Di legno ne avevamo in abbondanza. Legno. Ne parler con
Dan, pensai. Si pu fare. Ma per il momento cuoio, finch ce n'.
C'erano gli stivali di Proctor e di Dan, e le cinture. Il cibo impregnato
di sale era finito, ma le gallette asciutte erano buone e
avevamo ancora tanta acqua. Per il momento. Cos'altro? Balani.
Bisognava controllare sotto le barche, ma avevo paura di tuffarmi.
Mi sentivo debole, temevo che non ce l'avrei fatta a tornare in superficie.
Avrebbe potuto esserci qualsiasi cosa l sotto. Chiusi gli
occhi e vidi capesante carnose come vesce, bianche e arancioni, gi
sgusciate, attaccate alle chiglie delle barche, sbocciate come fiori
marini, dolci come gli appiccicaticci frutti cinesi che mangiavamo
da... come si chiamava? Carne. Lo stufato di montone che mia
madre preparava con cipolle e orzo, il grasso che galleggiava nella
padella, che sfrigolava e fremeva. Pesce fritto, strati fumanti di
carne chiara come il bianco degli occhi. Pur di rape con il burro.
Pancetta fritta che sfriggeva in padella, pancetta e un uovo al tegamino,
una cupola tondeggiante e arancione, gelatina, fette sottili
di prosciutto bruciacchiate. Zuppa d'orzo, oca al sugo, fegato e
cipolle, vino, birra, gin, zampe di maiale in salamoia, trippa abbrustolita
e gocciolante. Il budino al latte della signora Linver con
un'abbondante crosta scura sulla superficie. Crema sulla lingua.
Lamponi color rubino, impolverati, i semini frantumati sotto i denti.
Il succo che sgorga. Di nuovo per strada, davanti alla pasticceria
sulla Back Lane...
 colpa mia disse Skip.
Lo aveva ripetuto tante di quelle volte che ormai ci eravamo
convinti che avesse ragione. S, pensavamo. Se solo non avesse liberato
il drago. Tutti questi morti ed  solo colpa tua. Non che
fossimo arrabbiati con lui. Non serviva a niente. Era con Dio che
ce l'avevamo. I tuoni e i fulmini. Le stupide onde. Stavamo cavalcando
un mostro.
Quand' che la smetti con questa storia? disse Tim senza convinzione.
Scusa.
Le giornate passavano tutte uguali, una dietro l'altra, finch un
giorno il capitano Proctor disse che le razioni andavano ridotte ulteriormente.
Wilson Pride scoppi a ridere. Fu l'unica volta che lo
vidi ridere davvero, una risata ricca e nervosa che quasi gli spacc
il viso, e ci convinse tutti che era solo un grosso scherzo, quell'ennesimo
razionamento. Il capitano sacrific la propria cintura di
cuoio. A bordo era rimasta poca roba preziosa per accendere un
fuoco. Wilson strapp un paio di pagine dall'album di Skip per alimentare
le fiamme, mise la cintura in un secchio e la lasci a bollire
in un po' d'acqua - appena un dito, bisognava andarci piano con
l'acqua. Il profumo mi ricordava la conceria. Bermondsey in pieno
oceano. Wilson disse che non dovevamo mangiare la cintura, ma
bere l'acqua scura dove l'aveva fatta bollire, tostata e amara, una
colata lavica gi per la gola incredula. Quel sorso e la mia razione,
e la notte che segu fu tutto sommato tranquilla. Dormii bene. Il
liquido caldo mi rimase nello stomaco, un meraviglioso senso di
sollievo mentre scivolavo in sogni di luminose esplorazioni, strani
mondi che giravano e giravano all'infinito e confluivano e si staccavano,
a centinaia.
Mi svegliai in piena notte e sentii Dan che parlava con Yan. Le
barche erano legate tra loro. Chiacchieravano con un filo di voce
dalle rispettive poppe.
Come fuoco disse Yan.
Dove?
Qui.
Le caviglie come stanno?
Malissimo.
Nessun miglioramento, dunque?
Guarda.
Dan si spost. Un istante di silenzio, poi: Ges.
Visto?
Abel avrebbe potuto aiutarti. Era bravo in queste cose.
Quanti giorni sono passati?
Quarantasette.
Sei sicuro?
Sicuro.
Il tempo sta per cambiare.
Dio, fa' che piova.
La pioggia arriv il giorno dopo, al tramonto. Riempimmo i secchi
e bevemmo. Prima un goccio, poi un altro, poi sorsi pi grandi,
poi tracannammo.
Basta cos disse Dan.
La sua mano sulla mia, delicata, rovinata.
Che vi avevo detto? Qualcosa succede sempre.
L'indomani mattina ci svegliammo sulle note lente e malinconiche
del violino. Scratch, scratch, il suono stava perdendo dolcezza,
ma era ancora stranamente piacevole, la voce pi rauca. Qualcosa
l'aveva rovinato. Il sale, pensai, che distruggeva tutto.
Ach! disse Simon. Non va.
Dan mi diede uno scrollone. In piedi, Jaf disse.
Mi sentivo leggero, come se potessi librarmi in cielo.
In piedi, Jaf ripet.
Tir via la coperta. Non vedevo niente. Cieco, con gli occhi allagati
dal sole,
Piano. La mano di Dan.
Urtai Tim.
Guarda dove metti i piedi! sbott.
Un conato di vomito. Ma niente. Le cose si schiarirono.
Dai, Jaf disse Gabe, prendi il tuo remo.
Un grosso sbadiglio mi fece vacillare. Arrancai fino al mio posto.
Skip, seduto al mio fianco, piangeva. La sua faccia a forma di luna,
ormai irriconoscibile, era del colore del fegato. Un sottile strato di
pelle sul cranio, ma gli occhi erano ancora vivi.
Tutto bene, Skip? gli chiesi.
Annu.
Yan stava molto male.
Voi siete in cinque, noi in sei disse il capitano. Vi mando uno
dei nostri, va bene? Quest'uomo ha bisogno di stendersi, ci serve
pi spazio.
E cos Dag venne sulla nostra barca, che affond un altro po'
nell'acqua. Sulla lancia del capitano, Yan si allung come un tronco
d'albero. John Copper gemeva tenendosi lo stomaco. Si cal
faticosamente le brache, sporse il culo pelle e ossa dal bordo e scaric
in mare una sostanza liquida verde scuro.
In quei giorni non c'era neppure bisogno di svuotare l'acqua
dalle barche, tutto era tranquillo. Niente da fare, se non stendersi e
sonnecchiare. Ma ci svegliavamo di continuo, questo era il problema.
Da qualche parte c'era sempre qualcuno che frignava o faceva
suoni stomachevoli con la bocca, che imprecava o bofonchiava,
che si svegliava urlando da un sogno. E il cuore che borbottava
senza sosta nelle orecchie, come se fosse sul punto di scoppiare.
Quando scese la sera, Yan rifiut la sua razione di pane. La spinse
via. Non voleva nemmeno bere. Simon prov a versargli un po'
d'acqua tra le labbra, ma Yan la risput. Mangiammo e bevemmo
la nostra razione, e per tutto il tempo lui non si mosse, sebbene
dalla sua gola provenisse una specie di gorgoglio e i bulbi oculari
saettassero da una parte all'altra, spaventosamente visibili, come
se le palpebre fossero trasparenti. Dopo un po' il suono cess e gli
occhi si fermarono. Il capitano gli mise una mano sul volto e gli
sent il polso e la vena sul collo. Nessun battito.
 morto disse.
Parole ormai prive di senso. Ce ne restammo l per un po', accanto
al cadavere di Yan, poi Simon disse: E ora?.
Il capitano sospir.
Possiamo prendergli la cintura propose Wilson Pride. Ci
servir.
Un altro lungo silenzio.
Le usanze del mare disse Simon apaticamente.
No. La voce di Gabriel.
Forse potremmo... inizi Tim.
No ripet Gabriel.
Non intendevo...
No.
Pensavo a un'esca. Per gli squali. Potremmo catturarne...
No.
Quali squali? chiese Skip.
Giusto. Le acque erano vuote.
Potremmo...
Il capitano si riscosse. Prepariamolo per il mare disse con la
voce rauca.
Simon e Wilson gli sfilarono la cintura per bollirla il giorno
dopo, lo cucirono nei suoi abiti come avevamo fatto con Rainey,
e lo affidarono agli abissi. Yan ci sarebbe mancato, ma non avevamo
acqua a sufficienza per le lacrime, eravamo devastati. Nessuno
aveva la pi pallida idea di come andava celebrato un funerale per
un'anima orientale. Nessuno conosceva le usanze della sua terra.
Cos il capitano si limit a biascicare qualche parola, e noi chinammo
le teste e chiudemmo gli occhi. Mi addormentai e quasi non mi
accorsi quando il corpo venne fatto scivolare fuoribordo. La preghiera
del capitano di quella notte: Oh, Signore, dieci anime alla
deriva.... Per poco non scoppiai a ridere. Dodici, undici, dieci,
nove, otto anime alla deriva...
Quel macabro conto alla rovescia prima o poi doveva interrompersi.
Dag torn sulla barca del capitano. Le condizioni di John Cop-
per erano peggiorate, aveva la diarrea; anche Gabriel aveva una
brutta cera. Una brezza leggera ci sospinse per due o tre giorni di
fila, risollevandoci il morale. Simon prese il violino e cominci a
grattare sulle corde, e di l a poco cantavamo tutti. Non che fossimo
in grado di farlo, non che il violino suonasse invece di gracchiare,
ma ci demmo dentro. Ne venne fuori una specie di veglia,
una grande veglia gioiosa. Fluttuavamo insieme su un oceano illuminato
dalla luna, e il mondo era un posto bellissimo. Tim mi
stringeva le mani e cantavamo al meglio delle nostre possibilit.
Non c' niente di meglio di una canzone per sentirsi uniti e versare
lacrime pi calde. Cantavamo, e Dan grugniva con noi, e Dag con
la sua voce ancora sorprendentemente limpida. Gabriel poggi la
testa su un remo con il cuoio rosicchiato, gli occhi fissi, luccicanti
di lacrime. Cantammo Oh, sei mai stato sul Rio Grande e Reuhen
Ramo e Round th Corner Sally, e quando la voce ci abbandon
continuammo a mormorare con la bocca chiusa nel buio. Tim si
addorment stringendomi un braccio, cos forte da farmi male,
Aveva la bocca spalancata e la testa inclinata all'indietro. Ripensai
a casa, a noi due che pulivamo il cortile del serraglio di Jamrach, insultandoci.
Il freddo del primo mattino, il brontolio allo stomaco.
Ciocche di capelli che cadevano. No, quello  adesso. Sono felice
che mia madre non possa vedermi in questo stato. Non riuscirebbe
a sopportarlo, la mia povera mamma. Piangerebbe. Che potevo
farci? Era troppo grande, mi riempiva. Cos allontanai il suo ricordo
dalla testa, ma non troppo, quel tanto che bastava da poterlo
richiamare ogni volta che ne avessi sentito il bisogno. E pensai a
Ishbel. L'ultima cosa che vidi fu una nuvola che si avvicinava, proprio
sopra di noi, oscurando ogni cosa. Scivolai in un sonno nero,
soffice come la nuvola, al riparo nel mio letto, brindando alla pioggia.
Riaprii gli occhi su tenebre talmente fitte che era come essere
ciechi. Qualcosa di enorme percuoteva l'oceano, non lontano, si
inabissava, precipitava, si agitava. La mano di Tim mi stringeva
ancora il braccio. Una voce cantilenava ti prego Dio ti prego Dio
ti prego Dio, senza sosta.
Tim dissi, che succede?
Un braccio mi strinse. Non lo so.
Non vi muovete intervenne Dan. Passer.
Era il suono di montagne che franano nel mare. Un suono che
non somigliava a quello di una balena. Non somigliava a nulla che
conoscessi. Un mostro proveniente dagli abissi, gli abissi oscuri
sotto i nostri piedi, una creatura spaventosa e malvagia.  vero che
ci sono luoghi terrificanti sulla terra, voragini senza fondo, crepe
che sputano fuori fiamme dall'inferno.  vero che ci sono posti maledetti,
gemiti che viaggiano sulle onde, venti impetuosi che urlano
con le voci di anime affogate. L'equipaggio della Essex navigava
ancora su quei mari. Cominciai a piagnucolare. Era grosso e vicino,
qualunque cosa fosse, e le grandi masse d'acqua che smuoveva
sciabordavano sul fianco della barca.
Non preoccuparti disse Tim, se ne sta andando.
Ti prego Dio ti prego Dio ti prego Dio...
Di chi era quella voce?
Un forte risucchio del mare trascin la creatura sott'acqua. Una
luce tremolava lontano, la barca del capitano.
 passato disse Dan.
 
Capitolo 12.

Dopo, nulla pi ebbe senso. Quel che rimase era pi luminoso
e reale.
Il mare mutava continuamente. Potevo concentrarmi e
deconcentrarmi a mio piacimento, volerlo a fuoco e volerlo in ombra,
lasciare che fluisse, si agitasse, si trasformasse. Intere giornate trascorse
cos. Un giorno udii, indistinta, la voce di una ragazza che
cantava in lontananza. Il cielo? Il mare? Non lo so. Era triste e
delicata, se l'aveste ascoltata non avreste potuto fare a meno di
piangere. Non so chi fosse. Un amore perduto. Scomparso senza
lasciare traccia. Se non fossi stato cos debole, mi sarei tuffato
e l'avrei raggiunta a nuoto. Per tutta la mattina il suo canto si
confuse con i suoni dell'oceano e del vento, poi, a mezzogiorno,
cess. Subito dopo avvistammo uno squalo, bellissimo, tra le due
barche, fuori dalla nostra portata. Due squali! Pinne nere affilate
che tagliavano il mare a fette. Cibo. Noi per loro, loro per noi.
Avremmo dovuto tenere Yan per usarlo come esca. Non avrebbe
fatto nessuna differenza per lui, no? Vidi il suo volto cos come lo
avevo visto l'ultima volta, la bocca spalancata, la testa che sembrava
stesse rimpicciolendosi, per via del modo in cui le labbra si
erano ritirate sui lunghi denti. Le gengive bianche come ossa. Le
pinne nere ci accompagnarono tutto il giorno smuovendo il mare,
girandoci attorno, avvicinandosi, allontanandosi. Wilson Pride si
stava ammalando, e anche Dag. Il povero John, per, era quello
che stava peggio, si tirava su, blaterava cose senza senso, e ricadeva.
 lui il prossimo.
Gabriel mi tocc con un dito sul fianco. Il mio turno di guardia.
Trascinarsi. Ubriaco. Pestai un piede a Skip. Va' a farti fottere!
ringhi.
Vacci tu!
Mi sferr un calcio con il piede nudo, mancandomi.
Il mio turno di guardia.
Avevo dimenticato perch fossi l. I miei occhi erano invecchiati
di molto, due fessure capaci di fissare lo splendore del sole. Mi
sentivo come una mosca su un soffitto. Come se fossi a testa in
gi, il cielo sotto e il mare sopra, e non c'era differenza tra cielo e
mare, non avevano inizio n fine. Non ero turbato, non allora, non
davvero, anche se cominciai a tremare e i peli sulle braccia si rizzarono,
e quelli sulla nuca. Non potevo dire di essere turbato, niente
del genere, di pi, ci che stava arrivando era pi grande, perch
c'era qualcosa di invisibile che saliva, risuonava come la sensazione
nell'aria prima di un fulmine, pi grande del mare e del cielo,
e copriva ogni cosa. Si udiva un suono debole e sottile, una nota
vivace che si avvicinava. La sentivo muoversi nitidamente nella mia
testa; poi vol via, in alto, e si propag, come se al di l del cielo
moltitudini di bambini farfugliassero.
 vero disse Skip, c' qualcosa l fuori. Anche tu la senti.
L'alito gli puzzava.
Sentire non era la parola giusta.
S risposi. Mi sentivo fiacco. Cos'? chiesi.
Sorrise in modo ambiguo.
Non ne sai pi di me.
Ho mai detto il contrario?
Non lo so. Forse.
So alcune cose.
Si accovacci al mio fianco, abbracciandosi le gambe. I calzoni
erano logori e strappati, entrambe le ginocchia, aguzze e ossute,
erano scoperte. Mentre parlava tormentava crudelmente una crosta
sulla gamba destra, inspirando tra i denti con un sibilo.  selvaggio
disse. Molto, molto selvaggio, Jaf. Molto.
Adesso il suono era un brusio, che cambiava, appena, lievemente,
in continuazione. La piaga sul ginocchio inizi a perdere sangue,
una bolla rossa e lucida. Skip la lecc.
E molto, molto antico.
Altro sangue, viscoso e appiccicoso. Aveva un odore di fegato,
come il rognone a fette pronto per la padella.
Ha milioni e milioni di anni, e cammina sulle punte degli zoccoli.
Il mio sogno, il drago che avanzava sull'oceano sulla punta delle
zampe.
Se arriva continu, cerca di non guardarlo. Ci sono cose che
 meglio non vedere.
Ho paura confessai.
Lui mi guard con attenzione. Scoppiai a piangere, perch ero
terrorizzato e non riuscivo pi a mettere insieme un pensiero. Skip
prese a succhiarsi il ginocchio.
Non ci capisco pi niente dissi.
Continu a succhiarsi il ginocchio. Io iniziai anche a sbavare.
Dan disse Skip, Jaf non sta bene, non dovrebbe montare la
guardia.
Sangue. Sapore. Una buona idea. Meglio del cuoio. Non sazia
abbastanza. Se stacco la crosta della ferita che ho sul gomito, sanguiner.
Non far male. Ma  difficile arrivarci. Se solo la crosta sul
polso fosse pi grande. Chi se ne importa del sale, del bruciore,
della paura, voglio solo cibo, nient'altro, nient'altro.
Tranquillo, Jaf disse Dan.
Fatelo stendere. La voce di Tim,
Mi addormentai. Quando mi svegliai la temperatura era scesa
e mi sentivo abbastanza bene da mettermi seduto. Le due barche
erano affiancate, immobili. Qualcuno parlava.
Che sta dicendo?
Che io sia dannato se lo so.
Non sembra neppure inglese.
Portoghese?
Obrigado, obrigado, trs senhora, por favor...
A Horta, sulla spiaggia, le vecchie mendicanti con le mani tese.
Morto disse il capitano.
John Copper.
Dan si port le mani al volto. Il sole illuminava l'acqua con i suoi
raggi rossi.
Galleggiavamo apatici. Eccoci - quanti siamo? - non ne sono
sicuro - quanti siamo? - basta chiudere gli occhi e ci sono di nuovo
tutti, Billy Stock, Joe Harper, Henry Cash e tutti gli altri, e non 
successo niente, niente, si pu tornare, costa un po' di fatica, bisogna
stringere i denti ma  cos, si pu tornare.
E ora che facciamo? chiese Dag, gli occhi dilatati su quella
strana superficie sporgente che era diventata la sua faccia. Nessuno
rispose. Nessuno lo sapeva.
Il capitano e Wilson Pride lo macellarono. Io non vidi nulla.
Quando si allontanarono di qualche metro sulla loro barca mi accucciai
sotto il capo di banda e sentii il rumore della carne tagliata
e delle ossa troncate, il sangue che gocciolava, i grugniti soffocati
dovuti allo sforzo.
L'alito di Tim, stantio e intenso, sui miei occhi. Tranquillo, Jaf
disse, tranquillo, non c' pi,  lontano,  tutto a posto.
Alle mie spalle il respiro di Gabriel, affannato, debole.
Aprii gli occhi. Il volto di Tim. Sorrideva. Parlava. Tra le labbra
una patina di bava, bianco albume. Non manca molto disse.
Acqua corrente.
La bocca bruciava e formicolava, la gola chiusa.
Non posso disse Gabriel bruscamente.
S che puoi ribatt Dan.
Tornarono. Le onde provocate dalla loro barca ci fecero oscillare.
Skip annus l'aria e deglut.
Accendono un fuoco disse piano Dan.
Va tutto bene, Jaf. Tim, che sorrideva.
Stava facendo buio. Era piacevole sentire il fumo nelle narici,
vedere una piccola luce guizzante.
Avvicin la tazza alle mie labbra. Bevi disse.
Sangue denso, sostanzioso.
Dopo aver bevuto mi sdraiai sul fondo della barca, gli occhi
sbarrati sul cielo improvvisamente notturno. Un profumo caldo di
carne arrostita si levava nell'aria, e un dolore squisito mi esplose
sotto la lingua. Le stelle erano basse.
Quando vivevo a Bermondsey, soffrivo spesso la fame. E allora
scendevo sulla riva del fiume e camminavo fino a Southwark, fermandomi
davanti all'Anchor per sentire il profumo del cibo caldo
che cuoceva nei forni.
Restarsene in strada a respirare l'aroma intenso della carne 
quasi come mangiare. Il fiume che schiaffeggiava la banchina di
Southwark, la dolce e grigia Southwark al di l dell'oceano, al di l
di un continente, al di l della distanza che mi separava dalle stelle
che urlavano nel cielo.
 solo carne disse Dan, ma Gabriel scosse la testa. Un ronzio
lento e profondo proveniva dalla sua gola, gli occhi spalancati
erano fissi davanti a s. Ma alla fine avrebbe mangiato. Chi non
l'avrebbe fatto? Era un uomo grosso, anche se adesso era magro
come un chiodo. Quando cedette, mangi con avidit e concentrazione,
respirando affannosamente. Dan mi pass una fetta spessa
di carne carbonizzata, tenera come gelatina al centro, ricca di liquido
rosa. Succhiai, inondandomi la bocca. Sbavavo, lunghi rivoli di
saliva come se fossi un poppante.
Qualcuno ha un bavaglino? dissi, e scoppiammo tutti a ridere
con le labbra bagnate e lo stomaco che gracchiava e gorgogliava.
Il capitano ordin una razione supplementare di acqua per ciascuno.
Era rimasta carne a sufficienza per l'indomani, disse, e la
fece conservare nelle casse ormai vuote delle gallette. Per il momento
sarebbe stato sufficiente. E poi le luci si spensero e ci sdraiammo.
Continuavo a vedere il volto di John Copper.
Avendo mangiato bene, quella notte dormimmo sonni tranquilli,
una barca piena di uomini che russavano. Il mattino dopo mi
svegliai con la faccia di John ancora davanti agli occhi, e un serpente
che si contorceva nello stomaco. Bile nella gola. Affamato
come sempre.
Bevi disse Dan.
Il sole era gi alto. Simon stava accendendo un fuoco con alcuni
legnetti e brandelli di stoffa legati stretti. Bisognava cucinare la
carne il prima possibile, disse. Una parte era gi andata a male. Il
capitano stava ispezionando un mucchietto di interiora verdastre.
Che ne pensi? chiese.
Buttiamola disse Simon.
La buttarono.
Quanto puoi farlo durare? Il capitano indic il fuoco con un
cenno della testa.
Simon fece una smorfia. Dieci minuti. Anche di pi, ma...
S?
Dipende da quanti giorni.
Wilson, sdraiato con uno straccio bagnato sulla testa, il volto
scuro rilucente di sudore, non si sentiva bene. Dag, seduto a poppa,
si stuzzicava con aria intontita le palpebre gonfie. La faccia era
sempre scheletrica, con la solita espressione bonaria, ma braccia e
gambe erano ormai dei grassi prosciutti rosa costellati qua e l di
grosse bolle rosse e infiammate. Anch'io ne avevo, grosse bolle che
bruciavano e mi davano il tormento: una dietro il ginocchio, una
nell'interno coscia e la peggiore sulla nuca.
Che strano mi confid Tim, adesso ho pi fame di prima.
Anch'io dissi.
 normale intervenne Dan. Non temete, abbiamo carne a
sufficienza per dieci giorni buoni.
A colazione mangiammo una striscia di carne e alcune gallette.
Le feci durare il pi possibile. Dan canticchiava appoggiato di
spalle alla prua, le braccia penzoloni sullo scafo. Quando incrociai
il suo sguardo, mi fece l'occhiolino. Va tutto bene, Jaf disse. Va
tutto benissimo.
A volte il capitano e Dan confabulavano ancora tra loro, come
se ci fosse qualcosa da fare, ma dal punto di vista della navigazione
succedeva ben poco. Skip sogghignava e farfugliava, e a volte
rideva in modo strano. Tim imprecava e bestemmiava. Gabriel
mormorava preghiere, un brusio ritmico e malinconico nelle mie
orecchie. Simon semplicemente non era pi con noi. Fisicamente
era presente, certo, ma non suonava pi il violino, se ne stava quasi
sempre zitto e si muoveva solo se era costretto a farlo. Non alzava
pi lo sguardo neppure quando uno squalo ci seguiva, o quando
un tuono crepitava a occidente, o quando un fulmine silenzioso
lacerava il cielo terso. Dag si mangiucchiava le unghie, anche se
ormai non era rimasto molto. Pensavo alle mani rovinate di Ishbel.
Povera Ishbel. Quanta fame doveva avere avuto per arrivare a mangiarsi.
Doveva essere stato molto doloroso. Adesso la vedevo chiaramente,
e un'altra fitta di nostalgia mi assal, la Highway, i dock,
io, lei, Tim, gli arabi in strada che correvano da una parte all'altra.
Ricordi? chiesi a Tim.
Certo rispose, come se potesse leggermi la mente. Poi si sporse
in avanti, sorrise e mi scarmigli i capelli. Piccolo lascar.
Il caldo opprimente imbrigliava i pensieri.
Avete sentito? disse Skip.
Cos'?
Gabriel fece una breve risata. Siamo tutti impazziti disse, e
riprese a pregare.
Ascoltate.
Non era propriamente un suono. Pi una vibrazione nelle orecchie,
aggredite da migliaia di chilometri di nulla. Pi una sensazione,
gli elementi che ci umiliavano per la nostra superbia.
Guarda qua. Dan mise un braccio sulle spalle di Tim e l'altro
sulle mie. I miei ragazzi disse, e dagli angoli scuri degli occhi
piccoli e tristi e rugosi scivolarono le lacrime. Ragazzi, vi riporter
a casa sani e salvi. In un modo o nell'altro. Non ho forse promesso
al vecchio Jamrach che vi avrei riportati a casa?
Stava succedendo qualcosa. Il mare stava cambiando. Un'anomalia
scendeva sulla terra, come un crepuscolo o una bufera.
Figlioli disse Dan Rymer piangendo.
Quanti anni hai, Dan? chiesi.
Sorrise. Per quel che mi ricordo sessantadue.
Sei molto vecchio disse Tim.
Dan rise. Un vecchio lupo di mare!
Al mare, per, non interessava. Eravamo insignificanti.
Cos'? chiese Dag.
Shh! Il capitano si scherm gli occhi.
Prendiamoci per mano disse Dan. Affronteremo insieme
questa cosa. Le sue braccia diventarono ali, e noi ci rannicchiammo
sotto.
Sentii un suono sopra le nuvole, una voce o tante voci, non capivo:
un suono umano e bestiale, composito, infantile, sfrenato come
il pianto di un bambino.
Prendiamoci per mano ripet Dan.
Tim strinse la mia. La sua faccia vicina, gli occhi stravolti, un
sorriso. Jaffy disse. Vecchio Jaf.
Insieme, ragazzi disse Dan.
La barca del capitano ci raggiunse.
Tirate, tirate disse una voce.
Rumore di legno contro legno.
Signor Rymer! chiam il capitano, tutto bene l?
Tutto bene! rispose Dan.
Cosa crede che sia? Una burrasca?
Dan fiut l'aria come un cane. Sta arrivando.
Il suono nelle orecchie crebbe fino a esplodere. Ero appoggiato
al braccio di Dan, le sue labbra vicine alla mia tempia.
Tranquillo, Jaf disse. Stenditi e dormi, se ce la fai. E non
preoccuparti di niente. Presto torneremo a casa.
Ci fece sdraiare come se fossimo due neonati, dovemmo chiudere
gli occhi e fingere di dormire per accontentarlo. Questo lo
rese felice. Mentre pisciava in mare, cantava con voce assonnata:
Quando altre labbra e altri cuori le loro storie d'amore racconteranno....
Che succede, Dan? Che succede?
Niente. Tutto tranquillo.
Mi ricordai di Skip. Skip dissi, voltandomi verso di lui, sei
ancora sano di mente?
Sorrise. Lo sono mai stato?
Bevi disse Dan sollevandomi e avvicinandomi dell'acqua alle
labbra. Guardai oltre il capo di banda. Vidi la lancia del capitano,
nera su uno sfondo rosso. E poi sagome accasciate, addormentate
nella notte incombente. Nessuno di guardia. Male.
Skip mi strinse un braccio, con forza, poco sotto il gomito, il
palmo della mano affilato.
Guarda!
Stava facendo buio.
Non c' niente.
S, invece.
Cosa?
Vedeva cose, su questo non ci sono dubbi. I suoi artigli sul mio
avambraccio. Ecco! Ecco! esclam. Si gira.
Lasciami in pace! Lo allontanai con uno strattone.
Chiudi quella dannata bocca disse furiosamente Tim. Sei
stato tu, Skip, l'hai detto tu. Tu. Cos'era? Che hai fatto? Cosa?
Skip si copr gli occhi.
Sei stato tu!
Ragazzi, ragazzi disse Padre Dan.
Il pane del capitano fin, la carne fin. Le bolle scoppiarono, crateri
sulla pelle. Attendevamo la morte di Wilson Pride. Proprio
cos. Sapevamo che era il prossimo. Eravamo arrivati a questo,
desideravamo che morisse, lo speravamo, mentre lui, sdraiato sul
fondo della barca, bruciava nel suo sudore secco, la lingua bluastra
che premeva tra le labbra. Il cuoco di bordo, che un tempo preparava
stufati, budini di farina, zuppe d'orzo, e insaporiva il riso
e i piselli della sua terra con le spezie che aveva sottomano, o con
un pizzico di sale, un ravanello, qualche ciuffo di erba raccolto su
un'isola sconosciuta.
Un po' di pesce fritto. Piccoli pesci, viscere e tutto, la testa, la
coda, gli occhi, tutto. Zuppa. Zuppa calda, vapore appetitoso. Foglie
verdi, brillanti, radici rossastre, porri lucenti a fuoco lento, liquido
dorato sfrigolante.
Mia madre cucinava spesso la zuppa dissi. Ci metteva un
osso di prosciutto, se riusciva a procurarselo. Fagioli e piselli.
Rape. Carote.
Hai fatto scappare il drago disse Tim. Ecco cos'hai fatto.
S, e allora?
L'hai fatto. L'hai detto tu. L'hai fatto scappare.
Porri dissi, i porri sono fondamentali. Non possono mancare.
Wilson non cucina pi. Wilson  andato via, lontano. La sua anima
 partita, bisaccia in spalla. Provo a parlare a Tim del fatto che
non sono pi in grado di distinguere il bene dal male, a spiegargli
che sono diventato insensibile e che mi sembra di avere tante, tante
cose da dirgli ma non ce la faccio, non riesco a staccare le parole
dalla lingua perch  troppo pesante e stupida.
Il capitano tolse la pezza bollente dalla fronte di Wilson, la raffredd
in mare, la strizz, l'agit con forza e la mise di nuovo sulla
fronte del moribondo.
Wilson stava parlando, o meglio borbottava cose senza senso.
Le labbra carnose si erano ritirate, lasciando scoperte le gengive,
gli occhi, quando non erano chiusi, fissavano il cielo con l'espressione
quasi divertita.
 la terza volta che navighiamo insieme disse il capitano.
Davvero? Dan si grattava continuamente le croste sul collo.
Simon, potresti lasciargli un po' di spazio? Non ci vorr molto.
Simon si spost, e anche Dag fu costretto a farlo, rigido, sussultando
per via delle gambe gonfie, che adesso erano color pancetta
arrostita. Il viso si contrasse in una smorfia di dolore e per qualche
secondo pianse senza versare lacrime.
Dan ci chiam come si fa con le galline. Qui, ragazzi,  inutile
guardare.
Andammo a sederci con lui a prua.
Statemi bene a sentire disse. Dobbiamo fare una cosa molto
importante.  un ordine. Dovete ricordare tutte le parole di
Tobacco's but an Indian Weed.
Ma chi le conosce! protest Tim.
Ti sbagli. Pensaci. Ricordi quella volta a Wapping?
S, certo, ma tutte le parole non me le ricordo.
Provaci. E tu, Jaffy?
Io so solo i primi versi.
Bene. Comincia tu, allora.
Il tabacco non  che un'indiana chimera
Verde al mattino, tagliata alla sera,
Non siamo che argilla...
Ancora disse Tim.
Non siamo che argilla, la la la
Vedi di ricordarlo quando fumi tabacco.
Tim guard Dan. Continua tu, sapientone disse.
La pipa del giglio ha il colore cant Dan con un filo di voce,
per tanti  motivo di piacere; con un tocco si  spezzata...
Una breve pausa. Riempita dal respiro sibilante di Wilson.
Vai, Tim disse Dan, scuotendolo, tocca a te. Guardami.
Con un tocco si  spezzata. E poi?
Cos  dell'uomo la vita... prosegu Tim, e tutti e tre insieme:
Vedi di ricordarlo quando fumi tabacco.
Vi divertite, eh? comment Gabriel, irritato.
Skip? La conosci?
Skip scosse la testa. Occhi enormi e vitrei.
Tranquillo, Wilson, vecchio mio, rilassati disse il capitano con
voce atona.
Wilson piagnucolava come un bambino.
Guardategli la gola disse Dag.
Mi girai.
Jaf! Dan mi afferr il mento e mi volt il viso verso di lui. La
strofa successiva, forza.
Non la conosco.
S, invece. Concentrati.
Non la so!
Un suono, come un mantice che soffiava.
Ti aiuto. La pipa che  cos nera, mostra che l'anima dell'uomo
...
Affogava. La gola si stringeva. La voce che arrivava come da un
abisso, l'urlo di un animale affamato.
Fermo disse il capitano.
Guardategli la gola! disse Dag, nel panico.
Tim! Continua!
Una peccatrice vera.
Bravo! Jaf?
Non la so.
Provaci.
Non ricordo. Il fumo, la cenere, qualcosa del genere, bla bla bla...
La cenere che resta disse Tim con aria trionfante dovrebbe
mettercelo in testa.
S, giusto dissi, e continuammo:
Che cenere torneremo.
Vedi di pensarci quando fumi tabacco.
Cos, cos, cos. Adesso un'altra strofa, ragazzi, andiamo, un
piccolo sforzo.
Fumo dissi.
Un suono tremendo, di un uomo che vomitava, soffocava, rantolava,
come se i polmoni di Wilson stessero arrancando su per la
gola per uscirgli dalla bocca.
Fumo! Dan fece schioccare le dita. Skip! Tocca a te!
Skip piangeva.
Un respiro come un'unghia strisciata su una lavagna, esalato in
un infinito silenzioso.
Ilfumo esclam Dan, che  cos...
No! Tim. Il fumo che si leva alto...
Basta disse il capitano.
 
Capitolo 13.

Adesso sono in tre sull'altra barca, mentre noi siamo in cinque.
Conto sulle dita. Siamo otto. Uno di noi dovrebbe passare sulla
lancia del capitano? Ma chi?
Ragazzi, voi non vi muovete disse Dan.
Restavano Skip e Gabriel, ma nessuno dei due voleva saperne
di andare. Ce ne restavamo seduti, imbambolati sul problema. Comunque,
dice qualcuno,  troppo tardi ormai, presto far buio. Per
l'amor di Dio, dormiamoci su. Abbiamo mangiato. Anche questo
ci ha imbambolati. Dunque dovremmo recitare le preghiere, come
abbiamo sempre fatto, e invece ci stendiamo come sacchi pieni,
immobili.
Scese la notte e non c'era nulla, neppure una stella. Nessuno
accese una lanterna o parl.
Dopo un po': Oh, Signore disse Dan con un tono strano,
come di sfida, quasi declamatorio, con una curiosa traccia di ironia
nella voce, siamo... siamo....
Otto dissi.
Grazie, Jaf. Otto anime alla deriva. Che hai da dire, eh?
Ci fu uno scoppio di risa, non so chi, io di certo, e Tim, che era
al mio fianco e tremava violentemente. E Dan, ma non so chi altri.
Pochi. Il buio che ammantava tutto mi dava l'impressione che
stessimo ridacchiando sotto le coperte. Quando ci zittimmo rimase
solo il suono gentile e rassicurante delle onde che lambivano le barche.
Sbadigliai. La saliva scorreva di nuovo, amara come succo di
limone. Strisce di carne pendevano nell'oscurit, salandosi piano e
asciugandosi.
Qualche tempo dopo: Maledizione! url una voce, Geova che
invocava fuoco e fiamme. Era Gabriel. Si dimenava come se volesse
alzarsi, e la barca beccheggi.
Siediti! ringhiammo tutti insieme.
Si accasci pesantemente, e con voce stridula: Dio! Dio! Quale
fottuto Dio! Dio  il male. Ecco cos'. Dio  il male e il diavolo ha
vinto. Ecco come stanno le cose!.
Non nominare il diavolo! lo supplic Skip.
Calmati disse Dan.
Cosa? Calmarmi? rise Gabriel, un latrato che non aveva niente
di allegro. Sei impazzito?
Forse rispose Dan. A ogni modo, calmati.
In parole povere disse un'altra voce senza volto, perentoria,
il capitano probabilmente, anche se non sembrava lui, potremmo
morire tutti.
Una mano strisci sulla mia.
Non voglio morire! Qualcuno che piagnucola, ma non so chi
sia. Simon, forse, ma non sembrava lui e poi era passato cos tanto
tempo dall'ultima volta che aveva aperto bocca che quasi lo avevo
dimenticato. Qualcun altro cominci a piangere, un suono feroce
e aspro.
La barca sband. Che tu sia dannato, Skip disse Gabriel, 
tutta colpa tua.
Lo so, lo so. La voce di Skip, improvvisamente vicina al mio
orecchio, talmente vicina da far muovere i peli sul collo e sulla tempia,
un sussurro leggerissimo. Scusatemi. Scusatemi.
Dovremmo gettarti in mare disse Dag, che batteva i denti e
singhiozzava.
Adesso basta intervenne Dan.
Gettiamolo in mare! fece Gabriel, sogghignando.
Gettiamolo in mare! ripet Simon.
Gettiamolo in mare! Gettiamolo in mare! Anche Tim, adesso.
Stavo per unirmi al coro, quando la voce stentorea di Dan si
impose sulle altre.
Non dimenticate che ho una rivoltella disse. Il primo che
alza le mani su un compagno, si ritrova con un proiettile in corpo.
Silenzio. Poi parl il capitano. Anch'io ho una pistola disse.
Silenzio.
Anch'io ho una pistola ripet con aria pensierosa. Poi: Signor
Rymer, mi illumini, di grazia. Non sono forse io il capitano di
questa... questa....
Senza dubbio.
Dunque, se qualcuno spara a qualcuno, lo decido io.
Certo. Non volevo...
Idioti! esclam Gabriel con disprezzo. Che importa?
Per alcuni minuti nessuno parl.
Le onde, piccole e regolari, cantilenavano, su e gi, su e gi,
lalalalalalalalalalala, ancora e ancora e...
Credete che sia un idiota? disse il capitano, digrignando i
denti. Non sono un idiota!
Nessuno lo pensa disse Dan.
Skip lanci un urlo, lungo, orribile, folle, che mi trafisse il cervello.
Fatelo tacere, per l'amor di Dio! esclam il capitano.
Skip disse Dan, vieni qui.
Poi si scaten l'inferno. Il terrore si spost velocemente di
uomo in uomo saltando, annidandosi, avvolgendoci, una nuvola
soffocante. Sentii un piagnucolio vicinissimo all'orecchio. E poi fu
tutt'intorno e io ne facevo parte, precipitavo orribilmente attraverso
quel lamento, quel gemito, quel digrignare di denti.
Basta! Un colpo di pistola.
Silenzio.
Il capitano sibil: Non siamo animali. Un'altra parola, e il prossimo
proiettile non si accontenter dell'aria.
Pochi istanti di respiri incerti, e i sospiri e i rantoli si dissolsero
nel nulla.
Adesso datevi una calmata continu il capitano, e andate a
dormire. Signor Rymer, le affido questo ragazzo.
Vieni qui, Skip disse piano Dan. Sembrava molto stanco.
Tienilo d'occhio brontol Gabriel,  colpa sua se non riesco
a dormire.
Dormire? disse Tim. Tu dormi?
Scoppiammo di nuovo a ridere.
Skip mi pest un piede.
Fottiti.
Scusa.
Credete che io sia un idiota disse il capitano con voce ferma.
Sono ancora al comando di questa spedizione. Ho a cuore la salute
di tutto l'equipaggio.
Skip si lasci cadere pesantemente da qualche parte. La barca
vibr.
Per l'amor del cielo, dormi ordin Dan.
La durata silenziosa di una notte senza luna e senza stelle. Dag
che russava. La mano molle di Tim nella mia. E io che pensavo a
mia madre.
Mamma chiamai.
S. Shhh disse Dan. La rivedrai, tua madre.
La morte era vicina. Seduta al mio fianco. Era dolorosa, a giudicare
da quanto avevo visto. Se era successo ai miei compagni, perch
non a me? Come ci si arriva? Alla morte, voglio dire, ovunque
sia il luogo dove l'essere feroce ci lascia cadere: noi, stupefatti, con
il respiro mozzato. Precipiter o vi arriver lentamente? Quando
verr il momento me ne accorger? Cosa sentir? O vedr? Il cielo,
cupo o sereno? Il fianco della barca? Avrei provato dolore? Che
angoscia. Pi di qualsiasi altra cosa, che angoscia dover lasciare
questo mondo.
Dovevo essermi addormentato. Insieme a Ishbel, sempre uguale,
a spasso per la Highway. Tutto  chiaro e luminoso. Lei indossa
un vestito bianco, come una ballerina, ma sul volto non c' ombra
di trucco, come se si fosse appena svegliata. Poi sono nella vecchia
casa di Watney Street, la stanza divisa a met da una tenda e Silky
e Mari-Lou che russano dall'altra parte.
Poi di nuovo in mare, le onde cantilenanti, Skip che russa. Qualcuno
mi sta toccando.
Non lo abbiamo salutato!
Cosa?
La voce di Tim. Non lo abbiamo salutato! I suoi artigli rabbiosi
sul mio braccio. Mi avrebbe lasciato un livido.
Cosa?
 sbagliato!  sbagliato!
Chi? Cosa?
Il povero Wilson disse. Bisogna sempre salutare i compagni
che se ne vanno.
Ah!
Siamo dannati!
Verso l'alba, qualcuno sull'altra barca cominci a pregare.
Ti preeeego. La voce piena. Ti preeeeego! Tipregotipregotiprego!
Ti prego, oh, ti prego! Ti prego ti prego. Ti preeeego ti preeeego!
Ahhhh! Ti preeeego!
Sta' zitto! Un'altra voce, stanca.
Dan emise un lungo sospiro roco. Mi pos una mano sull'orecchio,
un grosso lembo di pelle per tenere lontani i suoni. Dal suo
stomaco, sotto l'altro mio orecchio che saliva e scendeva, provenivano
strani e deboli crepiti.
Non posso farlo sussurrai. Non voglio morire.
Non pensarci. Dormi.
Sognai tavoli che scricchiolavano e banchetti sontuosi, e quando
mi svegliai, perdendo saliva, vidi Dan con la testa inclinata all'indietro
e la faccia riarsa che parlava al cielo. Bene, bene stava
dicendo, la voce bassa e cantilenante, le piaghe sanguinano tutta
la notte e non mi danno tregua, proprio cos. Gi, proprio cos. La
lingua, gonfia e grigia come una zecca enorme, batteva inutilmente
sulle labbra. Respiro quindi sono. Pensare non serve. Succhi un
po' di sangue dal braccio, con un'espressione meditabonda sul volto.
Si accorse che lo stavo guardando e abbozz un sorriso. Aveva
aggrottato le sopracciglia arcigne e pelose.
Ricordi quando dicevi: Tranquilli, ragazzi, ne ho passate di
peggio? feci. Be', adesso non puoi dirlo, vero? Non pi. Non
sei mai stato in una situazione peggiore di questa.
Dan riflett un istante. No rispose, hai ragione. Ma non preoccuparti.
Dag si tir un po' su, appoggiandosi di schiena contro il capo di
banda. Parlava nella sua lingua, un borbottio incessante trafitto di
tanto in tanto da uno strillo gutturale, come quello di un ragazzo
che chiama il suo cane.
Guardate! Che gli sta succedendo? Acuta e stridula, la voce
di Simon, ormai una rarit. Oh, no! Si tir indietro.
Il capitano strizz uno straccio lercio. Non ci vorr molto
mormor.
Che ha?
Dag sudava sangue. Il volto affilato e il collo gonfio, anneriti dal
sole, secemevano un liquido leggero, simile a rugiada, di colore
rosa.
Tieni.
Il capitano porse lo straccio a Simon, che deterse il volto di Dag.
Lo straccio si insozz.
Dagli da bere disse il capitano, o almeno bagnagli le labbra.
Gli occhi azzurri di Dag si spalancarono.
Dio! strill Gabriel. Dio! Lo sa! Lo sa!
Shhh!
Gli fecero gocciolare un po' d'acqua sulle labbra, gliene versarono
alcune gocce in bocca. La lingua schizz fuori. Mamma
gracchi. Mamma... poi un fiume di parole, un'altra secrezione
di sudore rosa, un'improvvisa e orribile consapevolezza nei suoi
occhi.
Tranquillo lo confort Simon, asciugandogli il sudore con lo
straccio. Presto starai meglio.
Ma Dag sapeva e gli afferr il polso.
Tranquillo ripet Simon. Sdraiati, ora.
Che giorno fu quello in cui Dag mor! Non voleva rimanere
sdraiato. Su e gi, come un pupazzo a molla, la voce che andava
e veniva. A volte restava in silenzio per un'ora filata, tant' che ci
chiedevamo se fosse morto, invece no, perch sentivamo di nuovo
il suo respiro agghiacciante che grattava contro il mondo, come
artigli che tentavano di tenersi a qualcosa. Skip ricominci a dare
i numeri, non faceva che frignare come un grosso e stupido ragazzino,
urlando di tanto in tanto che qualcosa ci camminava accanto,
sull'acqua, una creatura con zampe caprine, pesce e uomo
allo stesso tempo. Ci seguiva sogghignando, diceva. La verit  che
eravamo tutti matti, ognuno a modo proprio, seduti sulle barche,
impotenti, con il mare che scintillava tutt'intorno, come l'eternit,
ma senza l'ombra di una nave o di un'isola o di uno scoglio o di
un uccello. A met pomeriggio, la voce di Dag si fece strana. Non
che fino ad allora avessimo capito una virgola di ci che bofonchiava,
ma almeno la voce aveva avuto qualcosa di umano. Quando
cambi divenne come quella del mitico minotauro. Dag mugghiava
come un bue trascinato al macello. Si cac addosso. Poi successe
una cosa terribile - un'immagine che  rimasta impressa nelle mie
retine e in tutto ci che sono, impossibile da dimenticare. Era appoggiato
al capo di banda, e Simon aveva appena finito di pulirgli
il volto. Il capitano stava bagnando lo straccio in mare. Gli occhi di
Dag erano aperti, fissavano il mondo con interesse, come se fosse
la prima volta che lo vedeva. E un istante dopo il sangue prese a
sgorgargli dal naso, e poi, sempre pi copioso - un fiume di sangue
- dagli occhi, dalla bocca, dalle orecchie. Come se il suo volto
stesse espellendo tutto il sangue che aveva in corpo.
La testa gli cadde sul petto e mor.
Non so se fu per l'orrore provocato dalla vista del sangue, ma
quella morte mi turb pi di tutte le altre, pi di quanto sia in grado
di esprimere. Fu come quando si vede un demone in un incubo,
ma non mi svegliai. Misi le mani sugli occhi e premetti con forza,
sentendomi male. Gli occhi bruciavano per quanto avrei voluto
piangere, ma non c'erano lacrime. Erano finite. Le ossa sfregavano
tra loro e contro le assi di legno sotto di me. La mano di Tim - la
sua mano - teneva la mia, ma ormai erano ben poca cosa, le mani:
rametti scuri e sottili legati insieme. I palmi si contraevano per la
tensione.
Il capitano disse: Non perdiamo tempo, va bene? Sappiamo
cosa faremo....
Non  giusto protest Simon. Solo perch succede sempre
sulla nostra barca, non vuol dire che dobbiamo farlo solo noi. Per
una volta, che ci pensi uno di loro.
Oh, Ges, non io.
La prossima volta promise il capitano.
Chiudete pure gli occhi, sentirete comunque ogni cosa.
Dan dissi, qual  il modo migliore per andarsene?
Spararsi rispose senza esitazioni.
Se volessi farlo, mi daresti la tua rivoltella?
Mi guard per un lungo istante. Te la darei? Chi lo sa. Non lo
so, Jaf.
Odore di sangue, trasportato dalla brezza.
Mi passarono la tazza e bevvi.
Bevetene tutti disse Dan quando fu il suo turno, sollevando
la tazza come se fosse un calice. Perch questo  il mio sangue,
versato per voi...
Ci furono giorni di carne, e poi giorni senza carne, e altri giorni
senza carne. Il cielo cambi. Il sole impallid, e un vento freddo
prese a sussurrare nell'aria. Le nuvole ammassate su ogni lato e
lontano, a est, una coltre delicata e luccicante di pioggia, grigio blu.
Est: le coste delle Americhe. C' una canzone dei marinai americani
che fa: Oh, sei mai stato sul Rio Grande, quelle dolci sefioritas
sono vere peperine.Ragazze coi capelli neri e i seni prosperosi
che invitano i marinai stanchi a sdraiarsi su soffici letti di piume.
Il vento aument. Il cielo tremolava. Imbrogliammo e serrammo
le vele e cominciammo a ballare. Le due barche si separarono e la
pioggia inizi a cadere improvvisa, un fiume gelido che ci bagn
fino al midollo. C'era da ridere per come passammo in un attimo
dal maledire il caldo a quel freddo che gelava le ossa. Ci mettemmo
alla cappa. Fece buio d'un tratto, e le barche allagate andavano
svuotate, ma Gabriel non era in grado di farlo. Si era steso dopo
che Skip era tornato sulla barca del capitano, per pareggiare il numero
degli uomini, e adesso quasi non riusciva a tirarsi su. Era
scosso da un forte tremore. Ogni volta che un lampo illuminava il
cielo lo vedevamo sulle assi di legno, immerso in alcuni centimetri
di acqua fredda, con le gambe che si contraevano e i denti serrati.
Andammo a dormire solo il mattino dopo, quando la pioggia diminu.
Al mio risveglio lo vidi seduto con gli occhi chiusi e un'espressione
concentrata sul volto. La pelle aveva assunto una strana
sfumatura olivastra.
Non vuole le gallette disse Tim.
Gabe? Devi mangiare.
Nessuna reazione.
Da allora rifiut completamente il cibo. E quasi non bevve pi.
Il vento si calm - da fortunale a tempesta - mentre noi continuavamo
a galleggiare, sballottati su e gi. Gabriel non mangi, ma
apr gli occhi e ricominci a maledire Dio.
Cantavamo The Blind Man Stood on th Road and Cried la notte
che mor Gabriel.
Il cieco si ferm in strada e pianse,
Oh, il cieco si ferm in strada e pianse,
Oh, mio Signore, salva la mia anima,
il cieco si ferm in strada e pianse.,.
E cos via, ancora e ancora. Tre o quattro volte di seguito, con
voci ormai fragili e vecchie. Anche Gabriel cantava, gli occhi chiusi,
sereno. Era sempre stato buono con me. Non sapevo nulla della
sua vita sulla terraferma, o di cosa avesse fatto prima di imbarcarsi
sulla Lysander, non ricordavo niente, neppure se me ne avesse
parlato. Ma in quel momento - una sensazione strana, improvvisa
- avevo l'impressione di conoscerlo profondamente. Smise di
cantare, apr gli occhi che brillavano e guard me. Mi si spezz il
cuore. Allung una mano e gliela strinsi, ma era priva di vita, salata
e secca come un'aringa affumicata.
Non andare, Gabriel dissi, scoppiando in lacrime.
Invece se ne and, serenamente, continuando a guardarmi. Era
l, e un attimo dopo non c'era pi. Dietro quegli occhi castani e
vitrei, Gabriel non c'era pi.
Ti prego, Gabe.
La confusione mentale che mi aveva afflitto a lungo improvvisamente
si dissolse, vol in cielo. Era un altro mondo, pi luminoso
del precedente, come se fosse stato tinteggiato un attimo prima.
Strano e magico, incantato, questo mondo, e quell'altro, quell'altro
ancora, tanti mondi, uno dopo l'altro, tirati fuori dai corpi. Mi
avevano riempito e ora traboccavano dai miei occhi e mi gocciolavano
sul viso. C'era anche un aspetto piacevole. I miei compagni
di viaggio. I loro volti nella mia mente. Le loro voci unite in una
canzone. Anche la loro carne, eccellente. Sangue organico, delicato.
Grumi, meravigliosi. Appiccicosi, dolci, nutrienti. Vitali. Un
secchio pieno di rosso e marrone. Riesco a sentirne appena l'odore.
Il naso  intriso di sale. Ho carne, il naso mi cola, il sale brucia e
sto piangendo.
Non so che giorno fosse quando la barca del capitano scomparve.
A ogni modo erano trascorse settimane. Settimane. Settimane,
settimane... perch nel frattempo Skip era tornato sulla
nostra lancia, farfugliando di come non era mai riuscito a chiudere occhio
per paura che gli tagliassero la gola.
Mi odiano disse.
Sopra l'oceano il volto del capitano, sofferente e triste. La bocca
di Simon spalancata, bruciata, quasi nera.
Vieni, Skip disse Tim, con noi ti troverai bene. Qui c' tutta
gente allegra. Ma non portarti dietro i tuoi demoni.
Non sono i miei demoni ribatt. Perch Jaf sta piangendo?
Non ne ho idea.
Successe dopo questo, ma non so di preciso quando.
La mia mente va. Esita, vacilla. Si ferma. Un sogno che si dipana.
Il mare cambiava in continuazione. Pioveva quasi sempre. A volte
il vento soffiava con forza, sballottandoci da una parte all'altra.
Le mie piaghe, bruciate dal sale rovente, avevano una vita propria.
Su ciascuna si era formata una specie di brina. Dan parlava alla
moglie. Alice diceva, quando mi taglierai i capelli? E ancora:
Credi che dovremmo tornare a Putney, Al?.
E una mattina, la barca del capitano Proctor non c'era pi.
Il mare era deserto. Ci guardavamo intorno senza dire una parola.
Era stata una nottata particolarmente ventosa. Un forte respiro
li aveva soffiati via.
Quattro uomini alla deriva. Cantano. Abbracciati, allegri. Tim,
Dan, Skip e io. Se minacciava tempesta ci raggomitolavamo stringendoci
l'un l'altro, inarcando la schiena per proteggere il petto e il
volto, respirando la stessa puzza di bile acre e salata. Avevamo ancora
carne, ma nulla con cui accendere un fuoco. Avevamo qualche
costola. Quando finimmo la carne tornammo a mangiare gallette e
a bere un goccio d'acqua di tanto in tanto. Ma non potete cantare
per sempre. La voce si blocca. Aprite le labbra, e non succede
niente. Solo un debole sibilo asmatico, tenue come una goccia di
rugiada, ma nessuno pu udirlo per via del sibilo, pi fragoroso,
dell'oceano. La voce si blocca e il cervello vi schizza fuori dalla testa,
e vi librate alti nel cielo e vedete dall'alto l'orizzonte curvo del
mondo, azzurro, azzurro, azzurro, a perdita d'occhio. Una vecchia
canzone di Ishbel nella testa, la sirena con la spazzola e lo specchio
in mano, in mano, in mano, con la spazzola e lo specchio in mano, e
poi appare il suo volto, una luna rotonda e pallida, serissimo, e con
esso il suono di un coltello che sfrega su un osso o su un tendine
indurito o qualcosa del genere. Io non c'entravo niente con quello,
niente di niente, ero lontano, molto lontano, sopra le nuvole. Il
volto di Ishbel era il coltello che tagliava. Il volto di Ishbel era ci
in cui mi trovavo, qualunque cosa fosse, e da cui non potevo uscire.
Alla fine ci saremmo imbattuti in una linea retta che proseguiva
all'infinito in entrambe le direzioni, e sarebbe stata la fine del mare
e il bordo dell'ultima cascata, una caduta in un bianco nulla, gli
spruzzi schiumosi che salgono a inondarvi il volto ben prima che
possiate rendervi conto dell'impatto devastante ormai imminente.
 qui che eravamo diretti, lentamente, librandoci in aria e tornando
sempre nei nostri occhi per vedere cosa ci fosse davanti a noi,
uno di fronte all'altro. Senza parlare, ci prendemmo per mano in
attesa del salto.
Un giorno mi svegliai con la lingua fuori della bocca. Era diventata
una creatura a me sconosciuta, pigra e tumefatta, gonfia e
gocciolante, che si faceva strada verso la luce attraverso il pertugio
indolente delle mie labbra. Mi provocava conati di vomito e questo
mi riempiva gli occhi di lacrime, che bevevo con riconoscenza.
Fu allora, credo, che vidi il demone di Skip, un essere ungulato e
ghignante, come un'ombra nel cielo, che mi guardava con occhi
luminosi e intelligenti, pieni di malvagit. Il cielo era plumbeo, una
mattina di nuvole nere rotolanti, un tremolio nell'aria, il sospiro
del mare. Lo vidi. Mi voltai verso Skip. Era seduto con lo stesso
ghigno del suo demone, un'espressione folle che mi terrorizzava. Il
suo volto era cambiato: gli occhi sporgevano dolorosamente, grosse
palle strabuzzate sopra i contorni affilati delle ossa. Quando mi
voltai, il demone non c'era pi.
Chiesi da bere. O meglio, mossi la bocca e feci un rumore con la
gola, una specie di latrato. Ma Dan disse: Non ancora.
Quel che segu fu un capriccio dell'anima, interiore e
completamente silenzioso. Non  giusto, urlai. Non  giusto! Non ho fatto
niente di male!
Riuscii a ottenere un po' d'acqua, abbastanza per bagnarmi la
lingua tumefatta. Dan me la fece gocciolare sulle labbra da una
tazza. Andiamo, Jaf disse, coraggio, ragazzo.
Acqua. Per pochi istanti potevamo parlare.
 assurdo disse Tim.
Voglio tornare a casa. Skip si strinse le spalle in un abbraccio.
Casa. Spero che la mamma stia bene. Dovrebbe, Charley Grant
 una brava persona. Casa, mamma, Ishbel, non torner pi da
loro, non torner pi a casa, mai pi. Un bruciore al petto. Qualcosa
per difendersi dal terrore, una coperta. Sono vivo, ardo fulgidamente
con la testa piena di tutto ci che  stato, la nostra casa
a Bermondsey, la Highway, la tigre, gli uccelli, il profumo del sorbetto
al limone.
Scese la notte, pi scura che mai.
L'indomani mattina bevemmo di nuovo, e mangiammo qualche
briciola. Dan ci mostr quanto cibo era rimasto: un pezzo di galletta
delle dimensioni di una scatola di fiammiferi. Ridemmo. 
assurdo disse Tim, con un tono leggermente esasperato. Adesso
basta. Guarda in che stato siamo.
Oh, ragazzi disse Dan, almeno respiriamo ancora...
Ci prendemmo per mano. Skip aveva la stessa espressione ottusa
di prima, la lingua bloccata tra i denti. Dan era una creatura
curva, scura e coriacea, scintillante come uno degli idoli levigati
nel negozio di Jamrach. Dio solo sa che aspetto avessi io. Tim era
un elfo ossuto e scuro con larghi occhi blu e capelli bianchi che gli
cadevano davanti agli occhi. Sorrideva. Non va bene disse, non
possiamo continuare cos. Basta.
Qualcosa succeder disse Dan.
No, ti prego, non dirlo fece Skip, con gli occhi peduncolati.
Non puntarmeli addosso a quel modo, gli avrei detto, se avessi
potuto. La sua mano nella mia era aguzza, sempre pi ossuta.
Aiutami supplic.
S, s rispose Dan.
Aiutami.
Skip, ...
Aiutami aiutami aiutami...
Le ossa iniziarono a scricchiolare. Abbassai lo sguardo sulla sua
mano che scricchiolava nella mia, ossa contro ossa.
Il mare ci scagli in alto. Il cielo era torbido, ma bianco ai margini.
Avevo freddo. Vidi un fuoco nella mia mente, un fuoco che
ardeva in un ambiente scuro e stantio, una casa, calda.
Tenetevi, ragazzi disse Dan.
Ti prego implor Skip.
Tiriamo a sorte propose Tim.
Che vuoi dire?
Lo sai.
No.
Sai benissimo di che sto parlando. Dobbiamo farlo.
No, no.
 l'unico modo. Lo sai.
No.
Ha senso.
Skip al mio fianco, Tim sull'altro. Skip mi stringe la mano come
un forsennato.
Che sta succedendo? sussurr.
Niente rispose Dan. Pensate a tenervi forte.
Tim rise. Questa cosa ha un nome disse.
Tirare a sorte ribatt Skip. La pagliuzza pi corta.
Dobbiamo fare qualcosa.
Non ancora.
 cos che si fa in mare insist Tim. Da sempre. Lo sai.
Dove pensi che siano? chiesi.
Chi?
Simon. Il capitano.
Nessuna risposta.
Credo ancora che possa arrivare una nave. Dan non voleva
arrendersi.
Troppo tardi credo d'aver detto. Di certo lo pensai.
Potrebbe arrivare da un momento all'altro. Dan sollev gli
occhi afflitti.
Oppure no disse Tim, e sorrise. I denti sanguinavano, gli occhi
erano pieni di lacrime. Facciamolo, prima di impazzire tutti.
Siamo morti comunque, se non lo facciamo.
I denti di Skip battevano con violenza nel mio orecchio. Oh,
merda gemette, con una voce bassa e spaventosa che non sembrava
sua.
Siamo tutti uguali...
Oh, Dio disse Dan.
... a sorte...
Non arriver nessuna nave disse Skip desolato, mai.
Non ce la faccio pi dissi. Sto con Tim.
Un attimo! url Dan. Un altro giorno.
E perch? sbott Tim a voce alta, quasi ridendo.
Un altro giorno.
Perch ce l'hai tu, la pistola? Non siamo forse tutti uguali?
Dan si prese la testa tra le mani. L'orizzonte saliva e scendeva.
Saliva alto nel cielo. Non accadde nulla per un'eternit, solo gli
occhi di Skip che diventavano sempre pi sporgenti e spaventosi.
Ci sono demoni disse, serrando la presa. Strappai via la mano e
lo spinsi lontano da me. Tim mi abbracci. Era molto pi grosso di
me, e in quel momento ebbi una strana sensazione, che non riesco
a descrivere, quasi come se fosse mia madre o qualcosa del genere.
Non volevo scoppiare a piangere, non ce l'avrei fatta, e cos la
scacciai.
Dio, mandaci una nave preg Dan.
Uno spreco di fiato perch, in una maniera o nell'altra, su quella
barca erano state recitate tante di quelle preghiere da santificare
tutti i luoghi sacri della terra, e ormai era chiaro da un pezzo che
Dio non le avrebbe esaudite. Persino un idiota lo avrebbe capito.
Potevamo urlare salvami, salvami in tutti i modi, non avrebbe
fatto alcuna differenza. Ma noi lo facemmo lo stesso. Urlammo
salvami, salvami in tutti i modi, con o senza parole, per tutto il
mattino e il pomeriggio, sperando di avvistare una costa, o che il
clima si facesse mite, finch sentii la mente abbandonarmi di nuovo,
e Dan pos la pistola a terra, al centro del cerchio che avevamo
formato.
Non m'importa disse. Potete uccidermi, se volete.
Nel frattempo, le nostre bocche si erano impastate di nuovo.
Erano trascorse ore dall'ultima volta che avevamo bevuto. Schiumavano
e farfugliavano, le labbra appiccicate che si staccavano a
fatica per biascicare una parola. Eravamo spaventosi e disgustosi.
Scendeva una pioggia leggera, argentata e grigia, piacevole. Meravigliosamente
fresca sulla fronte.
Ci sono delle regole disse Tim, serio.
Regole! Dan gett la testa all'indietro e rise, come faceva un
tempo quando era ubriaco.
Ha gli zoccoli s'intromise Skip.
Dan rise pi forte. Avreste pensato che fosse seduto nella galleria
dell'Empire.
A ogni modo, tu hai una famiglia disse Tim. Dan smise di ridere
e improvvisamente si sciolse in lacrime, come un grosso masso
che scompare a valle. Chin il capo e pianse piano, la bocca distorta
in un ghigno da scimmia.
Stesse probabilit disse Tim.
Dan si pul il naso con la manica. Poi cacci pi gi la testa irsuta
fino a poggiarla tra le ginocchia, e si strinse in un abbraccio. Tremava
forte. Per un po' non successe niente, come se non potessimo far
altro che proseguire tra fulminee crisi di pianto e lunghi momenti di
pausa. Il bruciore mi scosse dall'apatia. Era continuo e terribile da
tanto, ma nell'ultima ora, per qualche ragione, era diventato insopportabile,
soprattutto sui gomiti, dove infieriva e ruggiva, facendomi
desiderare un paio di artigli con cui strappare le piaghe.
Acqua dissi con un filo di voce.
La pioggia era cessata. La lingua si sarebbe gonfiata di nuovo,
come una vescica, e avrebbe preteso aria.
S, acqua. Tim tocc il braccio di Dan.
Dan sollev la testa e ci guard con un'espressione che sembrava
divertita. Certo mormor.
Stesse probabilit ripet Tim, prendendo la vecchia tazza di
latta.
Qualcosa stava per accadere. Me ne sarei rimasto sdraiato a guardare.
Un tempo, se chiudevo gli occhi, potevo dormire per anni e
anni, come Rip Van Winkle, e al risveglio ritrovarmi in un altro luogo.
Quando arriv l'acqua, la ricevetti come un sacramento, con gli
occhi spalancati. Eravamo in un mondo venato di suoni, che mormorava
e sussurrava tutt'intorno, ci faceva ballare su e gi, ci spingeva
di qua e di l con zampe di gatto. E che strano cielo violetto!
In mare c'era del sangue che qualcuno stava perdendo dalla bocca.
Le lacrime di Dan erano contagiose. Fu l'acqua fredda sulla lingua
a farmi cedere, era cos buona. Un istante dopo piangevamo tutti.
Ma era un pianto piacevole, rinfrescante e purificatore. Dopo aver
bevuto ci prendemmo le mani e formammo di nuovo un cerchio.
Dobbiamo essere tutti d'accordo disse Dan.
Noi quattro. Ci guardiamo, sguardi che si incrociano stupefatti
e vividi. Gli occhi di Skip sanguinano, oppure le sue lacrime sono
contaminate dal sangue, una delle due.
 come nelle canzoni, nei racconti.
Otto pezzi di carta dice Tim, due dei quali segnati.
Due?
Il secondo stabilir chi premer il grilletto spiega. Si fa cos.
Ges Cristo dico con un filo di voce.
Dobbiamo essere tutti d'accordo ripete Dan.
Se qualcuno non ci sta dice Tim, moriremo tutti.
Skip si asciuga le lacrime sporche di sangue. Sorride mentre sfila
dalla tasca dei calzoni quel che  rimasto del suo album. Usa questo
dice.  l'ultima pagina, Horta, entroterra, un paesaggio grigio
e abbozzato, i tetti e i fiori di Faial; ricordo la zuppa deliziosa nella
taverna e una ragazza seduta sulle scale. Porge il foglio a Dan. Non
 grande, una decina di centimetri per lato, ma  sufficiente. Dan
lo piega con molta cura e lo strappa in otto pezzetti.
Adesso dice, posandoli a terra, ne segniamo due.
Lo fa. Otto pezzetti di carta sul fondo della barca e quattro uomini
che li fissano. Non un alito di vento che li muova.
Fra poco il sole tramonta dice Skip, singhiozzando piano.
Tranquillo, Skip lo rassicura Dan, guardandolo. Non sei tenuto
a farlo. Nessuno  tenuto a farlo.
Facciamolo risponde lui. Sorride. Poi si china e, uno alla volta,
piega ogni quadratino di carta in un quadratino pi piccolo,
sempre pi piccolo, incredibilmente pi piccolo, al punto che ci fa
ridere tutti. Dove li mettiamo? chiede.
Siamo ancora in tempo per fermarci dice Dan. Usiamo la tazza
di latta perch non abbiamo pi cappelli. Dan l'asciuga con una
mano, Skip e io vi infiliamo i pezzettini di carta. La tazza  a terra,
al centro del nostro cerchio, come il Sacro Graal, e le rendiamo
omaggio.
Quel momento. La vita che freme, limpida come una goccia di
pioggia. I nostri occhi, tutti i nostri occhi, si incrociano continuamente,
e in essi ci vediamo riflessi.
Tutti d'accordo? Tim prese la tazza, la tapp con la mano e
l'agit per un paio di secondi. Abbiamo sbagliato disse, abbiamo
combinato un pasticcio. Dovrebbero esserci solo quattro
biglietti. I due che abbiamo segnato potrebbero non uscire.
Ero inebetito, non comprendevo una parola di quel che diceva.
Oh, fallo e basta dissi.
Tutti d'accordo?
Muoviti, cazzo!
Dan?
Annuisce. Tutti annuiamo. Chi  il primo? Che stupidi, non ci
avevamo pensato, nessuno sa chi  il primo. Ma poi Tim dice che
non importa, li apriremo assieme.
Come regali di Natale dice Dan.
Esatto.
Ridiamo.
Procediamo in ordine di et propose Dan. Prima tu, Jaf, poi
tu, Skip, poi Tim e infine io. Li apriremo dopo che tutti ne avranno
preso uno. D'accordo?
S.
Lo pesc Tim. I nostri erano bianchi. Si limit a guardarlo. Io
disse, e rise e pianse e url, gettando il pezzetto di carta a terra.
Cazzo, oh cazzo, oh cazzo, gente, tocca a me.
Non devi farlo per forza, Tim! esclam Dan.
No! No, no, no! ribatt Tim. Devo, devo.
No, non  vero.
Skip e io restammo zitti, un silenzio eloquente.
Eravamo d'accordo disse Tim.
Dan piangeva. Smetteva e ricominciava in continuazione. Non
possiamo farlo riusc a dire. Toss e toss, gli occhi pozze di lacrime.
 giusto disse Tim. Eravamo d'accordo. Pescate di nuovo.
Voi tre.
Non possiamo farlo.
Smettila, ti prego.
Pescate, per l'amor del cielo! Eravamo d'accordo!
Ges. Dan emise una specie di lamento convulso, mentre si
torceva le braccia e le mani in modo strano, da squilibrato.
Oh, per l'amore di Dio sbott Tim, scuotendo la tazza. Prendi
disse, spingendomela sotto il naso.
Obbedii. Poi Skip. Poi Dan.
Apriteli ordin.
Il biglietto segnato era il mio.
Scossi la testa.
Tim cominci a piangere, acqua nei suoi occhi e nello sguardo.
Non posso dissi.
Oh, Jaf, ti  toccata la parte peggiore. Ma sorrideva.
Adesso  troppo sbott Dan. Basta cos.
No. Fallo in fretta, Jaf. Tim prov a mettermi la rivoltella in
mano, ma la respinsi con un sussulto. Mi sentivo male.
Non m'importa disse Tim. Davvero. Perch aspettare ancora?
Forza. Lo fissai negli occhi. Erano vividi, divertiti, esaltati
dalle lacrime. Lo hai pescato tu il biglietto peggiore, non io. Preferisco
morire. Sono sincero.
Io, lui e Ish su e gi per la Highway. L'odore della strada. Non
riuscivo a parlare. Mi mise la pistola in mano, delicatamente. Scossi
la testa.
Ti prego, Jaf disse. Fallo e basta.
I suoi occhi.
Non pensarci dice.
Non posso, Tim. Crepe nella voce.
Dan dice: No, no, no, no, no, no, no, ragazzi, no. Ascoltatemi,
per favore. Piegato e incredibilmente invecchiato dall'oceano, fa
un passo avanti e si mette tra noi. Skip immobile, con gli occhi
sbarrati, coperto di croste, osserva. Prendo il tuo posto, Tim. E
voi due pescate per chi deve farlo.
Eravamo d'accordo disse Tim.
Ma io non posso permetterlo. Non vivrei pi.
Dan, non  facile per nessuno disse Tim. Finiamola con questa
fottuta storia.
Si allontan a grandi passi, rompendo il cerchio e trascinandomi
dietro con un artiglio ossuto da rapace conficcato nella spalla. Dan
piangeva, Skip guardava, io e Tim all'altra estremit della barca,
l'orizzonte grigio tenue che saliva e scendeva.
Adesso siamo solo noi due. Tim, non posso farlo.
Lui mi avvicin a s, e ci abbracciammo. Tranquillo disse.
Sta succedendo, tutto qua.  stato un sorteggio onesto.
Non hai paura?
Io ho sempre paura. Me la sto facendo sotto, se proprio vuoi
saperlo. Quindi  meglio sbrigarsi. Eravamo tutti d'accordo, non
possiamo tirarci indietro.
Ci separiamo, a disagio. Mi soffiava in faccia una brezza leggera
da sud. La mano destra impugna la rivoltella, la sinistra  nella
mano di Tim.
Nessun rancore, Jaf? dice.
Certo.
Abbi cura di te, Jaf. Se riuscirai a tornare, di' loro... non lo so,
di' loro di non preoccuparsi, una cosa cos...
 una follia.
Una follia. Ride.
Sei sicuro, Tim?
Non ce l'ho con te, Jaf dice. Al tuo posto, farei lo stesso. Sei
il mio miglior amico. Sai cosa fare?
S, lo so. Lo sappiamo tutti. Si sdraia, poggia la testa su un rotolo
di corda, si raggomitola e chiude gli occhi, come per addormentarsi.
Tutto  reale e niente lo . Alzo il cane e gli punto la pistola
contro la tempia destra, sfiorandola.
Dimmi quando sei pronto.
Quando vuoi.
Sparo.
Dovevo guardare, accertarmi che non soffrisse. I suoi occhi si
strinsero quando la pistola fece fuoco. Nient'altro si mosse. Una
macchia rossa sulla testa, poi sul viso e sul collo. Nient'altro si
muoveva. La tempia era appiccicosa e piatta.
Per qualche giorno le cose migliorarono. Una brezza regolare
ci sospinse su un mare sempre mosso, costante come un cuore che
pulsa. Nella mia mente immagini che non potr mai dimenticare,
n cancellare. Sono con me anche adesso, mi accompagneranno
fino alla fine dei miei giorni. Dan mi disse di non guardare, ma ero
arrivato a un punto in cui non mi importava pi di nulla.
Le orecchie ronzano. Le mani di Dan tremano quando taglia la
testa di Tim, la lascia cadere, regge il busto in modo che il sangue
sgorghi dritto nel secchio tenuto da Skip.  ancora il corpo di
Tim, le braccia distese, il petto glabro e lucente, i piedi aggraziati
e lerci. Non riesco pi a vedere la testa, nascosta dalla schiena di
Dan. Poi Tim giace a terra, immobile e decapitato, una chiazza di
sangue che si allarga sulle assi. Dan emette un sospiro profondo, si
gira e lascia cadere qualcosa in acqua. Non resisto, corro a vedere,
ma non c' niente,  affondata come un masso, qualunque cosa
fosse.
Tagliarono quel che rimaneva dei suoi abiti. Non era pi lui.
Dan lavorava senza tradire alcuna emozione, la bocca una linea
serrata, le guance cascanti e smunte sotto gli occhi pietrosi. Troppo
lavoro per un uomo solo. Lo aiutammo, Skip e io. Nessuno parlava.
Lo aiutammo a farlo a pezzi, ma era la parte peggiore, c'erano
particolari come i nei, le croste, i peli che mi dicevano che quello
era il cadavere di Tim. Cominci a girarmi la testa e Dan mi fece
allontanare. Mi sedetti e mi abbracciai le ginocchia, osservando le
onde fluttuare su e gi, e pensai che sarebbe stato assurdo se in
quel momento fosse apparsa una nave. Avrebbe dimostrato la crudelt
di Dio. Fare una cosa del genere! Avevo perso completamente
la cognizione del tempo, non sapevo che ora o che giorno fosse,
niente di niente. Ero molto stanco e desideravo dormire come non
avevo mai desiderato nulla in vita mia, con tutto me stesso.
In realt lo feci, credo. Quando mi svegliai era tutto finito, c'era solo della
carne, un secchio di rimasugli e alcune cose in una sacca ricavata
dalla camicia lacera di Tim. Facemmo del nostro meglio per riservargli
un funerale decente. La sacca era leggera e galleggi per un
po' sul fianco della barca prima di colare a picco.
Non avevamo nulla con cui accendere un fuoco. Mangiammo
subito qualcosa, carne cruda, dal cuore rosa, altre parti morbide.
Piano, piano, dicevamo. Nessuno ce la porta via. Avevamo sempre
qualcosa da succhiare, con calma. La carne appesa ad asciugare,
lunghi nastri che ornavano le vele sbrindellate. Carne stesa a salare.
Continuavo a guardarmi in giro, alla ricerca di Tim. Riuscivo
ancora a sentire la sua presenza sulla barca. La mia bocca era di
nuovo bagnata. Quando mi leccai le labbra, la lingua non vi rimase
attaccata come un verme. La tazza gir tre o quattro volte: fate
piccoli sorsi, bevete come api. Sangue. Sento qualcosa. Cosa? Non
 tristezza, e neppure un malessere...
Ci ha dato qualche giorno disse Dan.
Dopo aver mangiato, eravamo tutti e tre un po' pi sereni. Sdraiati,
cullati nel grembo degli abissi, ancora vivi, vivi, vivi. Noi tre?
Noi quattro.
Ho come l'impressione che sia ancora qui dissi.
 cos disse Skip. Eccolo! e indic a poppa con un cenno
della testa.
Ma io non lo vedevo. Non  giusto, pensai, se c'era davvero
avrebbe dovuto manifestarsi a me, non a Skip. E invece niente,
anche se continuavo ad avvertire la sua presenza. Scese la notte e
restammo sdraiati.
Sento qualcosa. Non  tristezza, e neppure un malessere. Sento
una specie di leggerezza, un senso perverso di benessere. Questa 
la cosa strana: Tim  con me... sento che non siamo mai stati cos
vicini come adesso. Una situazione del genere l'affronti con qualcuno...
non  come se fosse andato via, niente affatto.
Sogno, credo. Un'alba rosa e soffice, piena di torbidi marosi e
distanze mormoranti. Pace. Non sento dolore, va tutto bene, una
giornata meravigliosa. Non ricordo come sono arrivato qui. Navighiamo
da anni, io e i miei compagni. Ovunque ci voltiamo, udiamo
risate. Si incontrano cose bizzarre in mare, cose che  meglio
non guardare se non volete che vi trasformino in pietra. Ma quando
mi addormento e vedo la testa di John Copper che galleggia
vicino alla barca, il viso all'ins, non  in pietra che mi tramuto, ma
in gelatina, e mi sveglio.
 
Capitolo 14.

Fine di un turno infinito e disperato. Skip e Dan dormono un
sonno convulso mentre io, solo al mondo, osservo l'eternit, che
mi ingloba e mi respinge. Lembi di carne legati ai pennoni, smossi
dalla brezza, un odore intenso, come la conceria in fondo alla strada.
Ho un osso. La mia lingua si  trasformata nella lingua lunga,
grigia e invadente di un cane, si fermer solo dopo aver raschiato
via l'ultima goccia vitale di midollo spugnoso. D'un tratto capisco
che tutto il mondo  formato della stessa sostanza: le budella di un
uomo sono come le fogne di Londra. Le gambe arrossate di Skip,
gonfie come salsicce. Come quelle di Dag. Stringo il mio osso. Il
suo profumo vellutato mi solletica le narici. Perch Tim  morto
e Skip  ancora vivo?  lui che doveva morire, non Tim. A ogni
modo, non gli resta molto. Basta guardarlo.
Lo svegliai.
Tocca a te gli dissi, sdraiandomi.
Quanto al sonno, non so se riuscii pi a dormire. C'erano altri
mondi, senza dubbio: centinaia e centinaia di mondi, sovrapposti
come veli arricciati, increspature in un luogo selvaggio. Non ho
idea di dove si trovassero, ma questi sogni non avevano nulla a che
fare con quelli comuni. Appena chiudevo gli occhi, si scontravano
tra loro come le onde sotto la barca. Riuscivo a vedere attraverso
la fronte. Tim era ancora sulla barca, seduto al solito posto. Tim
era morto: parole, parole, parole. Di tanto in tanto succhiavo il
mio osso, annusandone il profumo delizioso, stringendolo e abbracciandolo.
Le ferite si rimarginarono.
Sono diventato fratello dei draghi e compagno dei gufi. L'osso,
adagiato sul petto, batte come un cuore. Io e lui andiamo avanti.
Quando ho paura e sento che sto per piangere, chiudo gli occhi e
infilo in bocca il moncone duro e scintillante dell'osso e lo succhio
fino ad appisolarmi dolcemente, e me ne resto cos per un lungo e
soave momento, finch l'osso non scivola via. Urlo e ritorna. Sono
nella mia casetta di Bermondsey. Il fiume torbido lambisce i piloni
di legno. C' la mamma. Il Big Ben batte le dieci. La tigre, il sole
in tutto il suo splendore, si sposta su zampe vellutate di gattino e
rivolge lo sguardo dorato su di me, mi scruta come fa il mare: ti
manger fra poco, nessuna fretta. Niente di personale.
La sagoma scura di una grossa testa che esce dall'acqua.
Dan mi scuote per una spalla. Lancio un urlo.
Tranquillo, Jaf dice. Sembra stanco. Dormi.
C'era luce. Dan, sdraiato con gli occhi semichiusi, fumava un
sigaro invisibile.
Skip era a prua, lo sguardo fisso a est. Non vedevo Tim, ma
sapevo che era ancora con noi. Sentivo la sua presenza. L'avvertivo
anche dentro di me, come se avesse attraversato milioni di canali,
troppo piccoli per poter essere percepiti da un uomo. Chiusi gli
occhi e strinsi forte l'osso. E tutti quei mondi ricominciarono ad
azzuffarsi, mondi su mondi che sussurravano e frusciavano come le
foghe che stormiscono a milioni nelle notti all'inizio dell'autunno,
quando il tempo sta per cambiare, quando lo sentite nell'aria che
sta cambiando. Tobacco's butan Indian Weed. Tempo fa, sui gradini
a Wapping.
Mi risvegliai che era buio. Skip dormiva. Dan, sdraiato sulla
schiena, con le mani intrecciate sotto la testa, fissava il cielo notturno
come se qualcosa lass, tra tutte quelle stelle, potesse rivelarsi.
Dan chiamai.
Non rispose. Pensai che fosse morto, gli occhi fissi per sempre
sulle stelle.
Dopo un po' disse: In quei giorni la vita aveva pi senso.
Dan?
Cosa?
Ma avevo dimenticato cosa volevo dirgli, e mi misi a guardare il
cielo con lui. Era nero, con una miriade di stelle. Il cielo stellato l
fuori non  come a Londra. In pieno oceano, si vede l'impossibilit
a occhio nudo, alzare gli occhi  scrutare l'infinito.
Cosa ci fai con quell'osso? chiese Dan.
 l'osso di un braccio risposi.
Bianche, incrociate, altre ossa luccicavano al centro della barca.
Sopra, il braccio disteso di Skip.
Che facciamo adesso? chiesi.
Dan scoppi a ridere senza ritegno, uno stridore teso e soffocato
che prosegu fino a fargli scendere le lacrime. Le asciug con una
mano, poi si pass le dita sulle labbra rinsecchite.
Che succeder quando ne rester uno solo? chiesi al cielo.
Dan si mise seduto scuotendo la testa. Si soffi il naso nella
mano e scagli via il moccio.
La bocca sanguina, le gengive sono spugne. Sento il sapore del
sangue tra i denti, intenso e gustoso, e lo ingoio. La gola gratta. Al
momento non ho molti dolori. Tranne che agli occhi.
Tra poco  mattino disse Dan.
All'alba Skip dormiva ancora. Provammo a svegliarlo, ma non
voleva saperne di aprire gli occhi. Ci mand al diavolo, rabbrividendo
e agitandosi, brontolando rabbiosamente, e cos lo lasciammo
in pace. Sta per morire, pensai.  inutile affidarsi di nuovo alla
sorte,  chiaro che morir prima lui. E poi? Io e Dan. Chi, dopo?
Io o lui. Soli. Toccher a me? Che far?
Risi.
Che ti prende? chiese Dan.
Pensavo a quando rimarremo solo noi due risposi.
Dopo un po' scoppi a ridere e prov a cantare:
Dice Jack l'ingordo al vorace Jimmy,
ho una fame tremenda,..
E io con lui:
A Jack l'ingordo dice il vorace Jimmy,
non c' pi nulla, mangiamoci a vicenda.
Capite perch la gente ride, vero? Ci divertimmo cos tanto che
finimmo per svegliare Skip, che si sedette di scatto come un cadavere
tornato improvvisamente alla vita, il collo da tacchino e gli
occhi sporgenti. Non sopporto quegli occhi. Non  facile guardare
al loro interno.
Era giallo disse.
Cosa?
Guardate disse Dan, mostrandoci quel che rimaneva, sufficiente
per sfamare un ratto per un giorno o due.
Era giallo...
Guardate.
... come un occhio.
Guardate ripet Dan. Tutto qui.
Davanti a quei miseri avanzi Dan e io ricominciammo a ridere
come idioti, facendo infuriare Skip. Gettatela in mare! url.
Non la mangio pi quella roba! Cerc di alzarsi, ma ricadde
subito e inizi a picchiare debolmente le nocche rosse e scorticate
contro il fianco della barca, lasciando macchie di sangue.
'Fanculo a tutto, non la mangio pi, non la mangio pi! disse
con foga.
Che stai cercando di fare? Dan gli mise una mano sulle spalle.
Vuoi farci affondare?
Meglio. Si mise in ginocchio. Le guance e la fronte scottavano.
Cosa era giallo? chiesi.
Skip trascin gli occhi su di me, come se fossero sacchi pesanti.
So cosa stai pensando disse.
No che non lo sai.
Io so tutto. Il suo sguardo cambi, passando rapidamente
dalla rabbia all'orrore. Dietro quelle pupille non c'era Skip. Mi
vuoi morto.
Ti sbagli.
Siediti disse Dan, mettendosi la camicia.
Vuoi uccidermi.
Non  vero.
Non era vero. Ma gli avrei volentieri spaccato il muso per avermi
ricordato che avevo ucciso Tim.
Avevo ucciso Tim.
Sembra assurdo, ma me ne resi conto solo allora. Fu come precipitare
da una grande altezza.
Ho ucciso Tim dissi, sentendomi male.
Non  andata cos! Dan prov a sedersi, ma ruzzol all'indietro.
Cominciai a gemere, un lamento scomposto e cupo che mi usciva
dalle labbra come un nastro. Mi infilai i pugni in bocca per fermarlo.
Non ero io, era qualcosa nel mio corpo che si faceva strada con forza,
su cui non avevo alcun controllo. E mentre il gemito continuava,
smarrendosi nello sciabordio delle onde, qualcosa di invisibile sal a
bordo. Cercai di nascondermi dietro Dan. Una paura cieca, feroce,
da crampi allo stomaco, impossibile da contrastare.
Lasciatemi in pace singhiozz Skip.
Dan si alz a fatica, una creatura selvaggia, il teschio di un vecchio
e malconcio lupo di mare. Venite qui disse.
Ci rannicchiammo a prua.
Non pensateci disse Dan.
La presa viscosa della paura. Ero una mosca che tentava di staccare
dalla melassa almeno una delle sue zampette filiformi.
Falla smettere implorai.
Non pensarci.
Alzai la testa e vidi il volto di Dan bagnato di lacrime. O era
la pioggia che da poco aveva cominciato a cadere, una piacevole
pioggerellina inglese?
Ho ucciso Tim ripetei. Mi sembrava importante riconoscerla
come una verit eterna, un fatto irreversibile che l'universo doveva
assorbire. Cominci a piovere a dirotto e Dan chiuse gli occhi. Non
riuscivo a capire se piangeva o rideva.
Hai una lunga vita davanti, Jaf disse. Non sprecarla con i
rimorsi.
Mandaci una nave strill Skip, un suono stridulo, simile al
grido di un gabbiano, che mi rimbomb nell'orecchio.
Non avrebbe fatto alcuna differenza. Avevo ucciso Tim. Nei secoli
dei secoli, amen, avevo ucciso Tim.
Il mio gemito si stava trasformando in uno stupido pianto da poppante,
un piagnucolio penoso, da asciugami il naso e prendimi in
braccio. Nuvole grigie e nere ribollivano davanti ai miei occhi. D'un
tratto ero in un luogo strano, un luogo lontano e sperduto, come un
isolotto su un altro mondo, ma non ricordavo come vi ero arrivato o
da dove, n qual era il mio nome, niente di niente; sapevo solo che
qualcosa mi spingeva, con calma e costanza, verso una superficie, pi
su. Quando tornai in me Dan stava pregando in silenzio, muovendo
le labbra, la testa poggiata sul fianco della barca. Chiedeva a Dio di
prendersi cura di Alice e dei suoi bambini. Skip era sdraiato, la testa
sotto le braccia. Sul fondo della barca una galletta, poche dita di acqua
calda e la pistola. La paura invisibile era sparita.
Mangiamo quel che  rimasto proposi.
E cos dividemmo la galletta in tre parti e bevemmo poche gocce
d'acqua che trattenemmo a lungo in bocca. Mezz'ora, e il pasto era
finito. Non riuscimmo a prolungarlo oltre. Poi, come i vecchietti
che dopo una buona mangiata si riuniscono intorno al fuoco, ci
chiudemmo in un silenzio contemplativo. La pioggia era una coltre
di pertiche argentate che crivellavano il mare, frusciando e scintillando.
Magnifica e rilassante. Skip si sdrai sulla schiena, dicendo
che non si sarebbe pi rialzato. Non c'era motivo per farlo, spieg.
Sorrise e chiuse gli occhi, si copr la testa con le braccia e disse che
avrebbe dormito, ma un secondo dopo era di nuovo in piedi. Poi
di nuovo gi, poi su, gi, su, con quello sguardo terrificante, gi,
su, come un cane con le pulci, e infine, in piedi sulla prua sollevata
dalle onde, cominci a urlare di aver visto una nave, una nave, e
poi, oh, Dio, una risata cupa e fragorosa perch, oh, al diavolo, su
ciascun pennone  infilzato un occhio, sbarrato e sanguinante, e
tutti, ma proprio tutti, si stanno voltando dalla nostra parte. Mi
vuoi morto! strill, non si cap se a noi o al suo grande dio o al
mare o al demone, ma qualunque cosa fosse sembr abbatterlo sul
posto, perch Skip si volt di scatto e si accasci, tenendosi la testa
e urlando a pieni polmoni.
Lo afferrammo per impedire che si colpisse troppo violentemente.
Continuava a urlare e dimenava con forza le spalle e le braccia,
schiumando dagli angoli della bocca.
Non hai nulla da temere, Skip lo tranquillizz Dan, nulla.
Quando si calm un po', lo facemmo sdraiare mettendogli alcuni
stracci sotto la testa.
Ecco, adesso stai meglio gli dicemmo.
Chiese dell'acqua. E una candela, anche se c'era luce. Chiam
Polly, il suo cagnolino, la madre e il padre. Per tre ore blater cose
senza senso, e gli occhi rimasero sempre chiusi, anche se diceva di
vedere creature alte con le corna che si avvicinavano, sorridendo,
sul mare agitato. Pi tardi, nel pomeriggio, mor con la testa sulle
ginocchia di Dan, vaneggiando coraggiosamente fino all'ultimo
istante, quando venne colto da una terribile convulsione che squass
la barca, come se avessimo preso a bordo uno squalo.
Mi ricordo di te, una strana mattina brumosa al serraglio, una
vita fa, all'alba, Mr Jamrach illuminato dalla luce che filtrava dalla
porta aperta del suo ufficio, e tu te che ne stavi l, avvolto dal profumo
dell'oceano, i luoghi selvaggi che evocava. Un giorno cantasti
Tobacco's is An Indian Weed sui gradini di Wapping. Che altro
avrei potuto fare, dopo tutto questo? Guarda in che stato siamo
adesso. Mi specchio in Dan: guance scavate e vuote, occhi come
pozzi. La pelle si ritira. Le labbra anneriscono. I denti sporgono.
Bisogna ammainare le vele disse. Occupatene tu, mentre io
penso a questo.
Obbedii. Mi sporsi verso il mormorio brontolante delle onde e
sentii, come in passato con Tim e Gabriel, le accettate e il gorgoglio
del sangue e lo stridio del coltello sulle ossa. Di Skip.
Colpisci. Accetta.
Lingua di cane. Midollo.
Chiudi gli occhi, succhia.
Chiudi gli occhi, succhia.
Vidi quello che aveva visto Skip. Arriv dal mare, avanzando a
grandi passi su zampe ungulate, una creatura dall'aspetto gioviale,
simile a un rettile, con una coda di pesce, lunga e ondulata, che la
seguiva con orgoglio. Quando si affianc alla nostra lancia, tenendosi
a distanza di una barca, ruot gli occhi nella nostra direzione
e mi fiss, increspando piano il labbro sopra lunghi e affilati denti
da cannibale. Poi vidi navi spettrali, e fili di fumo che si insinuavano
lungo il capo di banda. Vidi un albero che stillava colori intensi
che si intrecciavano confondendosi con gioia esuberante sui rami
aggraziati, volti che cambiavano in continuazione, a lampi, occhi indagatori,
soffitti chiazzati d'acqua, le rovine rosa e oro di una grande
citt perduta. Mi librai in volo sopra la terra con larghe ali da pipistrello,
potenti e superbe. Ma volai troppo in alto, non riuscivo a
fermarmi. Come un palloncino a cui qualcuno aveva tagliato il filo
salivo, su, sempre pi su, trascinato a una velocit spaventosa, finch
di me non rimase pi nulla, se non un pensiero - quello che volava
lass ero ancora io, ma da un momento all'altro sarebbe arrivata la
caduta, inevitabile. Quelle terrificanti cadute in sogno... in passato
mi ero sempre svegliato, sano e salvo, un attimo prima del terribile
e furioso punto di non ritorno: nel mio letto, sulla Drago, sotto un
tavolo dello Spoony's con una puttana che si stringeva al petto la
mia testa. Il mondo tornava. Il buon vecchio mondo. Ma non questa
volta. Tutto perduto, l'abbraccio caldo della mamma, il canto degli
uccelli, la luna sopra il London Bridge, una testolina bionda tra la
folla, il profumo della salsapariglia, tutto travolto da un'ondata di
nostalgia, un amore che ero nato per sentire e che dovevo dare e che
era lo scopo della mia vita.
E poi precipitai.
Voci.
Sartiame che geme come un re di quaglie. Vele a riposo che sbattono
piano. Piccole ossa delicate verdemare, bianche e cremose,
strette tra le braccia. Amiamo le nostre ossa. Non ce ne separeremmo
per nulla al mondo.
Una grande ombra incombe. Volti che ci osservano dall'alto.
Fu il Quinteros, un battello a vapore che navigava tra Callao e
Valparaiso, a trarci in salvo. Eravamo vicini alle coste cilene. Non so
come arrivai sul ponte. Ricordo un senso di stanca meraviglia, una
paura strana, una voce nella mia testa che non smetteva di urlare,
come se fosse arrabbiata con me. Ricordo una massa indistinta di
facce che mi fissavano e oscillavano, come sballottate da una mano
enorme. Ricordo un profumo come di soffritto di cipolle, e lacrime
che sgorgavano con una tale veemenza che pensai fossero la mia
linfa vitale che mi abbandonava. Non riuscivo a stare in piedi. Mi
presero in braccio. Un mormorio di voci e una, pi potente delle
altre, disse parole senza senso nel mio orecchio. Mi diedero una
ciotola di tapioca e un cucchiaio, che mi cadde di mano. Eravamo
pi che mezzo impazziti quando salpammo alla volta di Valparaiso.
Seduti, tremanti, gli sguardi folli persi nel vuoto. E Dan mi disse:
Non diciamo niente della Ora, e io annuii. Non ne parlammo mai
a nessuno. Non so perch. Pensavamo che portasse sfortuna, credo.
  Capitolo 15.

Non guardarmi con quegli occhi, marinaio.
Quali occhi? Sono i miei occhi, questi. Con quali altri occhi
dovrei guardarti?
Capelli rossi. Un po' butterata, non molto. Un bel viso, mento
troppo pronunciato. Pallide tracce di scabbia a un angolo della
bocca. Mi dispiace per lei.
Come ti chiami?
Faith risponde.
Bel nome dico.
Ti va di andare in un posto? chiede.
Credo stessi sorridendo. Mi prese la mano. Che hai da ridere?
disse. Stai ridendo di me?
Hai un posto dove andare?
S. Vieni. La seguii docilmente per le strade di Greenwich,
sotto la pioggia. Mi aveva abbordato dalle parti del molo, tra tutti
quei volti arsi dal sole, quelle creature semiselvagge che sono i
marinai di ritorno dopo lunghi anni in mare, strappandomi alle
pressioni e alle urla dei venditori, degli imbroglioni e dei bagarini
che volevano un pezzo di me. Ma non ero pi un pivello. Rabbrividii
mentre la donna mi guidava attraverso le splendide stradine
di Greenwich, verdi e grigie, fradice di pioggia, cos meravigliose e
luccicanti, cos strazianti. Cominciai a piangere.
Lei se ne accorse quando entrammo in un alto edificio nero. Mi
spinse contro il muro appena oltre l'entrata, mi afferr la testa tra
le mani e mi fiss con intensi occhi grigi. Avanti, bellezza disse,
fatti un bel pianto.
Non sono nato ieri replicai, so che vuoi derubarmi. Giusto
perch tu lo sappia.
Bene disse, lasciandomi andare. Felice che ci siamo chiariti.
Andiamo.
E cos salimmo le scale, solo una rampa, fino a un pianerottolo
spoglio, dove la donna prese una candela da una credenza alla nostra
sinistra e l'accese.
Poi una porta chiazzata di vernice marrone si apr su una stanzetta
occupata quasi completamente da un letto coperto da una
stoffa indiana. La fiammella guizzava sul soffitto e sulle pareti, decorate
qua e l con immagini sdolcinate di violette e gattini. Sul
davanzale della finestra c'era un fanello in gabbia.
Faith dissi, qual  il tuo prezzo?
La donna fece un sorriso sbilenco. Aveva la fronte alta, con rughe
mobili che parlavano quanto i suoi occhi. Poteva essere sui
trent'anni. Sistemata la questione economica, si tolse il giacchetto
e sedette sul letto per sfilarsi gli stivali.  una stanza piacevole,
pensai. Accogliente. Fuori, i suoni della vita. Rumori di passi sul
marciapiede di sotto. Sono a casa, pensai. Casa.
L'hai preso da Jamrach?
Il fanello.
Non lo so rispose. Non  casa mia, questa.
Avvicinai la faccia alla gabbia e guardai l'uccello.
Fanello dissi, ciao, fanello.
 cos che si chiama? chiese lei.
Ricominciai a piangere.
Sdraiati disse, alzandosi e accompagnandomi con decisione al
letto. Hai mezz'ora. Rilassati. Piangi un po'.
Cos feci. Ero ubriaco fradicio. Ero gi ubriaco ancor prima di
scendere dalla nave. La vista annebbiata, come se avessi un velo
davanti agli occhi. Avevo pagato per mezz'ora. Avevo altro denaro
nei calzoni, sapevo che la donna avrebbe potuto sfilarmeli, ma
sapevo anche che la mia testa era piena di nuvole vorticanti e che
non potevo smettere di piangere, cos come la pioggia non pu
smettere di cadere finch non  il momento. Quel pensiero spost
la mia attenzione sulla pioggia che batteva sul vetro della finestra,
le gocce luccicanti che scendevano con calma, il suo canto, quella
ninnananna dolce. La testa cadde pesantemente sul cuscino, un
misero cuscino di paglia, duro, ma pi soffice, per me, di petali di
rosa e piume d'oca. Come avrei fatto con i soldi, ora che stavo per
spegnermi come una candela?
Vieni dissi, ho pagato per stare con te.
Si sdrai al mio fianco e l'abbracciai.
Se mi derubi, ti ammazzo dissi.
Non lo farai ribatt benevola, perch non ce ne sar bisogno.
Non riuscivo a trattenere le lacrime. Faith mi pul il naso con
un piccolo fazzoletto profumato di lavanda, facendomi piangere
ancora di pi.
Cosa sono questi? chiese.
Lividi sul braccio destro. Non erano scomparsi.
Niente.
Adesso basta disse, calmati. Senti qua: tu mi dai un'altra ghinea
e io prometto di non derubarti.
Affare fatto risposi.
Fu di parola, e dopo mezz'ora mi butt fuori di casa. Mi incamminai
lungo il fiume, in direzione del ponte, sotto una pioggerellina argentata e fine. Passai davanti alla casupola di Bermondsey
dove tanti anni prima avevo vissuto con mia madre. La zona non
era migliorata, puzzava ancora da fare schifo. La riva nei pressi del
ponte era lercia come non mai. Rimasi seduto sui gradini per un'eternit,
guardando al di l del fiume. La Ratcliffe Highway. Quella
donna mi ha risparmiato, pensai. Ma credo avesse capito che ero
del posto.
Rimandai il ritorno a casa, e poco prima di mezzogiorno mi ritrovai
a vagare lentamente sul Tower Bridge. Guardai per mezz'ora
i portuali che scaricavano lo zucchero. Non avevo ancora incontrato
nessuno che conoscessi, e non mi dispiaceva. Le notizie
ci avevano preceduti. La nostra storia doveva essere sulla bocca di
tutti prima che attraccassimo. L'avrei letta nei loro occhi, quando
mi avrebbero guardato. Forse avremmo dovuto mentire, ma non
lo avevamo fatto. Dio solo sapeva come avrei affrontato Ishbel e la
madre. Impossibile. Forse non sarei mai dovuto tornare, pensavo,
forse avrei dovuto nascondermi in qualche sperduto e dimenticato
angolo del mondo, ma non sarebbe stato giusto nei confronti
di mia madre. Arrivai a casa sua alle due, dopo aver bighellonato
un altro po'. Lei mi aspettava dal pomeriggio del giorno prima, e
ora era all'angolo della strada, mi cercava con gli occhi. La stessa
di sempre, solo pi brizzolata. La vidi per primo. L'espressione
apparentemente dura sul volto, ma era solo preoccupata. Quando
mi vide si rilass, e la bocca si pieg in una smorfia di gioia
amara. Fece un paio di passi e mi diede un abbraccio veloce e
deciso.
Stai bene? chiese.
La baciai su una guancia. Non mi avrai aspettato qui fuori tutto
il giorno, vero?
Certo che no, stupido rispose. Entravo e uscivo di casa.
Facemmo entrambi un passo indietro. Sorridevo come un idiota.
I suoi occhi erano colmi di dolore.
Stai bene? chiese di nuovo, guardandomi attentamente.
Non mi lamento.
Credevo che non ti avrei pi rivisto.
Be', eccomi qua. Ridacchiai, senza motivo.
Vieni. Mi prese per un braccio e mi condusse in un cortile
con un lungo canale di scolo lastricato al centro, e la bottega di un
fabbro in fondo. Il suono del ferro battuto si levava dalla gronda, e
un alto cavallo nero era impastoiato davanti all'entrata, con la testa
infilata nella musetta. La casa era sulla sinistra, una porta olandese,
un secchio pieno di schiuma di sapone, un largo davanzale sul quale
c'erano conchiglie, una grossa capasanta e alcuni scotch bonnet(5).
Questa casa era pi grande e pulita della precedente e profumava
di bucato, di pesce e della vecchia zuppa della mamma che sognavo
spesso sulla barca. Charley Grant, a gambe divaricate, dava le
spalle a un fuoco sfavillante, sopra il quale vibrava e sibilava placidamente
un bollitore appeso a un gancio. La faccia era rosa come
un prosciutto, era ingrassato dall'ultima volta che lo avevo visto.
Jaf disse, venendomi incontro. Mi strinse una spalla con affetto,
un po' a disagio.  molto, molto bello rivederti a casa.
 bello essere a casa.
Un bambino che avr avuto un anno e mezzo era seduto a tavola,
su un seggiolone, e stringeva un cucchiaio di legno nel pugno
pastoso.
Io lo trovo bene, vero, Charl? disse orgogliosamente la mamma,
invitandomi a sedere al tavolo, di fronte al bambino.
Altroch.
Secondo te, lui chi , Jaf?
Il bimbo aveva un faccino camuso e ampio, e un ciuffo sorprendentemente
folto di riccioli castani sulla sommit della testa. Mi
stava studiando, e io gli strizzai l'occhio.
 il tuo fratellino, Jaf disse con entusiasmo la mamma. Si
chiama David.
Perbacco!
Una sorpresa per te, David! Saluta il tuo fratellone, Jaffy.
David e io ci guardammo con sospetto, incuriositi.
La cosa non era poi cos sorprendente. La mamma non era molto
vecchia. Anche se lo sembrava. Era invecchiata. Non arrivava
ai quaranta, credo. Era solo una ragazza quando mi aveva messo
al mondo. Che strana situazione. Mi sentivo molto distante. Dopo
tutto quel tempo in mare questa stanza calda, il bambino, un uomo
sorridente con la faccia color prosciutto e le bretelle, il calore, la
ciotola di zuppa che la mamma mi aveva messo sotto il naso, tutto
quel pane, l'inconfondibile aria del fiume oltre le pareti - ogni cosa
una creazione della mia mente, qualcosa che mi balenava davanti
agli occhi un attimo prima di svenire.
La zuppa era cibo per gli di.
Mi ritrovai a piangere.
Tranquillo, Jaf,  tutto finito mi rincuor la mamma, abbracciandomi
da dietro e inondandomi con il suo vecchio odore familiare.
Le cose andranno meglio, adesso.
Lo so, lo so.
Mi mostr la mia camera. Era piccola, ma la finestra si affacciava
sui tetti e sul fiume alle loro spalle, dove gli alberi degli alti velieri
si stagliavano contro il cielo. Il letto era una meraviglia, con una
coperta di seta ricamata a fiori rossi. Accanto, su uno sgabello basso
a quattro gambe, un rametto di lunaria dentro la vecchia brocca
verde che tenevamo sulla mensola del camino di Watney Street.
Il mio letto. Desideravo solo infilarmi sotto le coperte e dormire,
dormire... Ma dopo che appoggiai la testa sul cuscino e la mamma
tir le tende, mi augur la buonanotte con un bacio e usc chiudendo
piano la porta, la mia mente cominci a trascinarsi inquieta
nelle tenebre. Tutto quello che dovevo fare: andare da Ishbel e da
sua madre. Levarmi quel dente. Dormire. Molto. Chiunque diceva
che ne avevo bisogno, il medico sul veliero, il medico a Valparaiso.
Cos'altro? Rimettermi in sesto, riprendermi da quegli abissi profondi,
da quelle acque turbolente, pensare al futuro che sarebbe
potuto non arrivare mai. Che fare, adesso? Uscire e incrociare
sguardi. Tutti sanno. Niente  stato tenuto nascosto. La gente che
vive sul fiume ne ha viste tante nel corso della propria vita, storie
di marinai ne ha ascoltate a centinaia, non si stupisce pi. Non mi
guarderanno con sospetto. Eppure vedr sempre qualcosa nei loro
occhi, vedr che sanno.
Alla fine mi addormentai, ma fu un sonno agitato come il mare,
che non mi ripos. Fu allora che cominciai a scandagliare gli abissi,
senza concludere niente.
Il signor Jamrach venne a trovarmi il mattino dopo. Sentivo la
sua voce, era con la mamma, le stava dicendo che aveva parlato a
lungo con Dan Rymer. Non avrebbe pi messo piede su una nave,
Dan. La mamma disse: be', era anche ora, no? Un uomo della sua
et, con una moglie cos giovane e tutti quei figli. Vorr restarsene
a casa a godersi quello che ha concluse. In sottofondo, sentivo
David ridacchiare. Era fatto cos. Se ne stava seduto a giocare con
le dita della mano e ridacchiava e chiacchierava tra s, perso in un
mondo felice tutto suo.
Non volevo scendere. Non sarei sceso. Nessuno poteva costringermi.
Non ancora. Troppe cose tutte in una volta, volevo rimanere
a letto il pi a lungo possibile. Giorni, se me lo avessero permesso.
Nel frattempo avrei pensato a cosa fare dopo. Dormire. Tutto qui.
Adesso la vita sarebbe stata semplice: pesce, zuppa, calore, sonno,
tabacco, birra. La testa mi girava: tutti quei suoni, gli odori, l'infinito
benessere. E tanti che ce l'avevano fatta. Cos, quando la mamma
venne a dirmi che il signor Jamrach era di sotto le risposi che
ero troppo stanco per alzarmi, e lui url che non c'erano problemi,
sarebbe ripassato. Mi girai su un fianco e provai a riaddormentarmi,
ci provai e riprovai, con la luce che filtrava dalla finestra.
Il giorno dopo, per, la mamma mi obblig ad alzarmi e mi
sbatt fuori di casa. Passai prima dal barbiere, poi andai a trovare
il signor Jamrach. Cobbe era nel cortile, sempre uguale, solo con
meno capelli - sembrava un detenuto. Mise gi il secchio, mi venne
incontro e mi abbracci rudemente, un gesto che non avrei mai
creduto possibile, neanche in un milione di anni.
Ciao, Cobbe.
Lui emise un grugnito e si allontan.
C'era qualcosa di diverso nel cortile, ma non capivo cosa. Sul
lato pi lontano, il maialino giapponese di Jamrach stava mangiando
un cavolo. Jamrach mi vide dalla finestra dell'ufficio. Si era ingrossato
e allargato dall'ultima volta che lo avevo visto, il viso era
pi rosso. Finalmente! esclam, sorridendo da orecchio a orecchio.
Jaffy, ragazzo mio! Ti sei ripreso?
Sto benissimo mentii. Non capivo perch non fossi nel mio
letto, non vedevo l'ora di tornarci.
Mi diede una pacca sulle spalle, da uomo a uomo. Questa faccenda,
Jaf disse, guardandomi negli occhi, gran brutta cosa.
Gi.
Terribile.
Annuii.
Andiamo nel mio ufficio.
In una nicchia, un ragazzo nuovo spulciava una pila di pratiche
e fischiettava allegramente. Non c'era pi traccia del disordine di
un tempo, quando Bulter oziava dietro la sua scrivania. Charlie
il tucano era ancora arzillo, ma Fio, il vecchio pappagallo, si era
ammalato di tubercolosi e aveva lasciato questo mondo. Il signor
Jamrach conged il ragazzo e vers del caff da un bricco sul fornello.
Fuori faceva freddo e l'ufficio era accogliente e fumoso,
come sempre. Accoccolato tra le mie braccia, Charlie mi mordicchiava
un orecchio.
Gli chiesi come andavano gli affari.
Non male, non male rispose, inclinando la testa all'indietro
e soffiando nuvole di fumo verso il soffitto. Mi rivel che il figlio,
Albert, lavorava con lui al serraglio, stava facendo pratica per il
giorno in cui avrebbe ereditato l'attivit paterna. Solo che oggi era
a casa, con un brutto raffreddore.
Peccato dissi.
Jamrach mi offr una pipa, riaccese la sua e si sedette.
Era una situazione imbarazzante. Per un po' restammo seduti a
fumare, senza dire una parola.
Buono, il caff? chiese. Troppo forte?
No,  perfetto.
 quel che ci voleva. Sai, Jaf disse, piegandosi in avanti e battendo
gli occhi vecchi e tristi, ho difficolt a trovare le parole...
Non si preoccupi, signor Jamrach. Staccai gli artigli di Charlie
dalla giacca. So che  imbarazzante.
Non  questo... Fece un gesto con la mano. Voglio dire...
non riesco a immaginare cosa devi aver passato. Voglio che tu sappia
che...
Lo so dissi.
... se c' qualcosa che posso fare...
Certo.
Dan ha chiuso. Lo sapevi?
S. Me lo ha detto a Valparaiso.
Una sensazione strana. Come se Tim fosse con noi nell'ufficio.
Sei ancora molto giovane, Jaf continu. Non lasciare che
questo ti rovini l'esistenza.
Lo so.
Non hai nessuna colpa.
Lo so.
La gente capir.
Lo so.
Ero sicuro che l'avrei visto, se mi fossi voltato.
Nessuno pretende che ti rimetta subito a lavorare, ma sappi
che qui al serraglio c' sempre posto per te...
Lo so.
Sapevamo entrambi che non c'era alcuna fretta. Il signor Fledge
era stato molto generoso con me e Dan. A ogni modo, non so quale
incarico Jamrach pensasse di affidarmi. Era chiaro che non potevo
pi essere un semplice garzone, e un lavoro d'ufficio non l'avrei
mai accettato. In tutta onest, non avevo idea di quel che avrei
fatto. Il mare continuava a turbinarmi nella testa.
Non credo proprio che torner dissi.
S. Annu pensosamente. Lo capisco.
A ogni modo dissi, guardandomi intorno, mi ha fatto piacere
rivedere il serraglio.
Lo trovi cambiato?
Un po'.
 organizzato meglio, adesso. Merito di Albert.
Restammo seduti un altro po', poi Jamrach disse: Bene, quando
avrai deciso cosa fare, vieni a trovarmi, va bene, Jaf? Di qualunque
cosa si tratti, sai che....
Grazie mille, signore.
Dovevo andare. Ci alzammo. Charlie vol sulla sua spalla. Il vestibolo
era pieno di fringuelli che attendevano di essere trasferiti
in una delle stanze riservate agli uccelli. Appena sbarcati, erano
ammassati in piccole scatole, incurvati, i colli incassati, ammutoliti
dal cambiamento. Un'ondata di nausea mi infiacch, ma credo che
Jamrach non se ne accorse.
Prenditi cura di te, Jaf disse. E se hai bisogno di qualcosa,
vieni da me. Promesso?
Mi sentivo soffocare. Non vedevo l'ora di andarmene.
Promesso.
Mi strinse la mano con decisione, guardandomi intensamente
con occhi afflitti e umidi di lacrime.
Dovrebbe procurarsi una voliera, signor Jamrach.
Sorrise, guardando mestamente gli uccelli. So che queste casse
non sono il massimo disse qualche secondo dopo, ma che vuoi
farci? Lo spazio  quello che .
Apr la porta. Charlie, scivolatogli sul petto, si era acciambellato
come un cucciolo di cerbiatto, l'occhio tondo e ridicolo rivolto in
su.
Fuori, in strada, mi fermai a respirare l'aria pesante e a riflettere.
Dovevo andare a trovare la madre di Tim. Mi incamminai
lentamente, preoccupato, pensando che forse avrei fatto meglio a
tornare a casa. No, dovevo andarci. Probabilmente avrei incontrato
anche Ishbel. Quel pensiero mi devast. Avanti, che dirai?
Mettiamola cos, signora Linver. Almeno io sono tornato.
Forza, facciamola finita.
Ancora un momento.
Mi infilai nella cappella dei marinai. Non era cambiato nulla. Iefte
e sua figlia erano al solito posto, cos come il vecchio Giobbe e le sue
piaghe. Che accoglienza! Entrai in una specie di sogno. Spesi in candele
quasi tutto il denaro che avevo in tasca. Ora comincia il divertimento!
Cercher di non dimenticare nessuno. Decisi di cominciare
dai fratelli di Ishbel, ricordando il giorno in cui visitammo insieme
la cappella. Quel giorno... dove eravamo stati? Era forse il giorno in
cui aveva bisticciato con Tim, dopo la corsa sulle barche volanti? A
ogni modo, due candele per questi fratelli senza volto, straordinari,
irreprensibili, uno accanto all'altro. Comincio a contare: Joe Harper,
che costru la gabbia sul ponte, la cassetta degli attrezzi che scivolava
da una parte all'altra. Uno, e due: Rainey con il suo ghigno. Tre: il
capitano, ovviamente, uno studente in l con gli anni, pi che il capitano
di una baleniera. Quattro: ah, certo, Martin Hannah, col suo
pancione. Abel Roper. Sei tu? Sei tu, signor Roper? Ah ah ah! Siamo
a cinque. Sei. Per ciascuno di loro, una luce che prende vita, tremolante,
alta e diritta nella cappella raccolta. Gabriel. Amico mio. Yan,
con il secchio in cui vomitai. Billy Stock, indignato. A che punto
sono? Vediamo, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto? Nove:
oh, il signor Comeragh, una persona squisita. Il povero signor
Comeragh era stato morso dal drago. Che creatura antica e selvaggia! Ce
l'avr fatta a tornare a casa? Adesso sta passeggiando sulla sua isola
sabbiosa con quelle strane zampe arcuate, facendo guizzare la lingua
e dondolando la testa bassa? Nove: Wilson Pride, piedi piatti, occhi
iniettati di sangue. Dieci: Henry Cash, la testa come quella di una
foca mentre si tuffava sott'acqua. Undici: Felix Duggan, logorroico,
molesto. Dodici: Simon, ovviamente, con il suo violino. Chiss cosa
ne  stato di Simon e del capitano. E Sam, tredici. Sam Proffit, con
la voce che era un nastro d'argento. Dag. Dag Aamasson, che diede
la caccia al drago con me. Quattordici. Quindici...
Un vuoto. Ceravamo noi quattro, ovviamente, io, Dan, Tim e
Skip, ma ne mancavano due. Che sensazione orribile, non ricordare.
Come se, dimenticandoli, li condannassi per sempre al buio.
John Copper! Come avevo fatto a dimenticarlo?
Ne manca ancora uno. O forse ho sbagliato i conti? Ricomincio.
Uno, due, tre, quattro...
Avevo contato male. Non sarei mai uscito, se non avessi ricordato
tutti i nomi. Mi voltai sulla porta. Le venti candele bruciavano
indisturbate.
Era sabato. La signora Linver adesso viveva in Fournier Street,
e cos mi incamminai pigramente in quella direzione, le mani in
tasca, il colletto alzato. Imboccai Watney Street, passando davanti
alla nostra vecchia abitazione, cercando con gli occhi il signor
Reuben o la signora Regan, chiunque, ma il portone era chiuso
e nessuno era seduto sui gradini. Tre volte mi imbattei in gente
che conoscevo e tre volte fui costretto a fermarmi per scambiare
qualche parola, ricevendo altre pacche sulle spalle e felicitazioni
per essere sopravvissuto, mentre il mio volto veniva scrutato
nervosamente. Mi feci largo tra le puttane e i marinai ubriachi
che affollavano la Highway tra risate asinine, un'ilarit stridula,
violini che cigolavano dietro le porte. Un garzone, un uomo basso
e lercio che fumava una pipa corta e sporca, era fermo sulla porta
dello Spoony's. Ai miei tempi non c'era. Pensai di entrare a bere
qualcosa... a dirla tutta avrei voluto sbronzarmi e addormentarmi
sul pavimento finch una donna non mi avesse trascinato in un
angolo tranquillo per smaltire la sbornia. Ma c'era questa nuvola,
sospesa sulla mia testa: va' dalla madre di Tim. Devi farlo. Potrei
trovarci Ishbel. Ho sentito che adesso ha un lavoro, ma potrei
comunque incontrarla. Il suo viso uguale a quello di Tim. Non
c' modo di dimenticarlo. Il sapore della crostatina di lamponi.
Forza, Jaf, coraggio. Scendi al porto e salpa con la prima nave che
ti prende a bordo.
E cos giunsi su Fournier Street, dove alcune abitazioni erano
prive di civico. La casa della signora Linver si trovava accanto al
deposito di un bottaio, con tre gradini che salivano verso una porta
nera; sulla finestra al pianterreno, un manifesto pubblicizzava uno
spettacolo che si sarebbe tenuto al Gunboat quella sera. Ishbel apr
la porta. Vestita di nero, luminosi occhi castani, volto pallido, capelli
biondi appuntati dietro le orecchie. Un'occhiata, e non ressi
pi il suo sguardo. Spostai leggermente la testa.
Mi chiedevo se saresti venuto disse.
Ciao, Ish.
Fece un passo avanti e mi diede un abbraccio formale, sfiorandomi
per un istante la barbetta ispida con una guancia morbida.
Ges, ti prego, dammi la forza. Un tempo era pi alta di me. Adesso
siamo pari. Quando indietreggia, mi accorgo che in realt  pi
bassa di me di una decina di centimetri, sebbene indossi un paio di
stivaletti con il tacco.  cambiata.  il nero a conferirle quell'aria
solenne? Cos' per me, adesso? Non ne ho idea.
Be', guardati disse, sei cresciuto.
Anche tu.
La seguii lungo un corridoio scuro fino a una stanza che si apriva
su un lato.
Ho sentito che lavori.
Gi. Volt la testa, guardandomi da sopra la spalla. Il signor
Jamrach mi ha trovato un posto a Clerkenwell.
Ti piace?
Alz le spalle e apr la porta.
La casa era pi grande della precedente, con il soffitto alto e
la parete a bovindo, una grossa pianta rosa in un vaso bianco in
una nicchia, una cucina nera che occupava tutta una parete e un
assortimento di pentole in ottone accanto al camino. La signora
Linver, in pantofole, era seduta su una sedia a dondolo, con i piedi
appoggiati sul parafuoco.
Guarda chi c' disse allegramente Ishbel.
La signora Linver si alz di scatto, fissandomi. Un fazzoletto
sgualcito e appallottolato cadde a terra. Come osi tornare senza
di lui! url.
Non essere sciocca, mamma intervenne Ishbel, non  colpa
di Jaf.
Mi dispiace, signora Linver dissi con un filo di voce. Non ce
la facevo. Mi dispiace moltissimo.
Siediti, Jaffy. Ishbel mi spinse verso una sedia. Preparo un
t aggiunse, allontanandosi.
La madre mosse qualche passo affannoso nella mia direzione,
con i pugni serrati lungo i fianchi. Sembrava sfibrata. Si ferm a
pochi centimetri da me e, tremando, si abbass su un ginocchio
per guardarmi meglio in faccia. Era terribile reggere il suo sguardo.
So che non  colpa tua, Jaffy disse in fretta. Lo so perfettamente,
ma  dura, molto dura.
Gli occhi mi bruciavano.
 molto, molto dura ripet. Mi fissava ancora.
Avevo l'impressione che la testa stesse per esplodermi; provai a
parlare, ma la gola era bloccata.
Qualche minuto e il t  pronto disse Ishbel, tornando con
un tavolino.
Aiut la madre a rialzarsi, la riaccompagn alla sedia a dondolo
e le porse il fazzoletto appallottolato, tutto, apparentemente, con
un unico movimento continuo. Ogni centimetro del suo corpo,
ogni gesto, li riconoscevo, e allo stesso tempo erano
completamente diversi, la realt di ci che era pi simile a un sogno di quanto lo
fosse il suo ricordo,
Non  stato facile per la nostra Ishbel disse la signora
Linver senza mai staccarmi gli occhi di dosso, Ha dovuto prendere
il posto del padre, sai? Dopo la scomparsa del fratello... Saremo
sempre riconoscenti al signor Jamrach per averle trovato un ottimo
lavoro.
S, certo. Ishbel avvicin la sua sedia e vi si appollai, rigida
e dritta come una signora, le mani posate in grembo. Un seno da
donna aveva sostituito le piccole protuberanze a forma di limone
che ricordavo. Le mani erano sempre in pessime condizioni; le osservavo,
affascinato, mentre si muovevano e si stuzzicavano. Per
quanto strano possa sembrare aggiunse, non ce la passiamo cos
male. Tua madre come sta, Jaf?
Bene risposi. Confesso per che quando ho visto quel marmocchio
mi  quasi preso un colpo.
Oh, s. Sorrise. Il piccolo David.  dolce, vero? Ti somiglia.
Rischiai un'occhiata, ma Ish stava guardando la madre.
La signora Linver si sporse in avanti e prese la parola. Allora,
Jaffy, dicci tutto quello che hai da dire.
Mamma! fece Ishbel con voce tesa. Lasciagli almeno bere il t.
 tutto a posto replicai. Non ho problemi a raccontarvi ogni
cosa, solo che per me non  facile. Dovete capire.
Certo disse Ishbel.
Voglio sapere soltanto che non ha sofferto disse la signora
Linver. Voglio sapere se  stata una cosa veloce. Hai capito? Alla
fine. Solo questo voglio sapere. E voglio che mi racconti la verit.
Se n' andato prima del peggio risposi. Mentirei se dicessi
che non ha sofferto, tutti abbiamo sofferto, ma Tim se n' andato
prima del peggio.
Segu un lungo e doloroso silenzio. Non riuscivo a guardarle.
Si dice che sia stata sua l'idea di tirare a sorte disse la madre.
 cos, ma eravamo tutti d'accordo.
Alzai gli occhi; entrambe mi stavano fissando. Il sangue mi ronzava
nelle orecchie.
Non ha avuto esitazioni continuai. Non si  mai perso d'animo.
La madre spalanc gli occhi.
Mi ha pregato di dirvi che stava bene, lo so che sembra assurdo,
ma queste sono state le sue parole. Di' loro che sto bene.
Oh, che stupido! strill Ishbel, portandosi le mani al volto.
Che stava bene, e che non dovevate preoccuparvi.
Ishbel rise. Lo facemmo tutti, per un attimo.
Oh! esclam. Tipico di Tim, vero?
E un attimo dopo piangevamo.
Ha mantenuto il sangue freddo dissi. Davvero. Non credo
che al posto suo sarei riuscito a fare altrettanto.  stato... La voce
mi manc.
La signora Linver si soffi il naso.
Mi dispiace, signora Linver, ma non c'era nulla che potevo
fare per migliorare le cose. Io ero l e Tim era morto, e tra noi, per
sempre, l'orrore di quel che era stato di lui e di ci che io avevo
fatto. Continuavo a ricordarla, la pressione del dito sul grilletto.
Ishbel si asciug le guance con le mani. Vado a prendere il t
disse, alzandosi di scatto e allontanandosi a passo svelto. Era un
supplizio, ero pietrificato come un insetto nell'ambra e avrei voluto
scappare.
Davvero dissi,  stato molto, molto coraggioso.
Parole vuote.
La signora Linver annu, aggrottando con forza la fronte e
spostando lo sguardo sul fuoco. I tizzoni pulsavano. I suoni della gente
in strada sembravano venire da un sogno, riecheggiando come in
una conchiglia. Per un istante, pensai che sarei svenuto.
Bella pianta dissi, disperato. Fiorisce in estate?
Oh, s, molto bella rispose affranta la signora Linver. Magnifici
fiori rosa.
Ishbel torn con il vassoio del t, camminando all'indietro per
aprire la porta. Balzai in piedi per aiutarla. Arross.
Posalo pure l, Jaffy. Grazie.
Si aspettavano altro da me? Tutte le cose che avrei potuto raccontare,
le cose sulle quali avevo cercato disperatamente di non
soffermarmi. Doveva durare ancora tanto?
Ma lo stelo si sta affusolando continu la signora Linver pensosamente.
Cosa? Ishbel si sedette.
La pianta.
Oh, s, devo ricordarmi di sfrondarla. Ishbel mi rivolse un
sorriso radioso, come se quella fosse una banale visita di cortesia.
Grazie per essere venuto, Jaffy.
Figurati.
Non riesco a immaginare quanto deve essere stato terribile per
te.
Almeno respira ancora intervenne la madre.
Be', grazie a Dio.
Ishbel mi vers il t. Ti ho gi detto che sto per prendere marito?
chiese senza guardarmi.
Ovviamente.
Davvero?
Mi porse la tazza.
 un chiattaiolo, lavora al Surrey Dock.
Oh! Auguri!
Grazie. Pass una tazza e un piattino alla madre. Si chiama
Frank,  una brava persona disse, sedendosi e mescolando il suo
t. Ero impietrito. E tu che mi dici, Jaffy? Che farai, adesso?
Io? Non ho ancora deciso.
Oh, be', non c' fretta.
Nessuno disse niente mentre sorseggiavamo il t. Dovevo andarmene.
Com' questo posto dove lavori? chiesi, ma la voce mi usc
fredda.
Oh, passabile. Pos la tazza sul tavolino. Troppo caldo. Aggrott
la fronte.
 faticoso? chiesi.
La fatica non mi spaventa. Mi guard con la coda dell'occhio,
con un mezzo sorriso sulle labbra. Distolsi lo sguardo. Il problema
 che mi annoio.
Succede.
Il fuoco sibilava.
Non mi ci vedo a restare sulla terraferma dissi, sorprendendo
me stesso.
Sei impazzito? Rise.
Forse.
Hai ogni diritto di esserlo. Riprese la tazza di t e ci soffi sopra.
Oh, il posto dove lavoro non  cos male, ma credo che darei
di matto se ci restassi troppo a lungo.
Non azzardarti a lasciare quel posto! sbott la madre. Dopo
che Jamrach ha messo una buona parola per te!
Oh, il signor Jamrach mi conosce ribatt Ishbel con leggerezza,
prima di voltarsi verso di me. Sai che avevo un lavoro fisso
all'Empire?
Davvero?
Davvero.
I nostri sguardi si incontrarono per un istante. Lessi confusione
nei suoi occhi, ma non immagino cosa lei vide nei miei.
Si sono presi cura di noi mi disse la signora Linver, annuendo
con gratitudine e avvicinando la tazza al mento.
Il denaro del signor Fledge.
S,  vero. Ishbel sorrise garbatamente. Non  strano? Poi
il viso si contrasse in una smorfia, come quella volta, tanti anni fa,
che inciamp sbucciandosi le ginocchia. Pos la tazza con una tale
forza da spaccare il piattino. Merda! sibil.
Il t si rovesci sulla tovaglia.
Oh, Ishbel! la rimprover la madre.
 solo un sottocoppa sbott lei.
Mi sporsi in avanti per aiutarla a pulire, ma mi diede uno schiaffetto
sul dorso della mano. Le lacrime adesso fluivano furiose, facendola
sussultare.  un peccato che non abbiate trovato il drago
disse con voce strozzata.
Maledetta sia quella creatura. Maledetti lei e i demoni che aveva
richiamato. La nostra superstizione.
Permettimi di aiutarti le dissi, sporgendomi di nuovo verso la
tovaglia imbrattata.
Oh, lascia stare! Ishbel si appoggi pesantemente allo schienale
della sedia.
Tranquilla, amore mio, non fare cos disse la madre, ma scoppi
a piangere anche lei. Era troppo. Mi alzai.
Devo andare.
S disse Ishbel, non  per niente facile.
La signora Linver si succhiava le nocche e singhiozzava rumorosamente,
gli occhi serrati.
Mi dispiace, signora Linver ripetei in un soffio, ma lei mi fece
cenno di andare.
Ishbel si alz. Ti accompagno alla porta.
Nel corridoio buio mi gett le braccia al collo e mi baci con
passione sulle labbra.  stato cos bello rivederti, Jaffy! Rideva e
piangeva. Non riuscivo a vederle il volto. La strinsi di nuovo a me.
Dio, Ishbel biascicai. Avvertivo sul petto la pressione del seno
morbido e caldo.
Io ti capisco disse, dev'essere stato un inferno.
Dio. Non volevo lasciarla andare. Lei incarnava tutte le cose
buone che avevo bramato sulla barca. Avrei voluto spremerla.
Povero, povero Jaffy canticchi, dondolandosi con me e accarezzandomi
la nuca. Dur per alcuni lunghi secondi, ma poi ci
staccammo e raggiungemmo la porta a passi malfermi, come se fossimo
ubriachi.
Torna quando vuoi, va bene? Faremo una chiacchierata come
si deve disse, aprendomi la porta. Domani ricomincio a lavorare,
non avr un attimo di tregua fino a venerd. Potremmo vederci
sabato al Malt Shovel.
Chiss.
Ci vediamo presto, allora disse. Sorrise e mi diede un ultimo
bacio, con le lacrime che ancora le scorrevano sul volto. Mi incamminai,
confuso, verso la Highway, dove le urla dei marinai e dei
carbonieri iniziavano a diffondersi nell'aria del tardo pomeriggio.
Entrai in una taverna e mi ubriacai con un marinaio di Napoli, che
per tutto il tempo imprec e si gratt furiosamente le punture degli
insetti sulle braccia, fino a farsele sanguinare. Camere luride, disse,
sputando. Cibo schifoso e ragazze schifose.
Puoi dirlo forte dissi. Schifoso, tutto schifoso, e comprai
ancora da bere. Non sarei mai potuto tornare.
Ho ucciso un amico confessai al marinaio italiano.
Agit un braccio in segno di perdono, come per dire: non lo
abbiamo fatto tutti? Aprii la bocca per raccontargli altro, ma non
potevo. Non dovevo pi vederla. Era fidanzata. Non aveva senso.
Avrei soltanto complicato le cose.
I bagarini e le puttane avevano notato la mia generosit e mi ronzavano
intorno, ma avevo gli occhi ben aperti. Verso mezzanotte tornai
a casa in carrozza. Mi infilai sotto le coperte, con la testa che mi
girava e la bocca secca, e il cuore malato e gonfio come un pallone.
Mi dicono che sono rimasto in mare sessantacinque giorni.
Non  facile riprendersi da un'esperienza simile. La notte, al
buio, restavo sveglio, e sapevo di non essere realmente tornato,
ero ancora disperso e lo sarei stato per sempre. Galleggiavo in un
flusso temporale gorgogliante. Mi rintanai. Non andai all'appuntamento
con Ishbel. Mi sped una lettera, ma la ignorai. Era dispiaciuta
di non avermi visto al Malt Shovel, sperava che stessi bene.
Che dire, era proprio una ragazza dal cuore d'oro. Tornai a letto
con l'intenzione di non alzarmi pi. Stavo a casa di mia madre, al
piano di sopra. Non facevo che dormire, bere, starmene seduto a
scribacchiare il mio testamento, che stracciavo in continuazione.
I suoni provenienti dalla strada mi rilassavano. Il livido mi faceva
male, un livido permanente sul braccio destro, provocato dalla
stretta di Tim sulla barca. Avrei dovuto mostrarglielo. A Ishbel.
Di tanto in tanto mi affacciavo alla finestra per osservare i tetti
gelati. Sogni, vita, pensieri, notti e luci si fondevano nella mia testa,
ridotta a una bolla di sapone sul punto di scoppiare. La mia mente
girovagava oltre le nuvole, catturata in estasi di estenuante piacere.
La testa, un abisso. L'universo mi opprimeva.
La mamma saliva spesso in camera, infastidendomi, e ogni volta
la mandavo via. Aveva incontrato la signora Linver, raccont un
giorno, e la signora Linver le aveva detto che sperava che stessi
bene e che Ishbel mi mandava un forte abbraccio. E lei che ne sapeva?
Era solo un'espressione di cortesia. A ogni modo, non sapevo
dove abitasse Ishbel, se voleva vedermi avrebbe dovuto prendere
l'iniziativa. Ma non lo fece mai, e io nemmeno, e comunque ero
troppo stanco per fare, o persino pensare, qualunque cosa. Qui, in
questo mondo, il passato non contava. Non mi conosceva pi nessuno.
Eccetto Dan. Ma Dan era tornato dalla sua famiglia. C'era un
drago tra noi, ma non potevamo nominarlo. Sembrava ancora che
ogni cosa fosse stata causata dalla sua fuga. A che serviva spiegare?
Era inutile. Come avrei potuto tornare al lavoro come se nulla fosse
successo?
David aveva la cattiva abitudine di mettere sottosopra le mie
cose ogni volta che entrava in camera. Avevo conservato prove del
mio calvario - riuscite a crederci? Un pezzo di spago, un brandello
di vela, alcune falangi. Una apparteneva a Tim, le altre avrebbero
potuto essere di chiunque. Non aveva importanza. Il resto ci era
stato tolto a bordo della Quinteros.
Levati dai piedi gli dissi.
David, lascialo in pace. Mia madre.
Voci di sotto. I suoni normali della vita.
Un peso mi schiacciava il petto. Lasciavo la camera solo se non
sentivo volare una mosca. La mamma mi serviva il pranzo a letto,
pietanze che sulla barca avevo agognato, e che ora piluccavo appena.
Mi scombussolavano lo stomaco. Insisteva perch scendessi, si
sedeva sul letto e mi accarezzava i capelli, diceva che la gente faceva
domande sul mio conto e mi mandava saluti. Ti va un bell'ovetto
sodo? chiese.
Non sono un bambino ribattei. Tornai a galleggiare nel flusso
temporale, giorno e notte, luce e buio, suono e silenzio, la mia stanza
e la barca che procedevano affiancate, e tra loro nulla. Giacevo
sul letto come un porcospino in pieno inverno, acciambellato in
cerca di calore, e l'universo andava avanti nonostante la mia apatia
come la volta celeste sopra il cielo, come il mondo d'aria sopra gli
abissi marini. Ogni volta ne uscivo solo per sprofondarvi di nuovo.
Compresi la saggezza dei cani e dei gatti anziani che ammazzano
il tempo dormendo. Ero in questo stato anche quando, di tanto in
tanto, mi affacciavo timidamente in strada per assecondare la mamma,
quando sedevo a tavola e piluccavo il cibo, quando portavo il
carbone in casa, quando badavo a David. Prendermi cura di David
era un gioco da ragazzi. Era un bambino mite, sul quale esercitavo
un forte fascino; mi studiava attentamente il volto, aggrottando la
fronte, pensieroso, traendone enorme soddisfazione. Quando non
era impegnato a osservarmi, chiacchierava felicemente con Dob,
un trenino di legno lungo e rosso che gli aveva costruito Charley
Grant. Diceva qualche parola, non solo mamma e pap, ma
anche calzoni, casetta, cagnolino, bimbo, bere, pioggia.
E no, che ripeteva spesso. Il resto erano farfugliamenti senza
senso. Badare a David mi metteva in buona luce con la mamma,
e ci riuscivo piuttosto bene nel mio stato di torpore, al punto che
fu la mia occupazione per la maggior parte del tempo che trascorsi
a lasciarmi trasportare dalla corrente, protetto dalla soffice coperta
dell'indolenza, noncurante, in una noia folle, nel tepore. Il panico
si agitava come una balena appena pi sotto.
Una sera andai allo Spoony's, dove venni accolto come un figlio.
Bob Barry sedette al mio tavolo e offr da bere, volti noti che mi
sorridevano, altri, anonimi, che carpivano brandelli della mia storia
e si voltavano dalla mia parte. Ero l'uomo del giorno. Dio solo sa
come tornai a casa, avevo fatto il pieno di birra. Allo Spoony's c'erano
due nuovi garzoni, un omone grande e sporco e un ragazzino
di circa nove anni, che mi era stato addosso tutta la notte. Ricordo
il suo viso nel turbinare di immagini nel locale. Ero seduto al
centro del tavolo, da solo, quando improvvisamente la sua faccia
schiacciata e curiosa comparve davanti alla mia. Ciao, signore!
Un sorriso radioso.
Ciao risposi.
La vuoi una pipa?
Riflettei sulla proposta. Una pipa. Non era una cattiva idea.
Si allontan di corsa, felicissimo, e torn con una pipa di schiuma
piena di tabacco, intagliata a forma di donna nuda, con curve
generose. Il ragazzino me la infil sollecitamente tra le labbra e
l'accese tra mille attenzioni. Tirava che era una meraviglia e mi
riemp i polmoni di calore.
Lo ringraziai.
Signore. Fece un passo indietro. Com' stato?
Mi appoggiai allo schienale della sedia, soffiando un esile filo di
fumo.
Cosa? domandai dopo qualche secondo. A quale parte ti riferisci?
Non so. A tutto.
Tutto? Scoppiai a ridere.
Molto pi tardi, mi disse quello che voleva sapere ricorrendo a
un giro di parole. Che sapore aveva? Somigliava alla carne di maiale?
 questo che aveva sentito.
Un po' dissi.
Era buona?
Non risposi.
Non me lo dirai?
No.
Voleva una storia. Una storia dell'orrore. La mia  terrificante.
Ma non la racconter in giro. Il ragazzino non capisce: non  quel
tipo di storia, niente orrore, solo dolore da sopportare. Troppo da
dire. Che ne far della mia storia?
Dovr conviverci.
Cos tornai a casa, barcollando, e mi infilai a letto, e se qualcuno
fosse passato a trovarmi mi sarei rifugiato sotto le coperte. Ma non
venne nessuno. La follia garantisce una certa libert, non dovete
giustificare quello che fate. Il mondo mi doveva un po' di pace. Affondai
di nuovo la testa e lasciai che i pesciolini mi mordicchiassero
il naso. Oh, dolce sonno, dolce, dolce, dolce...
Andai avanti cos per circa otto mesi. Un giorno, a met di questo
periodo, venne a trovarmi Dan. Stavo sonnecchiando sul letto,
quando entr e mi diede un calcio al piede. Basta poltrire disse.
Mi alzai sui gomiti.
C puzza osserv. Ti ho portato una cosa.
Uno scrimshaw, sul quale era intagliato un pappagallo.
 di tricheco disse. Ho pensato potesse piacerti.
Bello. Lo rigirai a lungo tra le mani.
Come va, ragazzo? Tua madre dice che non stai granch bene,
ultimamente.
Ha ragione. Credo di essere ancora stanco dissi sbadigliando.
Dan rise. Non c'erano sedie in camera, cos si accomod sul
pavimento, sotto la finestra, con il cappotto piegato dietro la testa.
Pesc dalla tasca una borsa piena di tabacco dolce, e restammo
seduti a fumare finch le ombre negli angoli della camera si fecero
blu. A volte Dan sembrava piccolo, vecchio e deforme, ma il modo
in cui sedeva e fumava gli dava una strana aria giovanile, e i capelli
erano ancora forti. Per aveva una brutta tosse.
Gli chiesi: Come va? Com' la vita sulla terraferma?.
Sorrise e disse: Perfetta.
Quanto restammo seduti? Mezz'ora? Non credo di pi. Non parlammo
molto. Mi disse che si sarebbe dedicato ai figli e allo studio
della storia naturale, e mi chiese cosa avrei fatto io. Non lo sapevo.
Abbiamo una responsabilit, noi due. Il viso era indistinto, ma
riuscivo a vedere il fumo che spumava dalle narici.
Non ci provare dissi.
Rise. So cosa si prova, ma sono pi vecchio di te. E questo
conta qualcosa.
Saggezza? Ah! sbuffai. Quando mi guardo intorno, Dan,
non vedo molti uomini vecchi e saggi.
Rise di nuovo. Chi ha parlato di saggezza? Sto solo dicendo
che la differenza di et conta. Siamo sopravvissuti, abbiamo il dovere
di sfruttare al massimo questa cosa.
Ero stufo marcio della gente che mi diceva quanto fossi fortunato.
Non mi sentivo fortunato. Se c'era un dio, pensavo, doveva
essere perverso. I morti, tutto quel dolore, la paura, e nessuno che
meritasse quella fine.
Ascolta dissi, non c' nessun senso.  il destino. Casuale, insensato.
Non c' altro modo di vederla. Sentivo crescere la rabbia.
C' mancato poco che non mi imbarcassi. Qualcun altro avrebbe
potuto prendere il mio posto. Te lo ricordi George, quello che 
restato a Capo Verde? Destino! Lui  vivo e gli altri sono morti.
Tutto qui. Destino cieco.
Era il discorso pi lungo che avessi fatto da quando ero tornato.
Adesso la testa di Dan era completamente nascosta dal fumo.
Hai ragione disse.
Restammo in silenzio per un po'. La stanza era sempre pi buia,
e il profumo di zuppa saliva dal piano di sotto.
Che fare, dunque? Era invisibile. Moriremo? Un accesso di
tosse. O vivremo?
Un lungo silenzio.
Le carte sono sul tavolo disse. Sta a te, ora.
Sentivo di dover dire qualcosa. Sarebbe questa la mia responsabilit?
S.
Ero stanco. Mi sdraiai e chiusi gli occhi.
Sto per andarmene disse.
Non riaprii gli occhi. Dan emise un grugnito e si alz. Queste
povere ossa. Sospir.
Rimase fermo per un istante, come se si aspettasse che dicessi
qualcosa, ma non parlai. Poi disse: So come ci si sente. Anch'io ne
sono affetto... la malinconia.
Non dissi niente.
Una sera di queste dovresti venire a cena da noi. Quando ti
sentirai meglio.
Grazie, verr risposi.
Ma non credevo sarebbe successo presto.
Una mattina, le note di Santy Anno suonate da una concertina.
Sopra i tetti. Verso il fiume, verso la Highway. Inverno e primavera
alle spalle, l'estate in tutto il suo splendore. Uscii a fare due
passi, seguendo il suono, ma del musicista nessuna traccia, forse
si era allontanato, non lo so. Continuai a gironzolare, fermandomi
di tanto in tanto a guardare il fiume. Le note di Santy Anno mi
risuonavano ancora nella testa, e in quel momento decisi che avrei
comprato una concertina e avrei imparato a suonarla. Fu molto
pi di un pensiero ozioso, fu una sorta di impulso, tant' che per
poco non mi misi a correre su per Rosemary Lane, dove vendevano
gli strumenti di seconda mano. Ma stare a guardare il maestoso
clipper che scivolava sull'acqua come un cigno era cos piacevole
che non ne feci niente. Vedevo i marinai che si affaccendavano
sulla tolda e sul sartiame, e improvvisamente ebbi l'impressione
che sotto i miei piedi ci fossero le assi di un ponte. E poi alcune
immagini mi balenarono davanti agli occhi, prima un tramonto
insanguinato, luminoso e meraviglioso, pi di quanto un cuore
potesse sopportare, poi l'esplosione di un cuore rosa che palpitava
in un secchio mentre la barca rollava; e infine Tim, sempre uguale,
il mio stravagante amico. A volte mi trattava male, ma credo mi volesse
bene. Sognavo a occhi aperti. Non so come trascorse il resto
del giorno. Quando mi ritrovai a casa, l'ora tarda mi sorprese. Le
conchiglie della mamma erano in fila sul davanzale; David, dietro
la finestra, mi sorrideva con il moccolo al naso. Aveva un sorriso
adorabile. Mi riport alla mente la grande ondata d'amore che
avevo avvertito sulla barca, quando avevo pensato che non sarei
pi tornato a casa. Mi riemp. Mi terrorizz. Oh, la mia Londra.
Che spreco. E io sono ancora qui. Salii direttamente in camera, mi
infilai vestito nel letto, tirai le coperte sulla testa e rimasi sdraiato
al buio. Il cuore batteva forte e spaventato nell'orecchio poggiato
sul cuscino. Finch vivo, non sar mai saggio. Non capir mai
perch  successo, non capir mai dove sono finiti, tutti quei volti
che vedo chiaramente nel buio. Non c' altra soluzione, solo: o
vivi o muori. Ogni momento  una bolla che scoppia. Avanti, un
passo alla volta, un arcobaleno di pietre sulle quali camminare,
ognuna che esplode piano quando viene toccata. Finch un piede
non trova il vuoto. Fino ad allora, la vita.
Un movimento nella stanza, un topolino che zampettava. Aprii
gli occhi e tirai fuori la testa da sotto le coperte. Mia madre, ferma
sulla porta, con una candela in mano. Scendi a mangiare un boccone,
Jaf? disse.
Stavo per rispondere no, invece chiesi:  pronto?.
Fra un attimo.
Lasci la candela in camera e and via senza chiudere la porta.
Mi sedetti sul bordo del letto e sbadigliai fino a lacrimare. Avevo
freddo. Scesi di sotto, dove mi aspettavano un fuoco caldo e il cibo.
Queste aringhe sono deliziose disse Charley Grant mentre mi
accomodavo a tavola. Prendi. Spinse il tagliere verso di me.
Aringhe affumicate, fritte nella farina d'avena.
Stavamo pensando cominci la mamma, che una mattina di
queste dovresti andare con Charl al mercato del pesce. Tanto vale
imparare questo mestiere, se non hai altro da fare.
Bene dissi, ma oh, mio Dio, pensai quella notte, sotto le coperte,
devo trovare qualcosa o finir per restare con la mamma e
Charley e morire dietro un banco dei pesci. Quali erano le alternative?
Pesci. Garzone d'osteria. Sarei stato un'attrazione niente
male. Il garzone cannibale. Riprendere a lavorare da Jamrach. Tornare
in mare.
Tornare in mare.
L'indomani mattina andai a trovare Dan Rymer. Doveva aver
guadagnato bene nel corso degli anni, in un modo o nell'altro. Viveva
in una grande casa a schiera in una zona elegante di Bow, con
una ringhiera nera davanti e alcuni gradini che scendevano in un
cortile, dove un grosso gatto bianco e nero meditava accucciato.
Venne ad aprirmi una ragazza scarmigliata, in grembiule, sui quattordici
anni. Sei Jaffy Brown disse.
Come lo sai?
Ti riconoscerei anche se fossi cieca rispose. Non fa che parlare
di te. Capelli ricci, pelle scura. Sei tu.
Non fa che parlare di me?
Esatto! L'uomo migliore con cui abbia mai navigato! Dai, entra.
Le pareti del corridoio erano coperte di arazzi, orologi e maschere
provenienti da ogni angolo del mondo. Alcuni bambini entravano
e uscivano correndo da una porta aperta.
Di l disse. Entrai. C'erano tavolini e grosse sedie imbottite,
una parete di libri, rose sparse sul tappeto e un grosso cane dall'aria
seria che non aveva alcuna intenzione di allontanarsi dal fuoco
davanti al quale era comodamente stravaccato. Sul davanzale interno
della finestra due inseparabili in gabbia, appollaiati petto contro
petto, osservavano ogni cosa. C'erano bambini, chiassosi, non
ricordo quanti o chi fossero, ma non fecero caso a me fino all'arrivo
di Dan, che mi abbracci forte, come un figlio che non vedeva da
tanto tempo. I bambini ci accerchiarono, curiosi, persino il cane si
alz. Era strano vedere Dan a casa. In quei giorni si stava facendo
crescere una bella barba da marinaio.
Alice! chiam a gran voce. C' Jaf! E un istante dopo apparve
Alice, la stessa donna che un mattino di molto tempo prima
avevo visto al Greenland Dock (il profumo dell'aria mattutina,
pece, sudore, birra, Tim e io, Ishbel che ci salutava, scarpe rosse,
scialle nero). Mi sorrise e mi diede un bacio sulla guancia.
Finalmente disse con voce calda. Grazie per averlo riportato
a casa, Jaffy.
Si sbaglia, signora mormorai.  stato lui a riportare a casa
me.
Aveva labbra larghe e sottili, il volto spigoloso, e un accenno di
rughe agli angoli degli occhi. Era molto cordiale. Gli occhi castano
scuro erano fermi e intelligenti. Pensala come vuoi disse, lo hai
riportato a casa.
Una delle ragazze arriv con il t. Mi sentivo al centro
dell'attenzione, ma ormai ci avevo fatto il callo - dopotutto, ero il ragazzo
cannibale. C'erano tutti e otto i figli di Dan, dal pi grande - un
quindicenne indolente con capelli color paglia - al pi piccolo,
un bimbetto bavoso che si mordicchiava il pugno sulle ginocchia
della sorella. Erano tutti nella stanza, chi in piedi, chi seduto, e si
limitavano a guardare. Feci l'occhiolino a uno di loro, un bambino,
che arross e distolse lo sguardo. Dan li allontan con un gesto
della mano e mi fece accomodare sulla sedia pi grande, accanto al
fuoco. Lui prese posto di fronte a me. Si sporse in avanti, con un
grosso sorriso sulle labbra, e sfreg un fiammifero sulla parete del
camino. Il cane gli annusava pensosamente un ginocchio, e venne
ricompensato con una carezza sul collo nero e flaccido. La moglie
vers il t.
Zucchero? chiese, con il cucchiaino in mano.
Tre, grazie.
T dolce per un ragazzo dolce. Sorrise. Quando si sedette, il
modo in cui tir la gonna sulle gambe, il modo in cui raddrizz le
spalle e port la tazza alla bocca con un lungo movimento elegante
mi ricordarono le ragazze che avevo visto ballare al Paddy's Goose
e all'Empire.
Avrei voluto dirle: Dan non faceva che parlare di te. Era diventata
una specie di barzelletta, lui e la sua Alice. Ma era tutto strano.
Non potevo. Qualcosa non andava. Alice mi chiese educatamente
della mamma e della sua nuova famiglia, e se avessi avuto il tempo
di riflettere su cosa avrei fatto nell'immediato futuro, e io scoppiai
a ridere dicendole che avevo l'imbarazzo della scelta. Parlammo un
po' di tutto e di niente, finch Alice si alz e radun la prole. Era
sicura, disse, che Dan e io avessimo qualcosa da dirci.
Volete altro t? chiese dalla porta.
Brandy rispose Dan.
E brandy sia.
Il brandy era buono. Restammo seduti accanto al fuoco, fumando
e sorseggiando, sereni. Ricordo poco di quella conversazione.
La tua Alice  molto bella dissi. Incantevole.
Annu. Sono stato fortunato. Dio solo sa come ho fatto.
Hai molti libri.
Si volt a guardarli. Storia naturale disse.
Mi alzai per dare un'occhiata. C'erano opere di Charles Darwin,
Alfred Russel Wallace, Charles Lyell e Thomas Huxley, anche se
allora non conoscevo nessuno di quegli scrittori, a eccezione di Darwin,
per via del tomo voluminoso che per anni aveva fatto bella
mostra di s nell'ufficio del signor Jamrach. Un intero ripiano era
riservato alle carte e agli appunti di viaggio di Dan: il resto erano
volumi di animali, uccelli, pesci e piante, e libri sul mare. Ne sfogliai
qualcuno. Uccelli d'America di Audubon. Illustrazioni stupefacenti.
Prendilo disse Dan.  tuo.
Era un oggetto meraviglioso, l'odore che aveva, la sensazione
sotto le dita. Lo tenni sulle ginocchia per tutto il tempo, continuando
ad accarezzarlo. Sull'uscio, al momento dei saluti, un raggio di
sole sbucato da chiss dove balugin sulla copertina.
Torner in mare dissi.
Dan annu. Probabilmente  la cosa migliore da fare, al momento.
Il mare d a un uomo il tempo di pensare.
Sollevai il libro. Lo custodir gelosamente.
Ma va l! disse, dandomi uno spintone.
Scesi al Victoria Dock, mi guardai intorno e mi arruolai su una
nave diretta in Spagna. La mamma mi diede uno schiaffo quando
glielo dissi.
Come osi! strill. Come osi farmi questo?
Mamma dissi, con le lacrime agli occhi, un fulmine non colpisce
mai due volte lo stesso punto.
E tu che ne sai!
Provai a farla ragionare. Senti, mamma, domani potrei essere
travolto da una carrozza. Se ci pensi razionalmente...
Non parlarmi di razionalit sbott, e per un istante fui dispiaciuto
per lei, ma era troppo tardi. Mancavano due giorni alla
partenza.
Mamma dissi, mettendole le mani sulle spalle, devo fare qualcosa.
 solo la Spagna. Il mare d a un uomo il tempo di pensare.
Ah! Non ti sono bastati i mesi che hai trascorso in questa
casa? chiese con amarezza, alzando lo sguardo al soffitto.
Ma si calm, come accadeva sempre, e poco dopo si fece in
quattro per portarmi a tavola zuppa e pane. Non disse pi nulla
riguardo alla mia partenza.
Il capitano sul ponte ci chiama
domattina salperemo
e le donne che amiamo
afflitte e affrante lasceremo.
Non piangere per me
vado verso terre lontane
e gioie infinite
e scroscianti fontane.
 strano quanto sembrino tristi questi versi.
Due giorni dopo ricominciai a girare il mondo, e furono altre
avventure, e ragazze e buoni amici. Comprai una concertina e imparai
a suonare Santy Anno. La caccia alle balene era ormai
tramontata; a ogni modo, avevo abbandonato quel mondo. Adesso mi
imbarcavo solo su mercantili e clipper, basta lunghi viaggi. Andai
in Spagna, in Olanda, sulle coste baltiche, persino ad Alessandria,
e tornavo abbastanza spesso a casa. Rividi Ish una volta o due; i
nostri incontri furono cordiali ma strani. Una volta la vidi insieme
al fidanzato, un uomo di bell'aspetto, pi alto di me. Odiavo incontrarla.
Me ne tornavo a casa e mi infilavo nel letto, con la testa
sotto il cuscino e una forte emicrania. Ero sulla buona strada per
diventare uno di quei burberi marinai che scendono sulla terraferma
solo per dilapidare il proprio denaro. Solo che io scoprii una
predilezione per lo studio.
 Note.
5. Qualit di peperoncino rosso dei Caraibi molto piccante. (N.d.T.)


Capitolo 16.

Ci sono svolte e deviazioni, un groviglio di lana che andrebbe
sbrogliato e avvolto in un gomitolo, ma non lo faccio.  una zuppa
in cui galleggia di tutto, cose che non c'entrano, cose perdute,
conseguenze.
Rotoliamo dentro e fuori, onde di tempo e sensazioni che battono
la riva all'infinito, onde che diventano increspature, sempre pi
piccole e fiacche, fino a che sopraggiunge il sonno.
A volte torniamo nei luoghi del nostro passato.  cambiata, la
Highway, come si cambia in volto, anche se sotto si intuisce la faccia
di prima e quella di prima ancora.
C' una canzone, probabilmente la conoscete:
Oh, io sono un cuoco e un comandante ardito,
ufficiale in seconda d'un brigantino,
un nostromo sbronzo e anche un cadetto,
di una lancia l'equipaggio perfetto.
Dio solo sa quanti versi sono. Una volta sentii un uomo cantarla
tutta sul palco dell'Empire: avreste dovuto vedere come si sbellicava
il pubblico.
Incredibile, vero? Il teatro viene gi se canti questo pezzo, mi
disse tempo fa qualcuno. Probabilmente  vero.
Fu sulle nostre coste
da Deal a Ramsgate, l vicina,
che mi ritrovai solo su una roccia
un lupo di mare vecchio e in rovina.
Sapete di che parlo. Da queste parti ne trovate a bizzeffe di vecchi
lupi di mare con una storia da raccontare. Ne hanno viste di cose, gli
uomini e le donne della Ratcliffe Highway. Non badano a me.
Nel corso di una delle mie passeggiate lungo il fiume mi imbattei
nella signora Linver che usciva dalla bottega del pane raffermo. A
dirla tutta andai a sbatterle contro e quasi la feci ruzzolare a terra.
Era diventata una strana vecchietta, gli occhi sempre sbarrati
e furiosi, ma i capelli crespi si erano diradati e non erano pi cos
lucenti.
Oh, Jaffy disse, non sei pi tornato a trovarmi!
Era passato tanto di quel tempo. La sua accoglienza mi spiazz.
Sono quasi sempre in mare risposi, muovendomi a disagio. In
realt, ero molto felice di vederla. Dio solo sa perch. Era uguale ai
vecchi tempi, ecco perch.
Be', potresti fare uno sforzo una volta ogni tanto disse. Non
ci vuole molto.
Non so che dirle, signora Linver cercai di giustificarmi. Credevo
non volesse pi vedermi.
Non dire sciocchezze. Spost stizzosamente il paniere da un
braccio all'altro. Non pensarci pi a quella storia e si allontan
pestando i piedi.
Ges, quelle parole mi fecero piangere. Le corsi dietro. Come
sta, signora Linver? chiesi. Posso portarle il cesto?
Troppo tardi brontol, ma io insistetti e la seguii fino a casa,
su Foumier Street. Entrai, accesi il fuoco, preparai il t e per un
po' restammo seduti a berlo. Provavo uno strano affetto per lei,
dolorosamente grato che tollerasse la mia presenza.
Neppure lei viene mai a trovarmi disse.  sempre la solita.
Non avr tempo.
Ce l'ha eccome, per non si fa vedere. Troppo impegnata a dormire
per non sciupare la sua bellezza. Ha ricominciato a cantare.
Ah, s? Dove?
Oh, chi lo sa. Al Goose, credo.
 sempre fidanzata?
Certo che s rispose, compiaciuta come se stessimo parlando
del suo amante.  un chiattaiolo. Ha la testa sulle spalle.
Andai al Paddy's Goose, anche se non ne avevo nessuna voglia
- furono i piedi a portarmici. Ishbel, delicata e alticcia, era seduta
a un tavolo affollato e ridacchiava, con le lacrime agli occhi. Non
la vedevo da quella volta, quando mi aveva baciato nel corridoio di
casa tutta rigida e impacciata. Mi feci largo tra la ressa e mi sedetti
al suo fianco.
Ho visto tua madre le dissi.
Si gir e mi sorrise, il volto splendente, gli occhi assonnati. 
Jaffy disse, appoggiandosi alla mia spalla e infilandosi una nocca
in bocca, il mio caro Jaffy. Il modo in cui si accasci, lo sguardo
scombinato e fisso. Sbronza. Adesso che ero l non sapevo che fare.
Domattina presto parto dissi.
Signore, rote gli occhi, come ai vecchi tempi.
Le misi un braccio sulle spalle. Dov' il tuo Frank?
Una folla sgomitava dietro di noi, i boccoli le si muovevano appena
sotto la nuca.
In giro. Si guard distrattamente intorno. Il mio caro, caro
Jaffy sussurr. Il bacio che mi diede fu caldo e appassionato, brusco
e incauto come quello di una bambina. Non preoccuparti, Jaf,
non gli seccher se ti bacio disse, continuando a piangere. Si tir
indietro e si asciug le guance con le mani.
Perch piangi?
Io? Rise. Non sto piangendo! Le cose vanno alla grande,
tesoro. Ho mollato il lavoro confess. Non lo sopportavo. Una
perdita di tempo. Qui guadagno molto di pi. Guardami, angelo.
Ingoll il bicchiere d'un fiato, come se fosse abituata a quel gesto,
poi balz in piedi e si diresse verso le altre ballerine. Il violinista,
un musicista meno dotato di Simon Flower, stava suonando un
valzer. Che spettacolo era, questa ragazza, il modo in cui attravers
sorridendo il locale luminoso e pieno di fumo. Non ero sobrio, non
so quanto i miei ricordi siano affidabili, ma ebbi l'impressione che
non mi staccasse mai gli occhi di dosso mentre ballava, neanche
quando arriv il fidanzato e le cinse la vita con un braccio. Ma attesi
inutilmente che tornasse al tavolo. Alla fine la persi nella folla,
e tornai a casa odiandola un poco.
Da allora mi tenni alla larga da lei. Mi scombussolava. Tornai in
mare, e la notte, nel castello di prua, alla luce di una candela, guardavo
gli uccelli di Audubon. Comprai un album da disegno, come
quello che aveva Skip, e ogni volta che Ishbel s'intrufolava nei miei
pensieri ricopiavo quelle immagini meglio che potevo. Disegnare
mi schiariva le idee, un sipario calava tra me e la mia stramaledetta
mente incontentabile. Non sapevo se i miei disegni valessero qualcosa.
A me piacevano. Quando tornavo a casa non vedevo l'ora di
saccheggiare la biblioteca di Dan Rymer, afferravo qualsiasi libro
che contenesse immagini di uccelli. Jamrach mi regal Uccelli in
cattivit di J.M. Bechstein. I miei disegni si moltiplicarono: allodole,
fanelli, inseparabili, beccacce. Adoravo i dettagli. Lucherini,
usignoli, cardellini, becchi di corallo. Ma Ish non se ne andava.
Avrei disegnato tutti i volatili sulla faccia della terra.
Bengalini, tortore, fringuelli, ciuffolotti. Quella passione mi teneva impegnato,
mi aiutava ad ammazzare il tempo, mi rendeva felice. Avrei disegnato
tutte le variet di tutti gli uccelli esistenti. Avrei imparato a
dipingere, a costo di impiegarci tutta la vita.
Mi sedevo nella sala degli uccelli silenziosi di Jamrach e disegnavo.
Quelli sulle mie pagine erano liberi. E alle loro spalle c'era
sempre uno sfondo: laghi in cui si riflettevano castelli, distese di
cavolfiori, montagne simili a vulcani. Sulle coste di Flores e Sumba
avevo visto gabbie di bamb con uccelli canori, una gabbia che
sembrava una casa di bambole in Patagonia e un'altra a forma di
diamante ad Alessandria. Avevo visto una gabbia d'avorio e una di
vetro. Templi e palazzi, barili e campane, esagoni, ottagoni, cupole.
Le gabbie di Jamrach erano prigioni. Immaginavo quelle povere
creature piumate librarsi furiosamente nelle grigie profondit della
mia matita, e mi tornarono alla mente l'uomo con l'occhio lattiginoso
e i suoi palazzi di bamb, la pazienza con cui conficcava i pioli
di legno. Povere bestie, pensavo, adesso siete qui e ci resterete. Costruir
per voi case meravigliose. E disegnavo gabbie con tetti sollevabili,
e altre con porticine laterali. Spazio. Piani superiori dove appollaiarsi
a riposare. Ci avrei messo delle scale, le avrebbero adorate.
Poi pensai: perch non esiste un negozio in cui gli uccelli sono
liberi di volare? Una sorta di voliera. Un giardino interno, con una
pergola, e tante piante, e un tetto di vetro. Come le gabbie dei
ricchi, solo che questo sarebbe stato un negozio dove la gente entrava
per acquistare gli uccelli. Avrei potuto ricreare un ambiente
selvaggio, con rocce e ruscelli e fiumi e pesci e uccelli e persino
qualche piccolo animale, arvicole e ghiri, per esempio, tutti allo
stato brado. Cascate e laghi. Alberi.
La gente avrebbe pagato per trascorrere mezz'ora nell'Eden. Allegrezza
eterna e acque scroscianti. Pergolati sotto i quali sedersi.
Passeggiate tra gli alberi. Parrocchetti verdi e gialli che svolazzavano
qua e l.
Non guadagneresti un centesimo mi disse Jamrach quando gli
mostrai gli schizzi del progetto.
Un carro carico di canarini, farfalle e lucertole era appena giunto
da Norwich. Se ne stavano occupando i ragazzi, alzando i becchi
di corallo di un livello o due per guadagnare spazio.
Le gabbie, per, sono belle disse, sfogliando le pagine. Queste
riusciresti a venderle.
Un goccio di laudano e sto meglio. Di tanto in tanto. Un po'
di assenzio con lo zucchero. A volte mi concede un lieve senso di
sogno. I sogni non sono reali, ma hanno una consistenza molto solida,
partoriscono sensazioni, cambiano il modo di guardare le cose
il giorno dopo. Cos, per esempio, mentre ombreggiavo delicatamente
il collo di un lucherino, improvviso mi apparve il volto di
Skip, e capii di averlo sognato la notte prima, e quello era il motivo
per cui mi sentivo strano e debole quella mattina.
Limpido come il sole. La prima volta che lo avevo visto, il primo
giorno a bordo. Rainey gli aveva dato un ceffone. Rainey mi faceva
paura. La storia innesca di nuovo la sua infinita ripetizione. Poi, repentinamente,
come accade nei sogni, ero al serraglio. Fumavo un
sigaro mentre abbozzavo un ritratto di Charlie il tucano e il signor
Jamrach mi stava dicendo che gli affari andavano a gonfie vele. Il
signor Fledge aveva rinunciato al drago. Adesso si era fissato con
un orso polare. Che ne dici di una scampagnata al Polo Nord?
mi chiese Jamrach, e ridemmo entrambi. Rossetti, l'artista, avrebbe
voluto un elefante per pulirgli le finestre, ma non poteva permetterselo.
Aveva quindi optato per gufi e kookaburra, una marmotta
e un vombato. E quello fu il giorno in cui Jamrach mi parl di
questo posto che Albert stava utilizzando come magazzino, ma che
ora non gli serviva pi. Mi avrebbe aiutato con la caparra, disse.
Avevo soldi da parte, potevo farcela.
Cos andai in questo magazzino e smisi di navigare. Ma il mare
non mi lasci mai. Chiamava e gemeva e sognava dentro di me,
giorno e notte, pulsava come un cuore dietro ogni cosa, anche
mentre dormivo, anche mentre lavoravo al mio progetto. C'erano
due piani collegati da una scala, e un cortile sul retro. Vivevo al
piano di sopra, mentre al pianterreno c'era la bottega. Scoprii di
avere un talento. La prima gabbia che realizzai era tondeggiante,
con otto gambe, alta un metro e mezzo, con un soffitto a cupola
sormontato da un'aquila intagliata e, all'interno, un traliccio zigzagante
per rampicanti. Aggiunsi rametti, posatoi e specchi, e ciotole
di porcellana con disegni blu che scivolavano dentro e fuori dalla
gabbia su un piano scorrevole. Dieci fanelli verdi svolazzavano da
una parte all'altra e sembravano felici. Addestrai una taccola. Non
 difficile. Sapete come l'ho chiamata? Jack. Si sedeva sulle mie
spalle e mi mordicchiava l'orecchio mentre lavoravo. Costruivo
una gabbia dietro l'altra, di tutti i tipi, a forma di campana e di lanterna,
quadrate, tutte sufficientemente grandi. E in men che non si
dica aprii il negozio al pubblico.
Vendevo le gabbie davanti alla bottega e lavoravo nel cortile sul
retro. Fabbricai una gabbia completamente sferica, e un'altra che
somigliava a una zucca enorme. Costruii una piccionaia per le tortore,
una voliera per le allodole e i cardellini, e zollai tutto il cortile,
vi piantai alcuni arbusti e installai numerosi fili metallici.
Divenni una specie di eremita.
Lessi La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico
di Darwin, e Storia della creazione naturale di Haeckel. Continuavo
a studiare tutti gli uccelli del mondo. La sera, le tortore sospiravano
nella piccionaia. A un certo punto mi giunse voce che Ishbel non era
pi impegnata e viveva dalle parti di Aldgate. Le nostre strade non si
incrociavano da tempo. Era lontana, parte di una vita passata. Andr
a trovarla, pensavo, ma non lo facevo, concepivo piani su piani e trovavo
scuse per non rispettarli. Se vuole, verr lei. Avevo trovato una
sorta di pace, con i miei uccelli. Avevo paura. Se ci fossimo rivisti, le
pene sopite che avevo sotterrato sarebbero riaffiorate. Guardandola
avrei pensato al fratello, e il mio atto terribile, l'inconcepibile, si sarebbe
abbattuto tra noi. Adesso eravamo adulti, diversi. Era troppo
difficile, troppo pericoloso. La mia mente era un guazzabuglio di
sensazioni, non era in grado di prendere decisioni. Mi faceva male
la testa. A ogni modo, non potevo trascurare il negozio. Se mi fossi
fermato, sarebbe successo qualcosa di terribile. Trasportavo massi,
sminuzzavo uova per gli usignoli, preparavo il pastone per le allodole
mischiando farina di piselli, semi di muschio, melassa e lardo di
maiale. Il cuore soffriva, e la notte alzavo gli occhi al cielo, ricordando
le stelle sul mare, e chiedevo: sono stato perdonato?
Dovreste sentire i miei usignoli. Qui, nei sudici abissi di una
Ratcliffe Highway notturna, cantano come angeli. Non esistono
parole per descrivere una simile grazia. Il loro cinguettio mi dice
che tutto andr bene, tutto andr bene e qualsiasi genere di cosa
andr bene. Eppure so che la bocca della tigre  in agguato. Succeda
quel che succeda, si dica quel che si deve, la bocca della tigre
 l che aspetta. Ogni breve istante  l'ultima occasione per gustare
il tempo che resta. Non sapr mai come ho fatto a nuotare fino a
questo scoglio. Un canarino color giunchigha, di un giallo intenso
e puro, si posa su un ramo di ciliegio, davanti a me.
La volta successiva che la vidi, ricordo, aveva un canarino con le
ali luminescenti sulla spalla. La incontrai da Jamrach, cosa abbastanza
insolita, perch lei non si faceva mai vedere al serraglio. Ero passato
per prendere un po' di semi di lino e di rapa, e la trovai seduta
nell'ufficio, con il canarino sulle spalle e un vombato sulle ginocchia.
Era truccata come se stesse per andare al lavoro. Mi sorrise. Ciao,
Jaffy disse, e qualcosa si sollev, come un velo.
Che ci fai tu qui? le chiesi, con un tono pi spensierato possibile.
Sono venuta per il vombato rispose, abbassando lo sguardo
verso la creatura scura e pelosa.
Il signor Jamrach si alz dalla scrivania. Il poveretto avr vita
breve disse.
Perch? Cos'ha?
Ancora niente. Ridacchi, stuzzicandogli la pancia con un dito.
Mi piacciono i vombati disse Ishbel.
Rossetti non  fortunato con i suoi animali. Jamrach giocherellava
con le persiane. L'ultimo  finito nel corridoio, impagliato.
Be', a te andr meglio, vero, piccolo mio? Ishbel sollev davanti
al viso quell'orsacchiotto adorabile e tondo con la sua testa
larga e i piccoli occhi neri e lucenti, come se fosse un neonato, gli
diede un bacio e lo pos di nuovo sulle gambe, dove rimase seduto
come un Buddha intento a fissare il mondo.
Hai un canarino... dissi. Avevo la bocca secca.
Mi  cresciuto sulla spalla. Sorrise, cullando il vombato.
Il cappellino era logoro. Signor Jamrach disse, potrebbe spostare
questo uccellino, per favore? Non vorrei che mi lasciasse un ricordino
sulla schiena.
Jamrach si sporse sopra la scrivania e il canarino gli zampett su
un dito. Gran bella partita, questa comment.
Uscii per riempire il sacco. Ero un po' agitato. Pensai persino
di tornarmene a casa, fingendo che non fosse successo nulla, ma i
piedi mi riportarono nell'ufficio. Mi passai la lingua sulle labbra e
dissi: Che fai di bello, Ishbel?.
La solita storia. Un po' questo, un po' quello.
Ah. Incapace di dire altro.
Allora... Il vombato frug con il muso sotto il suo braccio.
Come stai, Jaffy? Ho sentito che hai aperto un bel negozietto di
uccelli.
Sta ingranando risposi.
Un'oasi di tranquillit! esclam Jamrach, entusiasta.
Posso darci un'occhiata? chiese Ishbel. Stai per tornarci?
Se vuoi dissi. Sentivo dentro di me un debole battito: attento,
attento, attento.
Bene! Sorrise, si alz di scatto e pass il povero vombato al signor
Jamrach. Lo lasciammo al suo destino e ci incamminammo insieme
verso il negozio. Non  buffo? disse. Sei pi alto di me.
Almeno di una testa.
Mi prese a braccetto, come faceva a volte un tempo, quasi fossimo
tornati indietro di quattro o cinque anni e non fosse successo
nulla. Perch fa cos? Ha in mente qualcosa? Camminavo veloce.
Ogni tanto lei doveva affrettare il passo per starmi dietro, e quando
abbassavo lo sguardo e vedevo i suoi vecchi stivali consumati,
avvertivo una tale tenerezza che avrei potuto piangere.
Manca molto? chiese. Tra venti minuti dovrei essere al lavoro.
Siamo arrivati. Vedi quell'insegna gialla?
Jack mi vol su una spalla appena aprii la porta. Ishbel balz
all'indietro e lanci un urletto quando il suo agguerrito musino
nero ci venne incontro.
Eccolo dissi con orgoglio.
Rise. E tutto questo  tuo, Jaffy. Tutto! E io per l'ennesima
volta mi sentii in colpa, perch ero vivo e avevo qualcosa. Ma nelle
parole di Ishbel non c'era malizia. Andava da una parte all'altra
ammirando le gabbie, i parrocchetti, i pappagalli, i fringuelli di
Giava, le mie illustrazioni attaccate ovunque ci fosse un po' di
spazio. Che bello ripeteva, e quando uscimmo nel cortile batt
le mani.  meraviglioso strill, correndo su uno dei sentieri di
ghiaia, voltandosi e tornando da me. Avevo allestito un giardino
roccioso, che si era rivestito di campanule. I fanelli cantavano.
Com' questo posto dove lavori? le chiesi.
Terribile rispose. Puzza. Eravamo sulla porta, uno di fianco
all'altra. Guardatevi disse, l'uccello che hai sulla spalla  intonato
ai tuoi capelli. Che bella coppia.
Riesci a sopportare la mia presenza? Non volevo dirlo.
Si fece molto seria, mi appoggi le mani sulle spalle e mi fiss
negli occhi.  questo che pensi?
Non so cosa pensare.
Continu a fissarmi finch cominciai a piangere. Ringrazio Dio
ogni giorno perch sei sopravvissuto disse tutto d'un fiato, poi si
volt e raggiunse l'uscita a passo svelto.
Dove vai? Le corsi dietro.
Devo andare al lavoro. Si gir verso la porta aperta. Stava
scendendo la sera.
Tornerai?
Tu che dici? rispose. Sorrideva. Poi and via.
Torn a mezzanotte, senza trucco, come la ragazza che scorrazzava
sui moli con me, come faceva suo fratello. Non se ne and
mai pi.
 
Capitolo 17.

Tutto questo accadde molto tempo fa.
Adesso le cose sono cambiate. Potete acquistare frutta in lattine
sigillate, e carne dall'America; e la Highway ne ha fatta di strada.
St. George's East, la chiamano ora, ma per la gente del posto  ancora
la Highway, e scommetto che sar sempre cos. Hanno chiuso
un mucchio dei locali che frequentavamo da ragazzi, hanno fatto
un po' di pulizia da qui fino al porto. Il ponte dei sospiri, da dove la
gente si buttava di sotto, non c' pi, come la locanda di Meng, con
il cinese all'entrata. Lo Spoony ha chiuso anni fa. Alcune bettole
e taverne ci sono ancora. Non che le frequenti molto ultimamente.
Troppe responsabilit. Il mio quinto decennio di vita incombe
all'orizzonte, come il tempo in mare. Ho un livido sul braccio destro
che non andr mai via. La scorsa notte ho intravisto il mio viso
in uno specchio, e ho trasalito. Non sembravo io. E quando vedo
i volti dei miei amici, scopro che anche loro stanno cambiando,
come le strade di Londra.
A volte mi sveglio e dimentico dove mi trovo. Allora i suoni mi
vengono in aiuto. Poco distante c' una birreria. Quando galleggio
negli spazi della coscienza, il tintinnio dei bicchieri e le voci cantilenanti
mi arrivano da lontano, attraversando il vuoto, come un
veliero che buca la nebbia. Non importa quanto sia stato profondo
il sogno, quel baccano sentimentale che sale allegramente dagli
oscuri recessi della notte mi tranquillizza. Immagino pensiate che
dopo tutto questo tempo dovrei sapere se sono tornato, vero? Ma
il sonno mi confonde ancora le idee. Quando la mia testa precipita
nel grande abisso si disintegra ancora in un milione di frammenti,
come farebbe un ciondolo, e voliamo tutti via: il bambino che
strillava, il ragazzino delle fogne, il ragazzo del serragho, quello
che and per mare, quello che torn, e l'uomo. Ci vuole tempo
per tornare al presente, a me, ora. A volte, quando sono in quel
luogo di mezzo, non so dove riemerger. Galleggio indifeso in un
grembo mormorante, in attesa di scoprirlo. Le sirene mi prendono
la mano, mi baciano sulla bocca. La mia tigre mi stringe tra le fauci,
 tornata per me, mi trascina da una parte all'altra, mi lascia cadere
con indifferenza. Qui o l. Qualsiasi posto va bene. Trasportato.
Ecco come vivo. Trasportato. Ancora bambino.
Sogno spesso. E quando sogno sento il mare sotto di me, a volte
credo persino di udirlo, in lontananza, sopra la musica distante della
Highway. Non va mai via.  ci che ho sempre amato di questo
posto, anche se la prima volta che vi arrivai non me ne resi conto.
Fermatevi sulla Ratcliffe Highway, giurereste che c' sale nell'aria.
I suoni notturni si intrufolano nel giardino dove siedo a osservare
il fumo della pipa salire verso le stelle. Un usignolo cinguetta.
Chiudo gli occhi e faccio scorrere le dita lungo il contorno del pappagallo
intagliato nello scrimshaw che tengo sul palmo della mano.
Un regalo.
Rossetti e Darwin sono morti da due anni. Insieme a loro, con
meno scalpore, se ne  andato il mio buon amico Dan Rymer,
la figura pi vicina a un padre che abbia mai avuto.  morto di
edema cerebrale a settantasei anni. Una buona et, dopotutto. La
vedova abita ancora a Bow. Si  risposata e i due figli pi piccoli
vivono ancora con lei. Alice aveva vent'anni meno di Dan. Il
signor Jamrach si  ritirato da tempo e l'attivit  passata ad Albert,
ma in questi giorni i veri ornitologi vengono da me, uomini della
Friendly e dalla Hand in Hand. Andando verso Limehouse, il
nostro negozio si trova sulla destra. Potete acquistare un parrocchetto
o un paio di inseparabili e una gabbia decente dove metterli.
Oppure passeggiare nel negozio e, per un penny, trattenervi
quanto volete nel giardino degli uccelli, vicino alla fontana, o alla
statua di Pan che suona il flauto tutto il giorno per il fringuello e il
ciuffolotto, per la carpa dorata nel laghetto, per la pergola coperta
di caprifoglio.
Alla madre di Ish piace lavorarci a maglia. Adesso vive con noi.
Pace e tranquillit, dice, anche se dall'esterno filtrano i suoni della
Highway.  un buon posto, il posto dove la sera, sul tardi, vado
a fumare la pipa, guardo le stelle e mi allontano sulle onde, dove
ascolto il ruggito dell'oceano e il tuono del cielo, dove avverto l'onda
morta e sento l'ululato dei demoni degli abissi. Potreste dire che
quel viaggio, in un modo o nell'altro, mi ha formato.  per questo
che  successo tutto? Per fare di me l'uomo che sono? Dio  uscito
di senno?  cos? Incastrato tra un Dio impazzito e una natura
spietata. Che partita!
Non mi ci ritrovo nel mondo di tutti i giorni, nella routine degli
uomini, a letto a quest'ora, sveglia a quest'ora, a tavola a quest'ora.
Non voglio farne parte. Certe volte bramo la cella di un monaco,
un antro in una roccia, una capanna nei boschi, dove la mia mente
potrebbe allargarsi in tutte le direzioni come l'acqua, come il mare.
Tempo per fissare. Onde. Su, gi, il respiro del mondo.
Questi stati di agitazione. Ishbel, ovviamente, deve conviverci.
Nel corso degli anni le ho raccontato quasi tutto, anche del drago.
Poveretto dice con un filo di voce, e intende sia me sia il drago.
Non capir mai, come potrebbe? Ma capire non ha importanza, 
la perseveranza che conta, e cos: devo tornare in mare, ma lei non
vuole. Ne discutiamo.
Te la caverai le dico. Non star via a lungo. David potrebbe
darti una mano. Ma non vuole saperne.
Perdonami, Jaf dice, io e la mamma non riusciremmo a sopportarlo.
Esco in giardino. Non torner mai in mare. Gli occhi sono
chiusi. I bambini dormono da un pezzo. Tiro fuori dalla tasca lo
scrimshaw con il pappagallo, me lo rigiro pi volte tra le mani. Tricheco.
Anche Dan si isolava. Ci che ho visto e fatto e superato 
eterno,  parte di me come le ossa e il sangue. Vedevo cieli abitati
da angeli, sentivo risate risuonare negli abissi. L'usignolo singhiozza.
Massaggio il livido sul braccio, il punto che Tim stringeva sulla
barca. Fa ancora male. A volte torna a trovarmi. Perch non dovrebbe?
Non  arrabbiato con me. Siamo amici.
Apro gli occhi e scorgo l'incredibile arco lunare stagliarsi contro
un cielo blu violaceo a est. Molto lontano prosegue il mio viaggio,
pi lontano e bello di quanto si possa immaginare.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Questa  un'opera di fantasia che si ispira alla realt. L'unico
personaggio del libro realmente esistito  Jamrach, gli altri sono
tutti inventati.
Gli episodi realmente accaduti sono due.
In primo luogo, una tigre del Bengala fugg mentre veniva trasportata
al serraglio di Jamrach, dalle parti della Ratcliffe Highway.
Un ragazzino di otto anni che passava di l la accarezz sul naso.
La tigre lo scagli a terra, lo prese tra le fauci e lo trascin via.
Il ragazzino riusc a fuggire, illeso, dopo che Jamrach salt sulla
schiena della tigre.
In secondo luogo, all'inizio del diciannovesimo secolo, in seguito
al naufragio della baleniera Essex, un sedicenne di nome Charles
Ramsdell spar a un amico d'infanzia, Owen Coffin, dopo aver tirato
a sorte. Owen Coffin insisteva affinch i patti fossero rispettati.
Charles Ramsdell sopravvisse, torn in mare e visse fino a tarda et.
Le numerose testimonianze dei sopravvissuti della Essex sono
raccolte in The Loss ofthe Ship Essex, Sunk by a Whale di Thomas
Nickerson, Owen Chase e altri. Un classico sul naufragio della Essex
 Nel cuore dell'oceano: la vera storia della baleniera Essex di
Nathaniel Philbrick.
Un grande ringraziamento va alla Fondazione Civitella Ranieri,
che per sei meravigliose settimane mi ha ospitato in Umbria, e
alla CAROL BIRCH Authors' Foundation per avermi generosamente concesso una sovvenzione.
Grazie a Nina e Dave Bleasdale e a Frances e Tim Whittaker,
per avermi permesso di lavorare in luoghi tranquilli. Grazie
a Richard Butler per l'inestimabile supporto tecnico, e anche a
Martin e Joe, Emily Atherton, Mie Cheetham, Simon Kavanagh,
Francis Bickmore e tutta la Canongate per l'aiuto e il sostegno.
...
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...
FINE.